L’economia e la lingua

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte Dualia Teletraducciones

Quello che abbiamo vissuto nel corso degli ultimi anni è una crisi globale che in futuro sarà studiata nei nuovi formati di apprendistato che certamente sostituiranno i manuali scolastici già obsoleti. Infatti, e anche se non è attraverso i manuali di Lázaro Carreter, questo periodo storico sarà oggetto di studio nelle scuole e dunque noi proveremo, tuttavia, a imitare il filologo e ex direttore della Real Academia spezzando una lancia a favore della parola. Dualia è consapevole che qualche volta nel campo della lingua, è utile cominciare dalla sua genesi etimologica, approfittando degli indicatori economici i quali insistono sul fatto che la stiamo recuperando. Così, la parola ”crisi” si conia dal termine greco krisis, che deriva dal verbo krinein (separare, decidere): una crisi suppone dunque una modifica profonda dell’ordine quotidiano, una rottura dell’ordine stabilito che implica un cambiamento che ha bisogno di essere analizzato. Questa crisi ha finalmente portato a una recessione economica a livello internazionale che ha superato a livello di gravità e di conseguenze la famigerata Grande Depressione degli anni trenta; con la quale mantiene comunque un certo parallelismo nel nostro paese, dal momento che ha lasciato, in questo periodo, vagare migliaia di persone, nella più totale incertezza. Tuttavia il confuso periodo degli anni trenta non è l’unico pregiudicato dalla crisi perché è paradossale che qualsiasi cittadino medio, forse nella prospettiva di una ulteriore gestione della lingua, abbia scelto di ridurre questi tempi fatidici soltanto a una ”crisi”. In realtà, possiamo capire l’adozione di questo riduzionismo meridiano se guardiamo al primo termine del DRAE (Dizionario della Real Academia Española): “Brusco cambiamento nel corso di una malattia” (di solito peggioramento). Ma è a partire dal sesto significato – ”Carenza, fame” – o dal settimo – ”difficile o complicata situazione” – che possiamo concepire anche la generica idea deleteria che continuiamo ad avere della scena attuale.

Il concetto di ”crisi” da luogo anche ad altre nozioni

Da un lato, la critica, l’analisi di qualcuno o di qualcosa allo scopo di emettere un giudizio, e dall’altro, il criterio, inteso come motivazione adeguata o, seguendo il DRAE come ”norma per conoscere la verità”. In pratica, una crisi, per definizione, ci impone di lubrificare la materia grigia e di rispolverare una parte del modo di pensare, apportando analisi e riflessione. Siamo quindi di fronte a due concetti di grande significato, la critica e il giudizio, ma oggi, a causa dell’idea stessa di crisi, sono spesso compromessi. La crisi ha coinciso con il consolidamento di un’era di comunicazione caratterizzata, tra l’altro, dall’esigente immediatezza nella diffusione dei messaggi, un automatismo che non garantisce nè il rigore e neanche l’affidabilità dell’informazione. Con il boom dei talk show televisivi (il formato che è cresciuto negli ultimi anni a causa del suo basso costo) i destinatari / spettatori che siamo abbiamo visto la rinascita del dibattito, a condizione che il suo livello di dialettica sia passato attraverso il setaccio dell’austerità, come risulta dalla presunta erudizione della sua schiera di assidui partecipanti, che sicuramente non hanno mai annoverato tra i loro quinterni color seppia letture da comodino. In questo modo così triste, la critica e il giudizio necessari per illuminare questi tempi bui spesso hanno limitato l’uso di luoghi comuni linguistici, come nella stampa sportiva, che mette sugli altari in un fatto giornalistico le opinioni dei giovani crack che senza conoscere la crisi economica divulgano il loro pensiero represso. Panem et circenses.

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