A Bora Bora, l’acqua dolce diventa rara e preziosa come la sua laguna

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per  SEBAL company professional translation centre fonte Scientce et Avenir

Bora Bora, ”la perla del Pacifico”, è occupata nella gestione attiva della sua risorsa di acqua dolce, che diventa sempre più rara a causa del cambiamento climatico.Bora Bora

RISORSE

La sua laguna turchese, le sue spiagge di sabbia bianca, i suoi bungalow su palafitta di fronte alla silouette nera del monte Otemanu… Da un lato, Bora Bora sposa le meraviglie dell’atollo corallino con la rugosità maestosa di un vecchio vulcano, il cui massimo sommitale di 727 metri sembra appeso alle nuvole. Dall’altro, l’afflusso annuo di circa 100.000 turisti internazionali su quest’isola di 9.600 abitanti, in uno spazio di 40 km2 isole comprese, ha richiesto di risolvere un problema più grave. ”Qui, bisogna creare l’acqua senza acqua”, ha riassunto Gaston Tong Sang, sindaco di Bora Bora dal 1989.14272496

TURISMO

”Le persone dicono che l’acqua è un regalo del cielo. Sì, ma non è abbondante”, ha spiegato con garbo l’eletto. ”L’acqua, è come un diamante, è rara. È una sfida che dobbiamo affrontare”, racconta questo ex ingegnere in ingegneria civile. Nato nel 1949 non ha conosciuto la presenza militare americana della Seconda Guerra mondiale e la costruzione del tracciato dell’aeroporto su un motu (isola corallina). In compenso, è cresciuto con l’apertura del collegamento Bora Bora-Parigi nel 1958, che ha segnato l’arrivo dei primi turisti. Nota a livello internazionale, l’isola conta 11 hotel di cui otto sono classificati di lusso (quattro e cinque stelle). E chi dice lusso, dice comodità. ”L’acqua potabile, c’è oramai da 25 anni a Bora Bora”, ha aggiunto orgoglioso il proprio sindaco, mentre alcune zone della zona urbana di Tahiti, l’isola che concentra i due terzi della popolazione polinesiana, ne sono ancora sprovviste dal rubinetto. La rete di risanamento che risale quasi a quindici anni fa collega tutti gli hotel costruiti sui motu. Per ottenere dopo il 2000 il prezioso ”padiglione blu” dell’Unione europea, senza dubbio è stata violata la laguna, principale attrazione turistica per gli ”honeymooners” (coppie in luna di miele) e celebrità dello show business.

Trattamento biologico e desalificazione dell’acqua di mare

”Per economizzare la risorsa, le acque reflue sono state ritrattate e rimesse nella rete come ‘acque industriali’ che possono essere utilizzate per la pulizia, l’innaffiamento, ecc.”, ha spiegato Tong Sang. Dovendo affrontare la stessa sfida di gestione oculata dell’acqua dolce, i dirigenti dei piccoli paesi insulari del triangolo polinesiano (Tuvalu, Tonga, Isole di Cook…) sono venuti a luglio a spigolare idee nel loro vicino francese. Fin dal loro arrivo, hanno percorso con un autocarro una strada secondaria fangosa per andare a visitare la stazione di depurazione. In un grande bacino, pale metalliche trattano una brodaglia di un brutto colore marrone, che passa in seguito in un altro bacino. ”Tutto il trattamento è biologico: si utilizza il potere dei batteri e la decantazione”, ha precisato Vincent Sturny, responsabile delle operazioni idriche nelle isole polinesiane, (filiale di Suez). Sparsi su quadrati di terra, i fanghi fungono da substrato per canne. L’insieme viene ripartito in concime per l’agricoltura e gli spazi verdi degli hotel. Quanto all’acqua, viene clorurata dopo la decantazione e quindi passa all’ultrafiltrazione e così può essere utile per qualsiasi tipo di lavaggio e di innaffiamento, economizzando così l’acqua potabile.

SPRECO

Campagne di sensibilizzazione e soprattutto una tariffazione al metro cubo hanno spinto gli albergatori (che pagano il 77% del costo complessivo per il 50% di consumo) e la popolazione a lottare contro lo spreco. ”A causa della siccità e con l’aumento del numero degli hotel, è stato necessario trovare una nuova soluzione, e la sola ovvia era la desalificazione dell’acqua di mare”, ha ragguagliato Sturny, la cui impresa privata ha ottenuto la delega di servizio pubblico nel 1990 per 40 anni. Bora Bora è stata così dotata gradualmente di tre unità nel 2001, 2006 e nel 2007 per raggiungere una capacità di produzione di 3.000 m3/al giorno cioè ”la più importante della Francia”, portando avanti una dinamica quarantennale. ”Viene utilizzata solo quando le falde si stanno esaurendo, perché è una tecnica costosa a livello di manutenzione e di energia”, ha ammesso il responsabile. Infatti, occorrono 3 m3 di acqua di mare per avere 1 m3 di acqua dolce e soprattutto 1 m3 di acqua dolce richiede con i mezzi classici 3,7 kW per diventare potabile, e l’osmotizzatore ne consuma 12.

Controversie sulla gestione dell’acqua

Quindi ”si cerca di ottimizzare il consumo elettrico con i pannelli solari” che soddisfano soltanto ”il 5% delle necessità dell’osmotizzatore”, ha ammesso Sturny. Il resto proviene dalle centrali termiche a gasolio. La sua impresa lavora anche su un progetto di produzione di 1 megawatt di potenza in biomassa. Ma la gestione dell’acqua affidata al privato irrita il segretario generale del partito Heiura-Verdi (ecologisti). ”Siamo entrati in un delirio del volere, in nome della creazione di posti di lavoro nel turismo, hanno accettato la confisca del dominio pubblico (la laguna), l’esaurimento delle risorse naturali (l’acqua) e per compensare tutto ciò è stata creata un’attività costosa per la Comunità (osmotizzatore)”, ha denunciato Jacky Bryant, l’ex Ministro dell’ambiente del Governo indipendentista di Oscar Temaru. ”La scelta del privato ha remunerato le grandi imprese”, ha deplorato quest’ultimo, ”e tra le Isole Sottovento, soltanto Bora Bora ha fatto questo”.

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