I mille giorni degli ostaggi…La lunga marcia dei prigionieri del Sahel di Philippe Rochot

Mali Adrar des Ifoghas soldats français

03112012739-0011.000 giorni risuonano ancora nella mia testa come un calvario insopportabile. I nostri rapitori in Libano contro la nostra impazienza dopo cento giorni di detenzione avevano lanciato come un avvertimento: “100 giorni non sono molti devi restare con noi 1.000 giorni!”. Una durata inimmaginabile per un ostaggio che ogni ora aspetta con impazienza il momento in cui sarà rilasciato. I quattro ostaggi francesi catturati a Arlit in Niger, il 16 SETTEMBRE del 2010, sul luogo dove sorge la miniera di Areva (Daniel Larribe Marc Ferret, Pierre Legrand, Thierry Dol), attraversavano questa strada pericolosa, il 13 giugno, senza avere nessuna nota di speranza per un loro rilascio imminente. L’intervento dell’Esercito francese nel Nord Malì, era essenziale per impedire alle forze ostili verso Bamako di catturare nuovi ostaggi, naturalmente, ciò complicava la situazione, i contatti erano stati interrotti, le carte erano state rimescolate e soprattutto i rapitori di AQIM erano stati esortati a evacuare gli ostaggi verso zone più sicure. I militari francesi hanno dichiarato che hanno  “passato al setaccio” il nascondiglio minore dell’Adrar des Ifoghas, il rifugio degli ostaggi, una dichiarazione pretenziosa quando sappiamo che l’area è grande quanto la metà della Francia, hanno dichiarato gli Ostaggi nel sud della Libia senza che nessuno possa provare una simile affermazione. Un incubo per gli uomini indeboliti da mille giorni di detenzione, una “lunga marcia” nel deserto estenuante dove le differenze di temperatura, la scarsità dell’acqua spezzano la resistenza dei più duri. “Gli ostaggi sono probabilmente nomadi” sostengono gli esperti in una lingua molto esotica. Ma come è possibile resistere a una tale prova con dei carcerieri totalmente imprevedibili che hanno perso il loro leader, Abu Zeid, nell’offensiva dell’esercito francese e sfogano probabilmente la loro rabbia contro i detenuti? La paranoia ha dovuto cogliere i rapitori che temono di essere identificati dalle loro brevi comunicazioni telefoniche, di essere denunciati, o colti di sorpresa, e trascinano con loro i prigionieri che sono stati presi durante una imboscata. Per questo motivo hanno, probabilmente, dovuto separare gli ostaggi i quali ignorano la sorte degli altri. Tutto fa pensare che sono ancora vivi (tranne forse Philippe Verdon,che non fà più parte del gruppo di Arlit). Un ostaggio morto non ha alcun valore. La speranza è riversata sui mediatori poco conosciuti e poco impegnati. L’uomo d’affari della Mauritania, Mustafa Shafi, ha dovuto sospendere la sua missione dopo l’offensiva dell’esercito francese nel nord del Mali, e la morte di Abu Zeid. L’impegno di Francois Hollande che considera “impensabile dare i soldi a organizzazioni contro le quali siamo in guerra” ha lanciato un brivido freddo tra i parenti degli ostaggi che ora sanno che nessun riscatto sarà pagato. Almeno ufficialmente. Perché bisognerà sempre “dare qualcosa” agli intermediari o ai rapitori per ottenere la liberazione e la Francia non abbandonerà mai i suoi cittadini. Il rilascio della famiglia Moulin-Fournier, catturata in Nigeria e liberata due mesi dopo, lo dimostra. Il rilascio degli ostaggi è una causa nazionale. Nessun potere può essere revocato. L’impegno e la solidarietà del paese non possono essere misurati in poche centinaia di manifestanti che arrivano ogni settimana per esprimere la loro solidarietà a Nantes o a Marsiglia. L’opinione pubblica in Francia è disposta ad accettare un sacco di concessioni per gli ostaggi che fanno il loro re-ingresso. Ma i tempi sono cambiati. Oggi c’è un potere di irrigidimento che rifiuta l’escalation e i Governi stranieri monitorano da vicino l’atteggiamento della Francia, sospettata di arrendersi troppo facilmente alle richieste dei rapitori. Da qui la delusione delle famiglie che temono per la vita dei loro cari sacrificati in nome dell’anti-terrorismo. Abbiamo parlato del “tempo afgano” per gli ostaggi di Kabul. Possiamo parlare del “tempo del Sahel” per quelli del Malì. Le settimane e i mesi non contano per i rapitori che sono in attesa di giorni migliori per sapere a che prezzo finanziario e politico rilasceranno i loro ostaggi. Sono loro che decidono. E’ sempre sorprendente vedere che le frecce della critica sono rivolte al potere, ai parlamentari, ai giornalisti, accusati di non fare abbastanza campagna … mentre i carcerieri reali sono i terroristi di AQIM. E’ a loro che dobbiamo indirizzare le nostre critiche affermando che detengono degli innocenti e che devono porre fine al loro calvario. Penso al destino di Serge Lasarevitch, compagno di Philippe Verdon, Gilbert Rodriguez catturati nella zona occidentale del Malì e a Francesco Collomp rapito in Nigeria, e in attesa da mesi per il loro rilascio.

di Philippe Rochot Tradotto Sabrina Carbone

Font:http://philrochot.wordpress.com/2013/06/06/otages-des-mille-jours-la-longue-marche-des-prisonniers-du-sahel/

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