Congo-Kinshasa – Zawa distrutta da colui che credeva suo padre

Sabrina Carbone

Immagine“Spogliati e non parlare, altrimenti caccio via te e tua madre. Tu ben sai che non avete altro luogo dove andare!” E’ quello che mi diceva il mio patrigno tutti i giorni prima di violentarmi. Il mio calvario è durato 8 mesi. Mi chiamo Zawa e sono originaria di Bambo, località sita a 180 chilometri dalla città di Goma,  nel territorio di Rushuru a Nord del Kivu, una delle tre province a est della Repubblica Democratica del Congo. Mia madre mi ha avuta quando lei viveva ancora con i genitori. Si è sposata quattro anni più tardi.Tre bambini sono nati da questa unione. All’inizio la vita in famiglia era piacevole. Ho avuto un’infanzia piena di sogni. Malgrado noi vivevamo in un villaggio, avevo sempre ciò che gli altri bambini della mia età non avevano intendo vestiti, scarpe e altri accessori. Avevo anche creduto che il marito di mia madre era il mio vero padre. Come mi sbagliavo! I miei sogni sono sfumati 10 anni più tardi. Una sera dopo cena, ho sentito che nella camera dei miei genitori era iniziata una grossa lite. Alcuni minuti dopo, mia madre è uscita di casa e tutti mi dicevano che ritornava il giorno dopo. Mi sono addormentata e un pò più tardi colui che chiamavo papà  è venuto nel mio letto, confusa, su ciò che lui voleva quando mi accarezzava, gli ho chiesto di fermarsi ma lui ha continuato. Mi ha raccontato che aveva comprato me e mia madre, e quando mia madre si negava ero io che dovevo pagare il prezzo. Ciò voleva dire che dovevo dargli il mio corpo. Mi imponeva il silenzio e nessuno aveva il diritto di essere messo al corrente. Mi ha violentata per tutta la notte. Alle prime ore del mattino, mi ha strettamente obbligata a non parlare. Aveva promesso di uccidermi se io gli disobbedivo. E mi aveva anche promesso che a me e a mia madre ci cacciava di casa. Per lui il matrimonio con mia madre aveva solo un obbligo il suo benessere. Sanguinavo e avevo dei forti dolori. Era come se la mia  testa stava per esplodere. Avevo regolarmente delle vertigini e avevo paura di tutto quello che si spostava. La notte dopo, mi ha di nuovo violentata con le stesse minacce. Mia madre è tornata due giorni dopo. Per paura non le ho raccontato niente. Non osavo nemmeno guardarla in faccia. Avevo vergogna e avevo l’impressione che tutto il mondo mi guardava e sapeva ciò che mio padre mi aveva fatto. Ero colpevole. Ero obbligata a portargli da mangiare ai campi tutti i giorni ed era sempre sotto minaccia. E tutti i giorni nei campi lui mi violentava e non tornava a lavoro il pomeriggio quando io ero lì. A volte, quando mi violentava, inseriva dei pezzi di legno nel mio ano. Mi sodomizzava e introduceva degli oggetti nella mia vagina, e mi proibiva di piangere. Era molto doloroso ma non perdevo conoscenza. Avevo perso il gusto di vivere e mi rimproveravo della situazione. Dal momento che nel mio villaggio, le persone credono che una donna è violentata perchè conduce una malavita, ho spesso pensato al suicidio.Un giorno, dopo che il mio patrigno aveva di nuovo abusato di me nei campi, ho deciso di farla finita. Ma ho pensato, che prima di uccidermi, dovevo confessare i miei peccati a Dio, gli dicevo che non desideravo più stare al mondo, e che ne avevo abbastanza di quel supplizio. E così è stato, sono andata in Chiesa, ma durante il tragitto ho visto un ufficio aperto alle donne. Davano apparentemente dei consigli alle vittime di violenza sessuale. Avevo rivelato a mia zia che volevo parlare con quelle donne che mi erano sembrate gentili ma mia zia me lo aveva sconsigliato dicendomi che erano donne libere e che non bisognava ascoltarle. Non sò cosa mi ha spinto ad entrare un giorno in quell’ufficio. Ho trovato due donne e quando ho iniziato a raccontare la mia storia mi sono sciolta in lacrime. Si sono avvicinate e mi hanno stretta tra le loro braccia e hanno provato a rassicurarmi. Ho impiegato tempo prima di calmarmi. Mi hanno dato fiducia e ho parlato  con la direttrice dell’associazione. Le ho raccontato tutta la storia nei minimi dettagli. Era la prima volta in otto mesi che mi sentivo a mio agio, e parlare del mio orribile vissuto a qualcuno che mi aveva ascoltata attentamente mi rassicurava. Mi hanno spiegato che la loro associazione poteva aiutarmi a risolvere il mio problema e che il mio calvario era finito. Dicevano che dovevo tornare a casa e che se il mio patrigno tentava di violentarmi di nuovo, dovevo urlare per farmi sentire e soprattutto ne dovevo parlare con mia madre. Ho spiegato che questo era impossibile, e allora mi hanno consigliato di parlarne con una persona di fiducia nella mia famiglia, preferibilmente mia madre. Una volta rientrata a casa, ho trovato mia madre a pulire, e l’ho guardata come non facevo da tanto tempo, mi ha detto che avevo una buona cera e che era contenta di vedermi. Avevo paura di parlarle e non le ho detto niente. Il giorno dopo, il mio patrigno mi ha chiesto di raggiungerlo ai campi. Ho rifiutato davanti a mia madre. Lui non ha detto niente e se ne è andato. Confusa, mia madre mi ha chiesto perchè avevo mancato di rispetto a colui che mi considerava come sua figlia. Non so da dove mi è venuto il coraggio, ma le ho raccontato tutto. Mia madre è scoppiata a piangere e mi ha chiesto delle spiegazioni e io non me lo sono fatta  ripetere due volte .Era disperata e non capiva come era potuto succedere tutto questo. Siamo andate da mio nonno al quale mia madre ha spiegato tutta la situazione. Mio nonno, ci ha imposto il silenzio e ha pregato di aspettarlo mentre andava a Tongo. E’ tornato dopo alcune ore con la polizia nazionale che ha arrestato il mio patrigno e lo ha portato a Tongo per essere processato. E conformemente alla legge sulle violenze sessuali gli hanno dato 20 anni di carcere e  attualmente è detenuto alla prigione centrale di Muzenze a Goma. Per paura delle rappresaglie dei membri della famiglia del mio patrigno, che hanno condannato mia madre, perchè secondo loro è per merito suo che il loro figlio e suo fratello sono stati rinchiusi. Mia madre ed io siamo venute a stare a Goma. Ho cercato di dimenticare il trauma subito. Ma ciò che mi aiuta ad andare avanti e vedere che giustizia è stata resa”

 

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