Spagna in Iraq: dall’errore all’orrore

Sabrina Carbone

Source and video: El Pais http://politica.elpais.com/politica/2013/03/15/actualidad/1363371190_083683.html

Un Generale spagnolo che aveva occupato per quattro anni il più alto comando delle Forze Armate era solito presumere, con una certa temerità, che nessuno dei suoi mille soldati spagnoli nell’ultimo quarto di secolo aveva sviluppato missioni in terra straniera aveva fatto qualcosa di cui vergognarsi; Lo aveva dichiarato dopo che aveva visionato le immagini dei Marines statunitensi che urinavano sui cadaveri o sui soldati tedeschi che scherzavano sugli scapestrati in Afganistan. Fino ad ora, sono stati visti i militari spagnoli che ripartivano il pranzo con i bambini o che curavano ai civili nelle zone di conflitto, ma anche combattere. Tutto questo è stato fatto. Invece, non abbiamo visto mai infliggere maltrattamenti ai prigionieri. In molti preferivano no averlo mai visto. Ma questo non significa che non è successo. Il video che oggi diffonde il giornale “El Pais” mostra cinque soldati spagnoli che entrano in una cella. Per terra, sopra una coperta, con due bottiglie di acqua vicino, c’è un uomo. Uno dei soldati ordina gridando che deve alzarsi. L’uomo. prostrato, fà finta di non capire. Vicino a lui altri quattro detenuti che a metà video, il quale dura circa 40 secondi, sono gettati sul primo. Tre soldati prendono a pugni entrambi. Gli altri due osservano dalla porta della cella. Un sesto registra la scena. Uno dei militari li calpesta con uno speciale accanimento. In due occasioni sembra sul punto di andarsene, ma torna indietro per scaricare tutta la forza dei suoi stivali sui corpi indifesi. Le vittime emettono solo affanni e gemiti. Un militare, che durante le bastonate era rimasto a guardare dal cardine della porta, commenta alla fine “Jo! a questo l’ho caricato già!”.
La scena è registrata a Diwaniya, la base principale delle truppe spagnole in Iraq, nei primi mesi del 2004. La partecipazione alla guerra in Iraq il cui inizio ha compiuto 10 anni il 20 marzo, ha qualcosa di diverso rispetto alla Bosnia o all’Afganistan: Non solo è stato fatto senza un avvallo delle Nazioni Unite e con l’opprimente opposizione della opinione pubblica spagnola, ma ha anche portato i militari spagnoli a collaborare con le forze statunitensi dell’occupazione, in seguito al vuoto del potere lasciato dalla dissoluzione dello Stato iracheno e quello del partito di Baaz di Saddam Hussein, la cosiddetta CPA (Autorità Provvigionale della Coalizione), nella quale c’erano ufficiali e diplomatici spagnoli che per decisione dell’allora Presidente José Maria Aznar, era diventato un Governo occupante. “Per far rispettare le leggi imposte dal CPA” e dal momento che “Le forze della coalizione rappresentavano la legge e l’ordine in Iraq”, a settembre del 2003, solo un mese dopo che era arrivata in Iraq la Brigata Plus Ultra, con 1.300 spagnoli, era stato distribuito tra i suoi comandi un documento della Sezione dell’Intelligence sullo Stato Maggiore dal titolo: “Processo di detenzione e attuazione del personale detenuto”. La fonte, alla quale ha avuto accesso El Pais, sottolinea che “Durante e dopo la detenzione veniva impiegata una minima violenza imprescindibile” e che veniva mantenuto “In ogni momento il rispetto dei diritti del detenuto”. I motivi per praticare una detenzione erano molto grandi. “Qualsiasi persona può essere detenuta se all’occorrenza è ritenuta una minaccia contro le forze della coalizione” o se “c’è il sospetto logico che ha commesso un delitto” questa era l’istruzione data ai militari. Il manuale includeva un catalogo di diritti del detenuto e avvertiva che non poteva essere invocato in qualsiasi circostanza come una giustificazione della tortura o di altri maltrattamenti o pene crudeli, inumane o degradanti”, e nessuno poteva essere sottomesso, “Durante il suo interrogatorio alla violenza, alle minacce o a qualsiasi altro metodo di interrogatorio che sminuiva la sua capacità di decidere o di giudizio”. Quello che non esisteva era il controllo giuridico e lo stesso manuale faceva riferimento al buon giudizio e al senso comune, dell’ufficiale di comando.
I detenuti per i delitti comuni erano rilasciati alla polizia locale irachena, attraverso la polizia militare degli EE.UU, mentre i detenuti accusati di reati contro la coalizione (cioè gli insorti) erano condotti al Centro di Detenzione della Brigata di Base Espana. I documenti di Wikileaks sulla guerra in Iraq, sono stati diffusi in autunno del 2010, e includono due referenze su questo centro di detenzione, detto Detention Facility. In uno di loro, risalente al 7 gennaio del 2004, c’è l’allusione a un registro di una casa nel nordest di Diwaniya, dove erano state trovate armi che potevano essere state usate contro le forze della coalizione. Un uomo e una donna erano stati arrestati, e il primo era stato condotto nella Base Espana “Per essere interrogato con intensità”. Il secondo, datato il giorno 11 febbraio del 2004, racconta di un attentato con un artefatto addossato a una bicicletta contro i militari spagnoli che pattugliavano a piedi Diwaniya. L’esplosione aveva causato sei feriti, e due presunti insorti erano stati portati nella Base Espana per un interrogatorio addizionale. Secondo i testimoni consultati da El Pais il centro di detenzione era un baraccone con cinque celle sito all’entrata della base, vicino all’edificio del corpo di guardia. Il manuale disponeva che in ogni cella doveva esserci una branda anche se nel video vediamo una comune camera con una coperta e un fine materassino sul suolo di cemento. In varie operazioni erano stati catturati più di cinque insorti, ai quali era stato obbligato di condividere la cella. In totale, decine di iracheni erano passati per il Detention Facility spagnolo. La custodia dei prigionieri era a carico del corpo di guardia, una sezione di 30 uomini incaricati di vigilare sulla  base. L’ufficiale di comando registrava le entrate e le uscite dei detenuti. I soldati erano stati incaricati di dare loro il pasto e accompagnarli al bagno e impedire l’entrata a chi non era autorizzato. Il problema è che i membri del corpo di guardia mancavano di informazioni per custodire i detenuti. Inoltre questa commissione veniva fatta a turni 24 su 24, alternavandosi con la scorta dei convogli e delle pattuglie.
Ciò significa, che un soldato che era stato soggetto a un attacco poteva stare il giorno seguente a vigilare il suo presunto aggressore. “La tentazione di prendere la giustizia in mano era grande”, riconosce un soldato che è stato in Iraq. Le truppe spagnole erano arrivate in missione di pace di ricostruzione e aiuti umanitari in una tranquilla zona ortofrutticola come aveva qualificato l’allora Ministro della Difesa, Federico Trillo, le province irachene di Al Quadisya e Nayaf dove era stata spiegata la Brigata Plus Ultra per essere reclutati anche dal contingente centroamericano. In soli 10 mesi di missione, da agosto 2003 a maggio 2004, la Spagna aveva subito 11 perdite mortali in Iraq. Il conflitto aperto era esploso quando il iman chiì Muqtasa al Sader aveva rotto con le nuove autorità e aveva richiamato i suoi fedeli raggruppati nell’Esercito del Mahdi alla guerra santa contro le forze della coalizione, Per gli spagnoli non era una sorpresa. Nel manuale di area elaborato a giugno del 2003 dal Centro dell’Intelligence e della Sicurezza dell’Esercito di Terra (CISET) già veniva avvertito che Al Sader il più pericoloso per gli interessi della coalizione internazionale a causa della sua intenzione dichiarava di stabilire uno Stato islamico. I capi della brigata spagnola avevano cercato di mantenere un difficile equilibrio tra la varie fazioni e inoltre erano contrarie a essere smantellate dalla forza del tribunale islamico a Nayaf. Ma l’intervento unilaterale delle truppe nordamericane aveva portato all’arresto del luogotenente di Al Sader senza aver informato neanche il comando spagnolo, facendo esplodere in questo modo un incendio che oramai non era più possibile appagare. Il 4 aprile del 2004 veniva attaccata da una moltitudine di armi la base Al Andalus, il distaccamento spagnolo a Nayaf. Nei successivi 50 giorni erano stati prodotti 40 azioni da combattimento riportando un morto ( del battaglione di El Salvador che condivideva la base Al Andalus con gli spagnoli) e 21 feriti da parte della Brigata Plus Ultra, e almeno otto morti e 23 feriti da parte degli insorti. Sulla base di Diwaniya erano piovuti almeno 227 proiettili di mortaio, senza causare perdite anche se uno era caduto sotto il tetto degli alloggi femminili. In questo clima di crescente tensione imperava la legge del silenzio in alcune unità soprattutto in quelle più piccole dove la relazione tra i comandi e le truppe era più stretta, e se qualcuno cercava di uccidere uno dei loro soldati e sparava per primo non venivano richieste molte spiegazioni, ricorda un sotto ufficiale. In teoria i detenuti dovevano rimanere nella Base Espana al massimo 72 ore. Era stato previsto, inoltre, che veniva abilitata una zona nella prigione di Diwaniya per l’internamento preventivo degli insorti per un periodo di 15 giorni, ma questo progetto non era mai stato attuato, perchè l’unica maniera di farli uscire dalla base era metterli in libertà o trasportarli al carcere di Abu Ghraib, tristemente famoso per le vessazioni e torture alla quali erano sottoposti i prigionieri. Ma nemmeno era facile. Come riconosce un antico comando del contingente spagnolo non sempre si poteva organizzare un convoglio per portare i prigionieri a Bagdad perchè Abu Ghraib era oramai satura per quegli statunitensi che cercavano di trattenere i prigionieri nelle brigate il maggior tempo possibile. Due fatti avevano complicato ulteriormente il trattamento dei detenuti: Il primo era stato l’assassinio dei sette agenti del Centro Nazionale dell’Intelligence (CNI) che erano caduti nell’imboscata lungo la strada che univa Diwaniya a Bagdad il 29 novembre del 2003. Da quel momento, il servizio dell’Intelligence era rimasto senza équipe permanente nella zona. Gli agenti segreti viaggiavano periodicamente in Iraq, ma la loro massima preoccupazione era indagare sulla morte dei loro compagni. Il manuale sulla detenzione gli attribuiva di realizzare un “interrogatorio addizionale” quando le caratteristiche del detenuto o la informazione che  poteva essere negata lo consigliava. Il secondo evento riguarda l’assassinio del comandante della Guardia Civile, Gonzalo Perez, che aveva ricevuto un pallottola nella testa mentre dirigeva una retata contro una banda di delinquenti comuni nella località di Hamsa a 40 chilometri dalla base. Il 3 febbraio del 2004 dopo 13 giorni di coma moriva a Madrid. Nella terminologia della coalizione, il comandante Gonzalo Perez era il Provost Marshall dal quale dipendeva la liberazione di un detenuto o il suo trasporto a Abu Ghraib. “Il Provost Marshall era il responsabile del coordinamento di tutti gli elementi implicati nel processo (di cattura, custodia e rilascio degli insorti) e alla correzione dello stesso”, citava il manuale. La brigata contava anche un esperto in Diritto, un ufficiale del Corpo Giuridico Militare, ma il protocollo delle detenzioni non assegnava loro nessuna carta decisiva. “L’Assessore Giuridico informava quando era richiesto sulla pertinenza della detenzione portata a termine e anche sulle azioni seguenti che seguivano” E’ stata resa nota solo una denuncia per maltrattamenti contro il contingente spagnolo. Quella dell’iracheno Flayed Al Mayali, che era stato fatto prigioniero, il 22 marzo del 2004, come cooperatore necessario nell’assassinio degli agenti del CNI, dei quali era il traduttore. Il 27 marzo oltrepassato il termine di detenzione di 72 ore, veniva trasportato a Bagdad. Quando a febbraio del 2005 libero da ogni carico penale e senza essere stato giudicato, usciva da Abu Ghraib rivendicando la sua innocenza in dichiarazioni rilasciate al EL HERALDO de ARAGON, assicurava che durante il suo interrogatorio nella Base Espana gli avevano messo un cappuccio e legato le mani e le spalle e lo avevano percosso. Di notte non lo lasciavano dormire e nel viaggio verso Bagdad lo avevano insultato e colpito con i fucili e aveva aggiunto che aveva ricevuto un trattamento inumano e degradante peggio di un cane. Le denunce di Al Mayali non sono mai state investigate dal Ministero degli Interni che gli ha proibito di entrare in Spagna e la Difesa neanche lo aveva informato della sua detenzione come era stato precetto dal Giudice dell’Udienza Nazionale, Fernando Andreu, nonostante che, appena un mese prima era stata archiviata provvisoriamente la causa per l’assassinio dei sette agenti del CNI a causa all’assenza del noto autore. Il generale Fulgencio Coll, che era al comando della Brigata Plus Ultra II e poi capo di Stato Maggiore dell’Esercito di Terra, assicurava che non aveva assolutamente ricevuto nessuna notizia che nella Base Espana veniva maltrattato qualche detenuto e ancora oggi stenta a crederlo. “Ho piena fiducia nelle persone che erano ai miei ordini”. Riconosce che la custodia dei detenuti non era una missione che piaceva ma bisognava farla. Le sue istruzioni erano quelle di eseguire quanto prima l’attestato e metterli nel primo convoglio per Bagdad. Mantenerli nella base era un problema aggiunto per un contingente che già era oberato di lavoro e non aveva rifornimenti per compiere tutte le missioni raccomandate. José Bono, Ministro della Difesa nel primo Governo di Zapatero assicura che dal momento in cui aveva preso possesso del suo mandato aveva avuto un filo diretto con il contingente spagnolo in Iraq e non aveva costatato che c’erano stati casi di maltrattamenti. “Non posso assicurare che non era successo prima ma sono convinto che al mio predecessore (Federico Trillo) non era arrivata questa informazione” aggiunge.
Bono che aveva altri motivi che lo preoccupavano. Il 18 aprile del 2004, Zapatero aveva ordinato la immediata ritirata delle truppe spagnole dall’Iraq. Bono aveva avuto una tesa conversazione con il capo del Pentagono Donald Rumsfeld – che gli recriminava di essersi interessato della notizia attraverso il segretario di Stato Collin Powell- e ancor di più tramite un contatto con il capo dell’Esercito di Terra, il generale Luis Alejandre che gli dava l’impressione di resistere a compiere i suoi ordini. La relazione con gli EE.UU non era stata recuperata fino all’uscita di Bush dalla Casa Bianca a gennaio del 2009 mentre lo scontro con Alejandre era stato portato a termine con la sua destituzione insieme al resto della cupola militare a giugno del 2004. L’operazione Jenofonte (la ritirata dall’Iraq) non era durata che 10 giorni come voleva Bono ma quasi un mese, ma il 21 maggio l’ultimo dei militari spagnoli incrociava la frontiera con il Kuwait. Per loro era chiaro che non venivano da una missione di pace come aveva sostenuto fino alla fine Trillo ma da un conflitto duro e crudele dal quale nessuno dei suoi principali protagonisti era uscito completamente immacolato. La condotta di un gruppo di barbari dell’uniforme protetti dalla impunità della notte e dalla mancanza di difesa della sue vittime non deve macchiare l’immagine delle Forze Armate e nemmeno insudiciare gli oltre 5000 militari spagnoli che avevano compiuto il loro dovere in Iraq, ma ignorare l’orrore può condurre solo a ripetere l’errore.

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