Burundi sull’orlo della asfissia

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Sabrina Carbone

In seguito alla somministrazione degli aiuti internazionali, il piccolo paese dell’Africa centrale ha dovuto far fronte alla pressione dell’inflazione. Una febbre rivelatrice dei mali più profondi. Dall’inizio dell’anno, il Burundi attraversa un difficile periodo. In primo luogo, il mercato centrale della capitale, Bujumbra, è andato in fiamme nel mese di gennaio. Tra l’altro questa sede del commercio rappresenta il 80% delle transazioni commerciali del paese. A metà febbraio, l’inflazione ha iniziato ad essere dilagante. La mancanza di riserve di valuta estera, le scorte di carburante sono state esaurite in pochi giorni, più di tre quarti delle stazioni di servizio hanno chiuso a Bujumbura. Un litro di benzina sul mercato nero era salito a 4.000 franchi burubundesi (circa 2 euro), il doppio del prezzo alla pompa in tempi normali. L’argomento è così sensibile che l’Assemblea nazionale ha approvato una legge, lo scorso 3 aprile, la quale vieta ai media di pubblicare le informazioni sulla valuta nazionale. Secondo Cyril Sigejeje, Direttore e Capo Esecutivo della gestione della Banca e del finanziamento, la causa principale dell’inflazione è stata la debolezza delle esportazioni, che coprono solo il 20% delle importazioni, secondo Faustin Ndikumana, Presidente della ONG Parcem, questo è uno squilibrio che pesa sulle riserve della valuta estera. Per rassicurare e combattere l’inflazione, le restrizioni sulle operazioni (deposito e prelievo) sui conti in valuta estera dei residenti sono state eliminate. Ma come ha spiegato Genevieve Buzungu, segretario esecutivo dell’Associazione delle banche e delle istituzioni finanziarie, questo tipo di azioni offrono un sollievo temporaneo. Per affrontare i suoi problemi strutturali, il Burundi ha dovuto affidarsi in gran parte ai donatori che finanziano circa la metà del bilancio dello Stato. Il paese ha recentemente raccolto 2000000000 € di investimenti per il triennio 2012-2015 dai suoi partner, tra i quali compare la Banca Mondiale, la Banca africana per lo sviluppo e l’Unione europea. Nel corso di una visita a Parigi, svolta a metà marzo, il Presidente, Pierre Nkurunziza, è riuscito a iscrivere il Burundi sulla lista dei paesi prioritari per l’accesso agli aiuti francesi.

Fatture

“Lo Stato fonda il proprio bilancio sulle previsioni degli aiuti, ma non sempre arrivano, sfuma Faustin Ndikumana. Di conseguenza, si vive al dì sopra dei propri mezzi. Risultato?: “Si continua a pagare i dipendenti pubblici, ma i loro conti sono stati sospesi per diversi mesi”, ha rivelato un imprenditore. Una prima stima che risale alla fine febbraio valuta che il deficit nel settore privato ammonta a 70 miliardi di franchi burundesi.
Un colpo duro e supplementare che ha colpito gli imprenditori. La crescita del PIL, che varia tra il 3% e il 5% dal 2004, non è sufficiente a compensare la crescita della popolazione. La carenza di energia è evidente: Solo il 3,5% della popolazione è collegata alla rete, una cifra che le autorità vogliono aumentare al 15% entro il 2015, grazie a due progetti idroelettrici sviluppati con i paesi vicini. Un’altra sfida per il settore privato, è “l’accesso al finanziamento bancario che risulta essere molto costoso. I tassi d’interesse si avvicinano al 20%”, osserva Marie Müque Kigoma Fruito fondatrice di una società di produzione di succhi di frutta. Fortunatamente, il Burundi ha fatto qualche progresso. Il rapporto del “Doing Business” 2013 della Banca Mondiale lo colloca tra i primi dieci paesi più riformati al mondo in termini di business. Consolata Ndayishimiye, Presidente della Camera Federale del Commercio e dell’Industria del Burundi, ha accolto con particolare favore l’istituzione di uno sportello unico per la creazione delle imprese: “Adesso è possibile aprire un business in 24 ore. “L’ultimo segno positivo, sottolinea: è l’integrazione economica all’interno della Comunità dell’Africa orientale (EAC)”. Un Booster di Crescita e di speranza.

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