L’agroecologia per salvare il clima

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company fonte Monde Diplomatique

Se le mucche mangiassero l’erba

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di Gérard Le Puill

Nel quadro della conferenza sul clima che è stata organizzata a Parigi, l’Unione europea ha riflettuto sul suo modello agricolo, che accompagna più che mai la globalizzazione liberale? Sviluppando l’agroecologia, un’idea nuova, la Francia potrebbe ridurre sensibilmente la sua emissione di carbonio pur producendo prodotti alimentari di qualità e in quantità sufficiente.

In linea generale l’agricoltura contribuisce al riscaldamento climatico più di quanto possiamo immaginare. Su scala mondiale, è stato stimato che il 14% della produzione agricola emette gas a effetto serra (GES). In Francia, questa proporzione aveva raggiunto il 21% nel 2012 (1). Il settore agricolo francese disporrebbe di un immenso potenziale di riduzione dei GES se uscisse dai suoi schemi per esplorare altre vie. Nel 2014, il Ministro dell’agricoltura aveva fatto votare “una legge per il futuro” allo scopo di promuovere l’agroecologia, che favorisce le pratiche virtuose le quali permettono di ridurre gli input chimici e il consumo delle energie fossili. Ma ciò implica profonde modifiche di approccio, che, per il momento, sono state attuate soltanto da una piccola minoranza di contadini e dimenticate nella risoluzione della crisi. Ciò prevede anche di rompere con la logica del libero scambio e dello produttivismo.

Alcuni esempi permettono di evitare di restare impassibili. Così, la tecnica delle semine senza aratura e sotto coperture vegetali permette allo stesso tempo di dosare il combustibile, limitare la liberazione di carbonio e arricchire il suolo di materia organica derivata da piante polverizzate quando viene avviata una nuova coltura. Ma, fino ad oggi, questa pratica è stata sviluppata soltanto quando il prezzo del petrolio è aumentato e quello dei cereali è sceso; due fenomeni che, di rado, hanno luogo allo stesso tempo.

Negli allevamenti di erbivori ruminanti produttori di latte e di carne, i migliori risultati economici li hanno ottenuti le aziende agricole che hanno ottimizzato la loro autonomia foraggera seminando miscugli adeguati di graminacee e di leguminose. I lavori del centro studi per uno sviluppo agricolo più autonomo (Cedapa) fondato nel 1982 da un gruppo di allevatori bretoni, tra i quali André Pochon (2), e confermati dopo dall’Istituto nazionale della ricerca agronomica (INRA), lo hanno dimostrato. Nei pascoli temporanei, questi miscugli possono essere costituiti da molte varietà di trifoglio con un pò di erba medica, alla quale possono essere aggiunti tre o quattro specie di graminaceae come loglio, la festuca e il dattilo. Il campo non ha di conseguenza bisogno di concimi azotati, poiché le leguminose captano l’azoto contenuto nell’aria mediante le loro radici e si nutrono, e ciò va a vantaggio anche delle graminacee che sono a loro associate. Questo sistema ecologico funziona anche per produrre grano se si associano al grano, all’orzo e al triticale semi di piselli proteici, favetta, soia o lupino, in funzione alla qualità del suolo.

Piantare alberi in mezzo alle colture

Agire in tal modo permette di limitare le arature, l’apporto di fertilizzanti azotati e i trattamenti chimici e riduce la produzione di mais destinato all’insilamento (cioè conservato in sili per nutrire gli animali, soprattutto i bovini). Per ridurre il carico di lavoro nelle aziende agricole, questo mais schiacciato e fermentato è da molti decenni il prodotto alimentare di base dell’80% degli allevamenti caseari. Poiché è molto energetico ma povero di proteine, per renderlo completo l’allevatore deve comperare grandi quantità di panelli di soia. Questa soluzione gli permette di produrre molto latte per ogni mucca, ma con un debole margine al litro. Il ribasso sensibile del prezzo del latte pagato al produttore — dal 15 al 20% nel 2015 — ha confermato l’estrema fragilità economica di questo sistema foraggero. Aggiungiamo che l’estensione delle superfici dedicate alla cultura della soia in Sudamerica per rispondere alle richieste dell’Asia e dell’Europa ha alimentato anche il disboscamento e l’aratura delle aree verdi in questa regione del mondo, e ciò ha accelerato il riscaldamento globale.

In futuro rendere le terre più resilienti di fronte alle conseguenze del riscaldamento — siccità, inondazioni e altri eventi climatici estremi — significa anche ricollegarsi alla predisposizione di barriere e allo sviluppo dell’agrosilvicoltura. Nelle zone destinate all’allevamento, le barriere sono preziose per proteggere gli animali dalle intemperie come anche dall’estrema calura. Anche i pozzi di carbonio, sono vettori di biodiversità e possono fornire il combustibile sotto forma di trucioli di legno che è possibile raccogliere in un periodo di rotazione agraria lunga, e ciò fa entrare questa gestione in una forma di economia circolare.

L’agrosilvicoltura consiste nel piantare una cinquantina di alberi per ettaro, indipendentemente che siano essi prati o lotti coltivati (3). Pratiche di agrosilvicoltura come i frutteti di mele a spalliera alta, o i castagni su lotti pascolati dal bestiame, sono esistiti in Francia per secoli. La castagna era allora un prodotto alimentare di base delle popolazioni di alcune zone rurali. Questo frutto, che si mangia soprattutto come legume, è stato trascurato a profitto del grano nel corso del XX secolo, ma in questo inizio del XXI secolo bisogna riconsiderare il suo posto nel nostro bolo alimentare. Il consumo annuale di castagne per ogni francese è di duecento grammi, considerando tutti i preparati; ci sono dunque margini di progresso. Il castagno offre e dà rendimenti corretti sulle terre povere, in pendenza e acide, il cui potenziale è troppo debole per sviluppare le cerealicolture. La sua presenza non impedisce la presenza di erba per fare pascere il bestiame. Le castagne non utilizzate per il consumo umano forniscono prodotti alimentari di scelta per le capre, le pecore e i maiali. Infine, la presenza permanente di questi alberi su un prato naturale o temporaneo aumenta la quantità di carbonio incamerato.

Ma l’agrosilvicoltura deve anche essere vista come una tecnica del futuro nelle zone di grandi culture. Le prove condotte dall’INRA da un quarto di secolo hanno mostrato che la presenza di alberi ben allineati su file distanti di una trentina di metri non riduce del tutto la produttività dei cereali. Può anche migliorarli in caso di grande calura evitando che si bruci, incidente dovuto ad un eccessivo calore che causa delle anomalie e la riduzione del grano. Inoltre, l’albero capta il carbonio e contribuisce alla biodiversità. Purifica le acque piovane che migrano verso le falde freatiche recuperando a fondo i residui di nitrati che i cereali non sempre assorbono.

Lottare efficacemente contro il riscaldamento climatico implica infine la riduzione del trasporto dei prodotti. Ciò suppone di rompere con l’importazione massiccia di frutta e verdura coltivate a migliaia di chilometri dal loro luogo di consumo. Un accordo di libero scambio negoziato all’inizio del decennio tra l’Unione europea ed il Marocco ci ha inondato di meloni, pomodori e di zucchine prodotti in questo paese, con un bilancio di carbonio disastroso, mentre l’irrigazione di queste colture di esportazione golose di acqua porrà sempre più problemi alle generazioni future dei marocchini, che devono importare i nostri cereali a un prezzo forte…
In precedenza, le fasce verdi erano zone di orticoltura distribuite intorno a tutte le nostre grandi città. Oggi, solo lo 0,5% dei terreni agricoli della regione Ile-de-France fa orticoltura, mentre il 50% della superficie di questa stessa regione è dedicato all’agricoltura, alla produzione dei cereali destinati all’esportazione che è predominante. Anche sulle terre più vicine ai mercati generali (MIN) di Rungis!

Tuttavia, la produzione alimentare al dettaglio tornerà a essere imperativa se vorremo ridurre il bilancio carbonio nel nostro cantone. Questo bilancio può anche essere ridotto da un consumo inferiore di proteine animali. Il pianeta non potrà nutrire una popolazione mondiale di oltre nove miliardi di esseri umani senza una riduzione sensibile del consumo dei prodotti a base di carne nei paesi sviluppati e nella maggior parte dei paesi emergenti. Inoltre, la crescita dell’allevamento industriale comporta la fornitura di un’alimentazione sempre più granivora per gli animali da macello e per le mandrie da latte, a cominciare dagli erbivori ruminanti. È utopistico pretendere che le mucche mangino erba?

Terminando con la XXI conferenza mondiale sul clima (COP 21) svolta in Francia, il 2015 è stato un anno allo stesso tempo paradossale e ingannevole sullo stato dell’agricoltura nel mondo. I raccolti di cereali, di semi oleosi e di piante saccarifere sono stati abbondanti nel 2014 e nel 2015, l’indice globale del prezzo dei prodotti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) è sceso di 155,7 punti nel mese di agosto del 2015, contro i 198,3 punti del mese di agosto del 2014. Questi volumi elevati di produzione sono stati ottenuti grazie alle condizioni climatiche favorevoli, nonostante una pesante tendenza al deterioramento del 40% dei terreni agricoli in tutte le regioni del mondo, cita l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). È stato sufficiente che l’offerta superasse leggermente la domanda solvibile nel corso dei dodici mesi per ridurre rigorosamente i prezzi di mercato e per indebolire numerose aziende agricole nel mondo, a cominciare da quelle che hanno bisogno dei mercati di esportazione per smaltire una parte della loro produzione.
In questo modo è possibile spiegare il ribasso del prezzo del latte di mucca, della carne bovina e della carne suina in Europa e in Francia, che ha provocato l’estate scorsa l’organizzazione di manifestazioni. Il calo ha toccato la produzione dei cereali per le stesse ragioni. Di fronte a questa crisi del mercato, la ricerca di soluzioni che hanno animato i dibattiti tra i vari partecipanti come i contadini, i trasformatori, i distributori e il Governo in Francia non ha portato a un equilibrio tra la domanda e l’offerta, ma a delle misure da predisporree per incrementare l’esportazione e per concentrare ulteriormente la produzione in previsione di economie illusorie di scala. La Federazione nazionale dei sindacati dei coltivatori (FNSEA) ha dovuto richiedere al Governo un piano di aiuti di 3 miliardi di euro in tre anni per ”modernizzare” l’agricoltura. Una somma sperata per finanziare i gruppi di produzione nell’allevamento dei suini, nei giovani bovini da ingrasso e, certamente, nella produzione del latte. Questo approccio suggerisce che la tanto contestata ”Fattoria dalle mille vacche”, nella baia di Somme, è un modello di competitività da promuovere. Una fuga in davanti che ignora le sfide ambientali, sanitarie e climatiche.

In questo tipo di allevamento, le mucche non vanno più al pascolo, e questa formula ”del pascolo zero” aumenta considerevolmente il bilancio di carbonio per ogni litro di latte prodotto. In mancanza di erba, gli animali mangiano più grano, e il rendimento del grano all’ettaro è nettamente inferiore a quello dell’erba e degli ortaggi. Questo modello implica anche il ricorso massiccio ai panelli di soia importati, mentre i foraggi prodotti nel raggio di venti o trenta chilometri devono essere anche trasportati da trattori e da autocarri su lunghe distanze. Questo tipo di allevamento può certamente produrre l’elettricità, attraverso la metanizzazione del letame. Ma questo metodo non ha nulla di ecologico, poiché impone di raddoppiare le superfici dedicate alla coltura del mais per scaricare direttamente nella fossa da letame la stessa quantità di quella che transita nella pancia delle mucche.

In un’epoca caratterizzata da un’offerta di prodotti agricoli appena superiore alla domanda solvibile, il mercato liberale mondializzato indebolisce a lungo termine un numero considerevole di aziende agricole. La politica agricola comune (Pac) si basa oramai su una concorrenza intracomunitaria fondata sul dumping sociale e ambientale, che va contro l’agroecologia. Peggio ancora, l’Europa non cessa di indebolire la situazione dei suoi agricoltori negoziando accordi bilaterali di libero scambio con i paesi terzi. L’apertura del mercato europeo funge da moneta di scambio nella ricerca di profitti nell’industria e nei servizi, dei settori che dispongono di potenti lobbisti a Bruxelles. Non è tutto ancora più grave è che, l’ampiezza aumentata dal fenomeno El Niño (aumento della temperatura dell’oceano Pacifico) potrà comportare nel 2016 e nel 2017 nuovi rischi climatici e siccità storiche. In mancanza di stock di cereali di sicurezza in quantità sufficiente nel 90% dei paesi del pianeta, sarà sufficiente che le perdite dei raccolti siano così importanti da assistere nuovamente a una vampata dei prezzi delle materie prime agricole e alle lotte alimentari, come è successo nel 2007-2008.

Il cambiamento o il disastro

Riscaldamento del pianeta, aumento degli oceani, inquinamento del suolo, dell’acqua e dell’aria: con le loro attività, gli umani sono diventati gli attori di una crisi ambientale senza frontiere di cui sono anche le vittime. La responsabilità degli incidenti, dello spreco o dei danni del produttivismo spetta principalmente ai paesi industrializzati, e quelli del Sud ne subiscono le conseguenze. Mentre i rappresentanti dei 195 paesi si si sono riuniti a Parigi, dal 30 novembre all’11 dicembre, per tentare di trovare un accordo nel quadro della XXI conferenza mondiale sul clima (COP21), pubblicato su Manière de Voir nel suo ultimo numero, una gamma di disordini planetari va ben oltre detta questione. Accompagnato da documenti, da una cronologia di impegni internazionali, di estratti di romanzi di fantascienza e di fumetti, questo numero lancia degli spunti di riflessione e mostra come la resistenza emerge dalle mobilizzazioni cittadine e dalle azioni dei militanti, spesso ancorate ai territori. Quindi, mentre si impone sulla terra a tal punto da lasciare una traccia geologica, l’umanità deve fare delle scelte per garantire la sua sopravvivenza: ridipingerà di verde un capitalismo che dovrà adattarsi alle costrizioni ecologiche o cambierà sistema cercando un nuovo rapporto con il suo ambiente?

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