Servo funerario e scrigno ushabti di Khâbekhent

Dipartimento egiziano dei Beni culturali: Nuovo Impero (1550 – 1069 A.C)

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company professional translation centre fonte Louvre Museum

Il servo di Khabekhent e il suo cofanetto provengono dalla cripta inviolata della tomba di suo padre Sennedjem a Deir el-Médineh, aperta nel 1886. Gli artigiani del villaggio disponevano di poche statuette la cui qualità dimostra agiatezza sociale e competenza. Il cofanetto riprende la forma dell’antica cappella del Basso-Egitto. Sulla facciata decorata, il defunto respira il loto, e insieme alla sua sposa, lussuosamente agghindati, sono seduti sotto un chiosco. Lo stile è conforme alla decorazione ricca della piccola cripta.

(vedi foto qui Louvre Museum )

Oggetti funebri necessari

La statuetta di Khâbekhent ha il ‘classico’ aspetto del defunto, appare mummificato, avvolto da un sudario immacolato, e con le braccia incrociate. Indossa una parrucca imponente tripartita le cui tre grandi ciocche sono trattenute da nastri colorati. Un’ampia collana multicolore spiega le sue file di perle attorno al collo. Tra le mani ha una zappa. Sulle gambe, il capitolo VI dell’obbedienza, (Libro dei Morti) alla riga superiore cita: ”Khâbekhent, sedjem ash giustificato nella Sede della verità”. Il cofanetto, in legno stuccato e dipinto, è chiuso da un coperchio convesso, ha la forma della volta antica Per-Nou del Basso-Egitto, ed è munito di supporto. La sua facciata decorata riporta la coppia seduta sotto un chiosco in giunco, sormontata da due occhi udjat, (Occhio di Horo). Il defunto, che respira il loto, e sua moglie Iset, sono seduti entrambi su delle sedie a forma di zampe di animale, lussuosamente agghindati e accompagnati da iscrizioni che li identificano.

Oggetti rivelatori

La qualità artigianale dell’ushabti è una caratteristica ”dello stile” di Deir el-Médineh e dell’eccellenza delle produzioni del villaggio: corpo tozzo con una ricca policromia, accuratamente modellato, e con una particolare attenzione ai dettagli. Ciò dimostra l’agiatezza delle famiglie degli artigiani come quella di Sennedjem di cui Khâbekhent era uno dei figli. Questa opulenza è visibile nei cofanetti degli ushabti: così, Khâbekhent possedeva almeno quattro scatole conservate attualmente al Cairo, a Copenaghen, a Mosca e a Parigi. Lo stile di questi oggetti è conforme alla ricca decorazione che orna le pareti della piccola cripta di Sennedjem. Se, per natura, il servo è oggetto funerario, la scatola possiede una decorazione significativa: l’occhio udjat simbolizza l’integrità del corpo e il fiore di loto, l’eternità; il chiosco ricorda la tenda di purificazione dove il corpo veniva depositato prima della mummificazione. Una pratica funeraria tradizionale. Gli artigiani di Deir el-Médineh, indipendentemente dalla loro classe nella gerarchia del villaggio, non dimenticavano mai di mettere nella loro piccola cripta servi funerari, gli ushabti piccole statuette in legno o in terracotta il cui aspetto ricorda quello del defunto mummificato. Queste statuette, indispensabili, avevano l’unica funzione di servire il defunto sostituendolo in tutti i compiti, soprattutto in quello agrario, che gli spettavano nell’aldilà. Il loro modesto aspetto traduce una concezione complessa del destino post mortem legato alla necessità di donare cibo in combinazione con l’idea di una società rurale gerarchizzata e di una sopravvivenza sottoposta all’obbligo di attività agricole. A Deir el-Médineh, il defunto disponeva al massimo di una decina di statuette depositate in una specie di bara, in una scatola o a volte proprio nel suolo. Erano identificate da un testo scritto sia in una semplice colonna che dava il nome e i titoli del morto, sia sotto forma di capitolo VI dell’obbedienza, (Libro dei Morti). L’attrezzatura di cui sono fornite le statuette, cioè di zappe e di borse di semi, corrisponde a questi obblighi eterni.

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