Le donne sieropositive in Iran, sono vittime dell’ignoranza

Sabrina Carbone

briridLe autorità iraniane hanno recentemente espresso preoccupazione per una nuova ondata di infezioni di AIDS. Una nuova preoccupazione in un paese dove la prevenzione ai rischi di trasmissione della malattia è rara e dove i giovani hanno rapporti sessuali sempre più frequenti. Per le donne infette da HIV, la vita può diventare un inferno.

“Molte donne sono abbandonate dai loro mariti”

Mehdi lavora in un centro di assistenza a Alborz, un ente di beneficenza che aiuta le donne e i bambini infetti dal virus dell’AIDS nella città di Karaj, e organizza laboratori didattici sul tema. Il novanta per cento delle donne che risiedono nelle zone povere del Karaj e alla quali forniamo assistenza ha contratto il virus dai loro mariti, i quali a loro volta lo hanno contratto durante il periodo di detenzione, durante il quale hanno usato le stesse siringhe per drogarsi e hanno condiviso gli aghi, per farsi i tatuaggi, con persone infette. Altre invece sono donne eroinomani e sono state infettate dopo lo scambio di aghi contaminati. La maggior parte sono abbandonate dalle loro famiglie. Quando i loro mariti muoiono a causa della malattia, cerchiamo di trovare loro un lavoro o una fonte di reddito (Il Governo iraniano fornisce farmaci gratuiti ai malati di AIDS) in modo da sostenere le loro famiglie. Nel nostro centro, cerchiamo anche di ripristinare la loro fiducia e tentiamo di non farle vergognare della loro malattia. La cosa più sorprendente è il comportamento dei medici e dei dentisti i quali, anche se sono informati sul virus, rifiutano di trattare le donne infette. Dove invece c’è il nostro intervento mandiamo queste donne a farsi vedere dai medici e dai dentisti disposti a collaborare con noi. Ma bisogna sottolineare che “un medico è stato duramente criticato dai suoi colleghi dopo aver aiutato una donna con HIV”. Il problema in Iran è lo stigma associato alla malattia. Per esempio, la comunità medica ha ostracizzato un medico donna di Karaj perchè lavora con noi e ha aiutato una madre sieropositiva a partorire in ospedale. I suoi colleghi le hanno detto che non aveva il diritto di farlo in un istituto frequentato da utenti non infetti. Fortunatamente, il bambino è nato sano e non ha contratto il virus. Facciamo tutto il possibile per impedire che i pazienti tentino il suicidio, una di loro, per esempio, ha cercato di darsi fuoco. Esistono anche casi di donne che, per vendetta, hanno trasmesso volontariamente il virus ad altre. In questo modo, si vendicano contro la società, che le emargina. In questo caso cerchiamo di stabilire un dialogo per placare la loro rabbia. Ogni mese, diamo a ognuna di loro 1 o 2 milioni di rial (circa 30 o 60 euro), allo scopo di soddisfare le esigenze delle loro famiglie ma solo se la madre e il bambino partecipano ai nostri incontri. Insegniamo loro ad affrontare la malattia e le incoraggiamo a parlare con la gente della loro situazione. Cerchiamo anche di trovare loro degli alloggi, e le invitiamo ad andare dai psichiatri. E poi, di tanto in tanto, offriamo gite, pic-nic e passeggiate.

“Le scuole rifiutano di insegnare agli studenti a usare il preservativo”

Elaheh aiuta anche il centro di Alborz. Il pubblico deve essere sensibilizzato fin dalla tenera età. Quando Mohammad Khatami era al potere (Presidente dell’Iran dal 1997 al 2005), c’era una grande campagna nelle scuole allo scopo di far conoscere i metodi di prevenzione della malattia. Ma questa iniziativa è stata abbandonata sotto la Presidenza di Mahmoud Ahmadinejad. Dopo tre mesi che ha preso l’ufficio Hassan Rohani, non è cambiato nulla. Quando chiediamo alle autorità il permesso di fornire informazioni su questa malattia nelle scuole medie e superiori, rispondono che si parla troppo di sesso. Il problema è che in Iran, i giovani fanno molto più sesso adesso rispetto a prima, (Secondo un recente sondaggio, il 40% dei ragazzi e delle ragazze hanno avuto rapporti sessuali prima dei 18 anni e tra questi il 40% ha avuto il primo rapporto a 14 anni).

“Al liceo, su 1.500 studenti interrogati, 19 hanno avuto un test positivo”

In un liceo (di ragazze) situato in una zona popolare di Karaj, volevamo fornire una educazione sessuale sull’uso del preservativo, ma la direzione ha respinto la nostra proposta. Abbiamo scoperto che in questa scuola, su 1500 studenti esaminati, 19 hanno avuto un test positivo. Delle quattro prigioni che sono presenti a Karaj, uno è dedicato specificatamente ai tossicodipendenti. Anche se molti prigionieri sono infetti da HIV, i funzionari del carcere continuano a permettere rapporti coniugali durante le riunioni. Gli uomini non usano il preservativo e inevitabilmente passano il virus alle loro mogli. Abbiamo parlato di questo problema al direttore del carcere, ma quest’ultimo ha risposto che questo non è di nostra competenza. L’Iran non dispone di statistiche precise sui danni della malattia: coloro che muoiono sono “ufficialmente” morti di un attacco di cuore. Su questo tema, le autorità fanno orecchie da mercante.link aiuo

Source:.france24

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