La giornalista e scrittrice Lydia Cacho confessa: Il Governo messicano ha detto “è meglio che rimani lontana dal Messico”

Sabrina Carbone

ImmagineLo scrittore Roberto Saviano ha scritto: “E’ un modello, per chi  vuole diventare giornalista”. L’autore di Gomorra ha scritto questo nel prologo di “Schiava del potere”, un viaggio nel cuore della tratta sessuale di donne e bambine nel mondo, e che Lydia Cacho (Messico DF,1963), a causa di questa denuncia, oggi ,in segreto, resta lontana dal suo paese, dopo aver ricevuto una serie di minacce che attentano la sua vita. “C’è gente che pensa che le minacce sono il solito refrain. Io invece sono stufa, molto stufa di mettere in pubblico queste minacce, ma la ragione che risparmia la mia vita dalla morte è continuare a parlare, a indagare su coloro che mi minacciano scrivendo i loro nomi e mettendoli in evidenza”, ha affermato la giornalista in una intervista telefonica rilasciata al quotidiano El Pais. Il 3 agosto 2012, la Cacho, che da oltre venti anni vive a Cancun, Quintana Roo, ha abbandonato il Messico sia per le minacce, ma soprattutto per la sua sicurezza che oramai è stata violata: “E’ impressionante rispondere al telefono e sentirti dire, ti rilasceremo alla tua famiglia a pezzi”. “Da alcuni anni posseggo, per ragioni di sicurezza, una radio satellitare molto sofisticata con la quale non è possibile intercettarmi, a meno che non c’è una squadra molto competente, un congegno che hanno solo le alte cariche politiche e la Marina Militare del Messico. Con la Marina non ho nessun problema, restano solo alcuni potenti dei grandi manifesti che vivono e hanno messo al sicuro i loro contanti a Quintana Roo” ha reso noto la giornalista. In seguito alle minacce Lydia ha consultato i suoi avvocati, e alcuni assessori esteri, e gli investigatori privati. “Nel giro di poche ore hanno comunicato di andarmene immediatamente. In altre occasioni hanno dato un altro tipo di indicazione, ma adesso hanno detto: “prendi il tuo passaporto e fuggi immediatamente, ciò che è successo non è da sottovalutare, qualcuno è a meno di 5 km da casa tua”. L’attivista contro la tratta delle donne è ricorsa alla sicurezza privata. A gennaio del 2012 è stato pubblicato che Lydia Cacho  è stata obbligata a limitare le sue attività del CIAM, alias Centro Integrale di Sicurezza alle donne, un rifugio segreto per le ragazze madri e i loro figli che affrontano una violenza famigliare e sessuale. Chi ha brindato all’appoggio di mille donne tutelate nel centro, dal 2000, è fuggita all’estero, a causa delle minacce che lei stessa ubica nel suo lavoro da giornalista dove denuncia le reti messicane di pederastia (il suo libro edito nel 2005, “I demoni dell’Eden, è una referenza in materia del potere dietro la pornografia infantile), e la mafia internazionale dedita alla tratta sessuale di donne denunciate nel 2010 in Schiava del potere. “E’ chiaro, che il mio lavoro di giornalista è ad alto rischio. Sono una donna di cinquant’anni che riconosce tale rischio e lo pondera con molta attenzione”, precisa Lydia, e sottolinea, che non è possibile essere superficiali di fronte alle minacce come hanno fatto altri giornalisti messicani che poi sono stati uccisi. “Quando sono stata a Veracruz per alcuni mesi, dialogando con Regina Martinez (uccisa il 28 aprile scorso), aveva rivelato che aveva ricevuto delle allusioni che sembravano minacce o minacce velate dai membri del Governo di Veracruz, ma lo aveva rivelato, scherzandoci sopra: “Quelli che minacciano non ammazzano, quando vogliono uccidere, uccidono e basta, senza avviso”. Probabilmente questo accadeva prima, ma negli ultimi anni noi giornalisti abbiamo imparato che il crimine organizzato e le persone di potere corrotte, che mettiamo in risalto con il nostro lavoro, usano le minacce per esprimere il loro potere. Prima vengono le minacce e poi viene la morte. E’ un loro modo di manifestare violenza. E’ chiaro che le cifre dei morti parlano da sole. Io voglio rientrare nel numero dei vivi, preferisco essere nel numero dei perseguitati, invece di quello della morte. In Messico, spiega la Cacho, i giornalisti che lavorano in Città del Messico non badano al livello di degrado e ai rischi che affrontano gli informatori negli Stati, “Ciò che dobbiamo fare come giornalisti è realizzare una mappa sui nostri propri Stati, e sui rischi che corriamo, e come appare la realtà delle cose. Credo che ciò che manca, è poter fare valutazioni distinte, avere assessori di gruppo più specializzati”. Lydia è orgogliosa di se stessa, gratuitamente, le hanno offerto appoggio esperti stranieri per la sua sicurezza, ma sa anche che per lei è una eccezione. Ricorrere alle autorità messicane in cerca di protezione e di giustizia non è una opzione, denuncia la scrittrice. “L’ultima raccomandazione che ha fatto Marisella Morales, procuratore generale della Repubblica, prima dell’ultima minaccia, è stata: “E’ meglio che  stai lontana per alcuni mesi dal paese. In questo momento la migliore raccomandazione  per noi giornalisti è di andare via dal nostro habitat, loro non hanno nè la volontà nè le risorse per svolgere le indagini. E’ un declino assoluto”. La Cacho, che ha ricevuto numerosi premi internazionali in merito al suo lavoro, osserva con pessimismo il futuro del Messico, dove il Partito Rivoluzionario Istituzionale tornerà a dicembre al potere presidenziale della Repubblica. “Il Messico non godrà di bei tempi, sono bei tempi per i necrofagi, ma non per la società. Credo che il paese ha bisogno di giornalisti che continuano a battagliare contro gli Stati e continuano a scrivere sulle vicende locali che fanno la differenza per rinsavire la società”. A conclusione dell’intervista, Lydia ha ribadito che tornerà nel suo paese nel momento in cui avrà uno schema protettivo che la lasci tranquilla. “Certamente voglio tornare nel mio paese manca solo che mi sotterrino! Non voglio giocarmi la vita senza, almeno, aver tentato di prendermi cura di me stessa e della mia gente”.

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