Il ritiro della Otan congela l’economia afgana

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Sabrina Carbone

Kabul

Il settore immobiliare e l’edilizia, sono stati dopati in questi ultimi anni dai controlli degli alleati, e sono nell’attualità disastrosi. I cartelli mostrano le case in affitto o in vendita negli alti portali in acciaio dei palazzi di Sherpour. “House for rent”, annunciano in inglese, per meglio attirare l’attenzione degli ultimi imprenditori stranieri che cercano di alloggiare le loro squadre in questo quartiere altolocato di Kabul. Ma i locatari sono diradati. “L’economia è stata facile ma in seguito ha avuto un blocco”, spiega Fareed Ahmad, il titolare di una delle più grandi agenzie immobiliari di Kabul, Marco Polo. Ho sempre pensato che prima o poi la Comunità internazionale si stancava di noi”. Secondo Ahmad, 18 mesi fa, gli appartamenti di Sherpour, Wazir Akbar Khan o Shar-e-Naw venivano dati in affitto a 7.500 dollari per 1000 metri quadri. Oggi, la stessa proprietà viene messa in vendita a 3.000 dollari. “Le imprese che lavorano per l’agenzia americana di aiuto allo sviluppo come Louis Berger, IRD (International RElief and Development), la DAI o ancora Delight Construction affittano quasi 40 appartamenti ciascuno e stipulano dei contratti che bloccano l’intero mercato. In totale attualmente nel quartiere lavorano circa una dozzina di queste agenzie straniere, mentre noi siamo rimasti in quattro” spiega Faree Ahmad. Ma il settore immobiliare non è il solo ad avere avuto un declino libero dopo l’annuncio della ritirata delle truppe. Dal 2010, il 98% del PIL dell’Afganistan dipende dalla presenza dei soldati e dei donatori stranieri. Sulla strada di Jalalabad, a est della capitale, l’esteso campo di gru denuncia lo stato di desolazione dei “contrattisti” afgani come Safihullah Abdul, ingegnere presso la Autolik Afghan Construction. Delle sue 180 pesanti apparecchiature, arriva ad affittarne solo 40 alla volta, e per una frazione di prezzo originario. L’anno scorso, l’ingegnere affittava per 15.000 dollari al mese una gru dal valore di 30.000 dollari, contro solo un terzo di oggi. Per costruire le basi militari, le strade, gli sbarramenti e altre infrastrutture, le armate della Otan hanno fatto ingrassare l’industria del bastimento Afgano nel corso di dieci anni. Come Abdul, numerosi imprenditori hanno investito per far arrivare le gru di 60 o 80 tonnellate dal Medio-Oriente e dall’Europa. Secondo l’associazione dei costruttori afgani, (ABA), gli Stati Uniti hanno investito tra i 3 e i 4 miliardi dollari l’anno nelle costruzioni realizzate dal 2007 al 2011. Successivamente il Governo americano ha annunciato: “La data del suo ritiro al mondo intero”, spiega Safihullah Abdul, e “Dopo ciò l’economia avanza a rallentatore”.
Salari miseri
Per Abdul Ahad, che ha lasciato alle sue spalle l’esportazione dei tappeti per lavorare alla Alton Construction, la prossima riconversione è imminente. In cinque anni di esistenza, tutti i suoi contratti sono stati approvati dal corpo d’ingegneria dell’Armata americana (US Army Corps of Engineers). Per lui non è una questione di dare fiducia al Ministero degli Interni afgano che suppone di riprendere la distribuzione dei progetti di sviluppo dopo la partenza degli Americani. “Veniamo pagati con una miseria in rapporto alla qualità di lavoro fornito. Questo significa lavorare per le autorità afgane. La maggior parte di loro sono corrotti”. A dispetto di queste testimonianze dolorose, il Presidente della Camera di Commercio afgana, giudica che e’ tempo di ritornare a una economia di mercato. “I prezzi sono stati falsati a causa della situazione straordinaria dell’Afghanistan”, spiega Mohammad Qurban Haqjo. “Dobbiamo oramai passare a una economia basata sui contratti stranieri e a un mercato determinato dall’offerta e dalla richiesta. Con il passare del tempo, i consumatori saranno solo afgani e non stranieri. Ed e’ la cosa piu’ sana per il nostro Paese”.

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