La solitudine degli anziani e il loro svantaggio

03112012739-001Sabrina Carbone

Il palazzo è fatiscente, come l’androne e le scale. L’odore di muffa trasuda e trapela dalle pareti. La facciata è giallognola oramai consumata a macchie dallo smog cittadino. Sembra di essere nel Bronx o a Manhattan, ma al contrario siamo in Italia. Qui vive Guido, è solo e vedovo, i figli mi ha spiegato vivono al Nord calcando l’accento sulla parola nord quasi a ricordarmi la obsoleta differenza tra meridione e settentrione, “I miei figli, sono emigrati per mancanza di lavoro altrimenti qui facevano la fame”, ha asserito. Guido ha una cicatrice che parte da sotto il pomo di adamo e scende verso il cuore. “Sono stato operato a Bruxelles, ho subito un rimpiazzo al cuore”, ha raccontato il nostro interlocutore il quale ha aggiunto: “Sono riuscito ad operarmi e a curarmi in maniera efficace grazie a un mio amico medico conosciuto per caso e il quale mi ha ospitato a Bruxelles. Un gesto davvero nobile e umano”, ha sottolineato. Io e Guido eravamo nello stesso supermercato, lui mi precedeva alla cassa, aveva comprato il necessario. “Ho una piccola pensione che accompagnata all’invalidità mi aiuta non a vivere ma a sopravvivere, tutto è aumentato e alla fine del mese arrivo a stento, le medicine non sempre sono esente ticket, e le devo pagare”, ha precisato. All’uscita dal supermercato, Guido era ancora all’ingresso, portava il suo bastone e la borsa della spesa. Nei suoi occhi era possibile leggere la sofferenza e la solitudine che ahimè subiscono tanti anziani. Avevo fretta, dovevo sbrigare anche altre commissioni, troppe volte a causa del tran tran quotidiano non ci accorgiamo che qualcuno ha bisogno di noi. Mi sono girata verso Guido e ho chiesto: “Posso aiutarla?”. Guido ha risposto: “Signora non voglio rubarle il suo prezioso tempo”. In quel momento la clessidra aveva smesso di scandire i secondi, i minuti e le ore, il tempo non aveva più conto io dovevo e volevo aiutarlo, dalle sue scarpe ho anche capito che era poliomelitico, ipotesi che durante il nostro percorso Guido mi ha confermato. Di primo acchitto non voleva accettare il mio supporto, perchè aveva timore di abusare del mio tempo dal momento che lui andava piano. Ma io non ho tentennato, ho preso la mia spesa e quella sua e l’ho accompagnato tenendolo sotto braccio verso casa. “Vedi questo spartitraffico?”, mi ha fatto notare Guido, “Prima non c’era, e io tornavo a casa più velocemente, tagliavo la strada, imboccavo un vicolo cieco e in pochi minuti ero già arrivato. Adesso devo per forza allungare il tragitto e costeggiare tutto lo spartitraffico per arrivare a destinazione”. Dentro di me pensavo è come parlare a mio nonno che non ho mai conosciuto, lo vedevo contento per aver ricevuto tanto nobile aiuto. Arrivati sotto casa Guido mi ha ricoperto di mille e infinite grazie e ha aggiunto: “Oggi sono stato fortunato a incontrare te, chissà tu con questa nuova generazione se avrai la mia stessa fortuna”. Ho abbassato gli occhi perchè mi sentivo piccola, e ho detto solo due parole: “La vita è come uno specchio, quando guardiamo i bambini ricordiamoci di essere stati anche noi come loro e diventando adulti e guardando gli altri che stanno diventando anziani, ricordiamoci che anche noi arriveremo alla loro età. Guardando un anziano, proiettati nel futuro ricordiamoci che anche noi arriveremo a quella tappa, e un gesto umile verso il prossimo non si nega a nessuno, gli altri sono il nostro specchio”.

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