Chipilo: Il Messico italiano

Sabrina Carbone

1412448182_880402_1412632836_sumario_normalCari lettori oggi vi voglio raccontare una bellissima storia curiosa e che non conoscevo e della quale ne sono rimasta molto entusiasta è molto bella conosciamola insieme. A Chipilo tutti parlano strano. Qui, la minestra è menestra e i fagioli sono fasui. Quando i suoi abitanti si congedano non dicono arrivederci ma dicono ‘se vedon’. Perduta nel centro del Messico e incastrata nella terra azteca, questa Comunità con meno di 5.000 abitanti non parla né castigliano né nàhuatl: la loro lingua è un dialetto del nord-est dell’Italia, cioè il veneto, eredità di un’immigrazione che ha incrociato l’Atlantico alla fine del secolo. Mentre il dialetto dell’Italia è evoluto, la lingua di Chipilo è rimasta attaccata alle vecchie radici. “Quando incontriamo qualche veneto ci dice che parliamo come i loro nonni”, ha raccontato Javier Galeazzi Berra, proprietario di un ristorante alle porte del popolo. “E c’è gente che ci prende in giro perché dice che non è italiano. Certamente non lo è ma è la nostra lingua”, ha aggiunto prima di mettersi a ridere. In questo piccolo villaggio, soltanto a 15 chilometri da Puebla, sembra che gli anni non siano passati. A Javier, come a tutti i chipileños, il dialetto gli è stato insegnato dai suoi genitori, i quali a loro volta lo hanno appreso dai loro nonni e questi dai loro trisavoli. 1412448182_880402_1412451685_noticia_normalEra il, 2 ottobre del 1882, quando 38 famiglie di Segusino, un piccolo comune della provincia di Treviso, ai piedi delle Alpi, sono stati trasportati in Messico. La storia racconta che hanno comperato terreni, si sono dedicati all’agricoltura e al bestiame e si sono specializzati nell’arte di produrre formaggio. Su ogni lampione di Chipilo c’è dipinta una bandiera italiana. Qui, tutti si sentono veneti. Javier racconta che i bambini imparano il dialetto prima del castigliano e che sono obbligati a studiare lo spagnolo a scuola. Ma i chipileños non sono veneti solo nella lingua. Molti di loro sono biondi e con gli occhi chiari in una terra ibrida, tutti mangiano polenta – piatto del nord Italia a base di farina di mais e giocano a bocce – simili alle chiglie praticano questo diversivo in un dominio sabbioso. Hanno anche una collinetta chiamata Monte Grappa, in onore ai caduti italiani nella prima guerra mondiale. La statua di una vergine e un pezzo originale del volume italiano, regalo della loro cara terra, sorveglia il popolo dall’alto della collina. Una targa scritta in italiano cita: “Intriso di nobile italico sangue simbolo della patria lontana testimonio dell’eroismo italiano.

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