La musica classica incide sull’attività di alcuni geni

Sabrina Carbone per SEBAL

L’ascolto della musica classica incide sull’attività di alcuni geni, in particolare quelli implicati nella secrezione della dopamina, il neurotrasmettitore del piacere e della ricompensa. Ma l’effetto è riscontrabile soltanto sui soggetti che hanno l’orecchio abituato. Sembra che ascoltare musica classica abbia una conseguenza inattesa sui nostri geni. Infatti sembra che moduli l’attività di quei geni che implicano funzioni cerebrali, tra cui la secrezione delle dopamina, il neurotrasmettitore del piacere e della ricompensa, a condizione, tuttavia, che l’orecchio sia esercitato. Questa scoperta è stata fatta da un gruppo dell’università di Helsinki (Finlandia) partendo dal Concerto n°3 in G maggiore K216 di Mozart. Una pletora di studi aveva già dimostrato i numerosi effetti benefici della musica, suonata o ascoltata, sulla struttura e il funzionamento del cervello. Gli studi che riproducono le immagini cerebrali riprese in PET scan (tomografia con emissione di positroni) dimostrano, per esempio, che ascoltare musica causa cambiamenti del flusso sanguigno cerebrale. Ma controlla anche le emozioni e aumenta la sensazione di piacere, attivando alcune zone del cervello in particolare quella detta ”il circuito della ricompensa” e a cagione di ciò la musica oramai è utilizzata come strumento terapeutico in alcuni servizi clinici.

Tuttavia, i meccanismi molecolari e biologici all’origine di questi effetti rimangono ancora sconosciuti. È per questo che Irma Järvelä e il suo gruppo dell’università di Helsinki hanno condotto l’indagine. I ricercatori hanno preso a campione 48 persone di età compresa tra i 18 e i 73 anni, i quali hanno l’orecchio allenato all’ascolto della musica e un’istruzione musicale variabile, che va dal musicista al musicista professionale. Tutte queste persone sono state in seguito chiuse in una sala e hanno ascoltato per 20 minuti il Concerto n°3 in G maggiore K216 di Mozart.

In base ad alcuni studi effettuati in precedenza, venti minuti di ascolto infatti sono considerati sufficienti per avere un effetto considerevole. Alcuni campioni di sangue sono stati prelevati prima e dopo la seduta di ascolto e l’analisi del profilo dell’espressione dei geni è stato realizzato su questi prelievi. Alcuni giorni più tardi, solo il gruppo detto ‘pilota’ (15 partecipanti su 48) ha ripetuto di nuovo l’esperienza ma, questa volta, i soggetti erano liberi di fare tutto quello che volevano durante la seduta di venti minuti, eccetto ascoltare della musica. Anche in questo caso sono stati effettuati dei prelievi.

NEUROTRASMETTITORE

Quando i profili di espressione genetica hanno consegnato i loro risultati poco dopo, l’espressione dei geni del gruppo ‘musica’ era diversa, dopo la seduta di ascolto di Mozart, rispetto a quella del gruppo pilota, ma non in tutti. Soltanto i musicisti più esperti ‘esprimevano’ o al contrario ‘sotto-esprimevano’ alcuni geni. Uno di questi geni era implicato nella secrezione e il trasporto della dopamina, questo neurotrasmettitore che il cervello libera in occasione di un’esperienza che giudica ‘benefica’. Un altro gene era quello dell’alfa-sinucleina, noto soprattutto perchè svolge un ruolo nel morbo di Parkinson ma anche nell’apprendistato delle canzoni, nei volatili. Infine, presso i musicisti era poco manifesto un gene associato alla neurodegenerazione. Questi dati suggeriscono, secondo gli autori, un ruolo protettivo cerebrale della musica. Ma poichè l’effetto è stato riscontrato soltanto sui partecipanti esperti, i ricercatori hanno notato l’importanza che ha la familiarizzazione e l’esperienza musicale per indurre questi effetti benefici.

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