Debito: La bomba a scoppio ritardato italiana

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per  SEBAL company professional translation centre fonte Le Figaro

Italia Euro

Figaro/Analisi – Il periodo in cui i commentatori elogiavano ”l’audacia” del Presidente Renzi è finita. Jean-Yves Archer analizza la rischiosa situazione economica dell’Italia, e le prospettive che la aspettano all’orizzonte.

Jean-Yves Archer è un economista. Dirige il gabinetto Archer e gestisce il think tank di ricerca economica Archer 58 research. Laureato presso ENA (promozione 1985) ha conseguito la laurea in economia presso l’Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne. Per saperne di più visitate il suo sito

L’intensità della crisi greca e i suoi vari colpi di scena hanno occultato dagli schermi dei radar l’attuale situazione dei nostri vicini italiani. Che tuttavia merita attenzione. Ossia accortezza.

Abbagliati a suo tempo dall’audacia – alcuni direbbero dalla faccia tosta – del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, numerosi osservatori o analisti hanno pensato che questo paese, malato del suo debito (superiore al 132% del PIL) era sulla via di una remissione necessaria e salutare. Infatti, l’analisi rigorosa ha indotto a temperare questo cielo azzurro constatando che delle vere nuvole aleggiano sopra la penisola.

All’inizio, c’era la questione di una crescita debole. Secondo l’ISTAT (in italiano INSEE) il PIL è aumentato dello 0,3% nel primo trimestre del 2015 e ciò indica fortunatamente una frattura con la recessione degli anni precedenti. Non bisogna dimenticare che l’evoluzione del PIL è stata costantemente negativa: -2,3% nel 2012, -1,9% nel 2013, -0,3% nel 2014 e le prospettive per il 2015 sono all’altezza dello 0,7%. (Commissione europea e FMI). Sono poco più della metà delle previsioni previste per la Francia.

”Francia e Italia hanno un punto in comune pregiudizievole: la grande debolezza del livello degli investimenti e una morosità confermata dall’indice del clima degli affari nonostante le speranze di una ripresa in Europa”.

Conseguenza di quanto accaduto in precedenza, Francia e Italia hanno un punto in comune purtroppo poco propizio: la grande debolezza del livello degli investimenti e una morosità confermata dall’indice del clima degli affari malgrado le speranze di una ripresa in Europa che alcuni eventi internazionali (geopolitici, scossoni cinesi ecc.), hanno più corroso che corroborato.

Crescita e investimenti sono stati dunque quasi messi sotto lo staio lì dove opportunamente le finanze pubbliche sono meno degradate rispetto alla Francia. Quindi, mentre l’Italia presenta un’eccedenza primaria (saldo di bilancio al netto degli interessi sul debito) dell’1,6% (contro l’1,9% del 2013), il nostro paese presentava nel 2014, un deficit primario dell’1,47% contro il 2,1% del 2013 seriamente in contrasto con la media dei paesi della zona euro (-0,1%). Parallelamente il deficit italiano rientra ”nei canoni”: ossia è leggermente inferiore al 3% e rispetta quindi le norme europee.

A livello macroeconomico, la questione italiana in realtà proviene dalla dinamica del debito: questa è in effetti una variabile preoccupante che è evoluta così come segue: 122,2% nel 2012, 127,9% nel 2013 e 132,4% nel 2014. Le previsioni attese per il 2015 – secondo le varie fonti tra cui ECOFACE – sono del 134,2%. Il debito italiano è aumentato di oltre 12 punti del PIL in tre anni e questo a un ritmo raddoppiato rispetto a quello della Francia. Dal suo canto si avvicina, quasi al 100%: 98,5%.

Così, i nostri amici e vicini hanno un debito di oltre 2.200 miliardi e una sfida più complessa della nostra poiché i tassi con i quali il Tesoro italiano si rifinanzia sono superiori a quelli francesi.

L’Italia non rischia una crisi di illiquidità massiccia come la Grecia ma dei focolari sconnessi di insolvibilità pubblica e privata. ”L’Italia rimane vulnerabile a una perdita di fiducia sui mercati malgrado la maturità relativamente lunga del suo debito e poichè i residenti detengono la maggior parte (ndla: il 71%) limita il rischio di non rifinanziamento”. (Coface).

Parlando dell’insolvibilità privata, il governatore Visco ha perorato di nuovo la costituzione di una ”BAD bank”, in altre parole una struttura di scorporo a cui conferire i crediti difficilmente esigibili di molti grandi stabilimenti italiani. La Banca d’Italia ha accettato di quantificare questo rischio a 200 miliardi di euro.

L’Italia conosce infatti un aumento pregiudizievole dei crediti a rischio (quelli la cui scadenza a 30 giorni chiaramente non è stata rispettata) e sotto il termine ”di prestiti non efficienti” si nascondeva una somma di 185 miliardi a gennaio e di oltre 200 miliardi alla fine di maggio. In altre parole, l’Italia flirta con un rischio sistemico bancario: così, si dice che la UniCredit (la 2° banca del paese) abbia sul suo bilancio più del 14% di questi prestiti non efficienti. Di qui i risultati mitigati delle banche italiane in occasione dello stress test pilotato dalla BCE nel quadro dell’Unione bancaria.

Il Presidente Patuelli (Associazione delle banche italiane), con modi certamente rassicuranti, ha confermato ”l’esposizione molto bassa” degli istituti finanziari italiani al caso greco. De facto, è da molto tempo che il contribuente europeo – e dunque francese – ha compreso che oramai è esposto e dovrà eventualmente superare un’insolvenza.

La situazione è diversa per quanto riguarda il debito pubblico italiano che rappresenta il 10% degli attivi delle banche della penisola cioè 400 miliardi di euro. Così il giorno dopo il referendum organizzato in Grecia, i valori bancari quotati a Milano registravano un arretramento medio del 6,1% e questo significa che i mercati hanno stabilito una correlazione tra un quasi-certo aumento dei tassi obbligazionari – in caso di Grexit – e l’eventuale comparsa di una crisi di fiducia in Italia.

A causa di questa nuvola carica di elettricità, l’Italia ha adottato il 23 giugno il decreto legge ”Giustizia per la crescita”, il quale integra misure relative al diritto al fallimento e alle perdite sui prestiti di dubbia esigibilità. Questo decreto legge dovrà essere convertito in legge dal Parlamento dopo 60 giorni dalla sua adozione, come raccomandato dal FMI e dalla Commissione europea.

Per permettere alle banche di sostenere l’attività (fragile come esposto in precedenza) e evitare la contrazione del credito (”credit-crunch”), il dispositivo mira a constatare la perdita (sui prestiti di dubbia esigibilità) a partire dal periodo contabile di sopravvenienza (come nel caso dei nuovi prestiti non efficienti) e a dispiegare in 10 anni (invece di 5 come era prima) lo stock acquisito di prestiti di dubbia esigibilità. Se è stata adottata una tale operazione, ciò dimostra l’intensità del rischio sistemico bancario. La chiarezza finanziaria impone di misurare questo reale rischio bancario.

Altre riforme strutturali sono state intraprese in particolare quella del mercato del lavoro. Non sono state ancora tutte implementate. Ma sono stati adottati al consiglio dei Ministri (11 giugno 2015) dei decreti relativi alla semplificazione delle formule contrattuali (”Jobs Act”), alla revisione del regime delle funzioni del lavoratore e alla conciliazione dei ritmi di vita con quelli del lavoro.

Il Governo spera di abbassare il tasso di disoccupazione (12,7% e 41% per i giovani) soprattutto grazie agli aiuti forniti al nuovo CSI e grazie alla parità dell’euro che contribuisce a rilanciare le capacità esportatrici delle dinamiche PMI industriali del Nord in contrasto con i risultati molto mitigati del Mezzogiorno.

La disoccupazione, la questione lancinante e complessa dei flussi di immigrati in continuo aumento, sono sfide sociali e societarie che toccano questa Italia dubbiosa.

Una cosa è certa, grandi manovre (tipo fusione-acquisizioni) si profilano all’orizzonte come attesta (legge del 24 marzo 2015) la recente costituzione ”della società per azioni per la patrimonializzazione e la ristrutturazione delle imprese la cui sede è in Italia”.

Ognuno di noi sa che la politica accomodante (”easing quantitative”) della BCE non può essere a lunga scadenza. Ma, l’economia italiana ha innegabilmente bisogno di tempo, di molto tempo per consolidarsi.

Secondo il suo futuro funzionamento, la società vedrà alcuni investitori ”garantiti” (che faranno ricorso alle garanzie dello Stato) in funzione della loro partecipazione che potrà arrivare fino al 70%. Mentre il restante 30% rimarrà, senza garanzia, in possesso dei fondi per gli investimenti privati tipo KKR. In questa costruzione tangibile sono contenute le basi concettuali dell’Istituto di sviluppo industriale (IDI) a lungo diretto da Dominique de La Martinière e che ha contribuito alla risoluzione dell’affare Boussac.

Il 30 giugno, il Presidente Renzi ha dichiarato: ”Abbiamo realizzato un percorso coraggioso di riforme strutturali, l’economia si avvia verso la ripresa e l’ombrello della BCE ci protegge”.

Ognuno di noi sa che la politica accomodante (”easing quantitative”) della BCE non può essere a lunga scadenza. Ma, l’economia italiana ha innegabilmente bisogno di tempo, di molto tempo per consolidarsi mentre il contesto politico oramai è segnato da un’innovazione. In occasione della crisi greca, la scacchiera politica italiana ha rivelato che i partiti ostili all’euro ci sono in pratica virtualmente ma sono in netta maggioranza (Lega Nord, Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, Estrema Sinistra, una parte di Forza Italia, ecc.). Tutto ciò non mancherà di influenzare alcune scelte della maggioranza governativa o quelle dei creditori di un paese fuori dagli schemi a livello di procedure di salvataggio attualmente definite nella zona euro.

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