La crescita economica è compatibile con la tutela dell’ambiente?

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte Assistance scolaire

La crescita economica ha lo scopo di migliorare le condizioni di vita e di benessere della popolazione. Tuttavia, alcune delle sue conseguenze, come l’esaurimento delle risorse naturali o l’aggravarsi dell’inquinamento, hanno sollevato delle domande sulla sua sostenibilità a lungo termine. Ad esempio in che misura, i rischi legati al riscaldamento climatico per le generazioni future possono essere oggetto di una politica climatica da parte dei poteri pubblici?

1. Crescita economica e benessere: una relazione complessa

• Due secoli di crescita economica nei paesi sviluppati ha abituato i modi di pensare ad assorbire in maniera piuttosto ampia i beni materiali, il livello di sviluppo e di benessere. Se è vero che i progressi del consumismo nei beni e nei servizi hanno permesso di migliorare considerevolmente la copertura dei bisogni primari come anche dei bisogni secondari, la correlazione tra l’abbondanza dei beni materiali e il benessere degli esseri umani è oggi, nei paesi sviluppati, oggetto di analisi critica: gli studi dimostrano, infatti, che man man che aumenta la ricchezza, il grado di insoddisfazione della popolazione non arretra o, a volte, aumenta. A livello di speranza di vita, di mortalità infantile, di stato di salute, o di livello di istruzione, la correlazione degli indicatori di benessere con il grado di ricchezza materiale non è più verificabile oltre un certo limite (la speranza di vita alla nascita, ad esempio, è più alta in Francia che negli Stati Uniti, mentre il tenore di vita medio è più alto in quest’ultimo paese). Parlando in gergo economico, ”la produzione addizionale del benessere” della crescita economica diminuisce oltre un certo livello di ricchezza.

2. Da quali variabili dipende il benessere?

• Il benessere è multidimensionale e deriva dalla combinazione e interazione di quattro categorie di risorse, di quattro tipi di ”capitale”: naturale, quello fisico prodotto, umano, sociale e istituzionale.

• Il capitale naturale raccoglie tutte le risorse offerte dal quadro naturale. Generalmente suddivise in due categorie, le risorse rinnovabili e quelle non rinnovabili. Ad esempio, le energie fossili non sono rinnovabili, mentre le foreste sono risorse rinnovabili.

• Il capitale fisico prodotto copre tutti i mezzi di produzione e gli stock di prodotti destinati a un uso futuro. Concretamente, corrisponde allo stock di capitale accumulato dalla formazione di investimenti fissi lordi.

• Il capitale umano è una nozione introdotta, negli anni ’60, dall’economista americano Gary Becker. Comprende tutte le conoscenze e le attitudini acquisite dall’uomo, dove alcune sono trasferibili ad altre, in particolare con il sistema di istruzione. Inoltre comporta anche l’esperienza e le ”competenze” accumulate da ogni individuo.

• Il capitale sociale comprende le reti di relazioni interpersonali che sono a disposizione di una persona o di un gruppo sociale, e che si sono sviluppate allo stesso tempo sia nella sfera professionale che nella sfera privata. Questo potenziale relazionale è caratterizzato dalla sua densità (numero di relazioni) e dalla sua intensità (natura e frequenza dei legami).

• Il capitale istituzionale rappresenta le strutture sociali e politiche (Stato, giurisdizioni, amministrazioni, gruppi di interessi…) le quali possono avere delle conseguenze positive o negative sulla vita di ciascuno. Così, ad esempio, si pensa che le istituzioni democratiche siano, a priori, favorevoli alla divulgazione delle conoscenze, o che la sensazione di libertà che generano abbia degli effetti positivi sulle relazioni umane.

3. I limiti ecologici della crescita economica

• Il nostro modello di crescita economica mette in pericolo soprattutto l’ambiente. Uno dei problemi più gravi è quello del riscaldamento climatico del nostro pianeta, a causa delle emissioni di gas a effetto serra – in particolare il diossido di carbonio, prodotto in particolare dai mezzi di trasporto, dall’agricoltura, dall’edilizia residenziale e dai servizi come anche dall’industria manifatturiera. Un altro aspetto di questi danni all’ambiente è l’aumento dell’inquinamento atmosferico, in particolare nelle zone urbane, e il deterioramento della qualità dell’acqua (inquinamento chimico e batteriologico).

• L’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali costituisce un’altra fonte di preoccupazione per il futuro: esaurimento dei giacimenti energetici e delle riserve di minerale metallifero, risorse non rinnovabili, ma anche gli eccessivi prelievi sulle risorse rinnovabili (risorse alieutiche degli oceani, disboscamento…). Infine, i danni alla biodiversità inducono alla scomparsa di migliaia di specie di animali o di vegetali ogni anno, e rappresentano una minaccia per il futuro degli ecosistemi.

4. Verso un modello di sviluppo sostenibile?

• La nozione di sviluppo a lungo termine (o sostenibile come indica il termine inglese ”sustainable”) è stata coniata durante i lavori della commissione Brundtland nel 1987, sotto l’egida delle Nazioni Unite. Questa commissione ha definito lo sviluppo sostenibile come ”un metodo di sviluppo che soddisfa le necessità delle generazioni del presente senza compromettere le capacità delle generazioni future per appagarle”.

• Ma le condizioni concrete di applicazione di tale modello teorico sono oggetto di dibattito dove riappaiono le fenditure tradizionali della scienza economica. I teorici liberali pensano che sia possibile trovare, in futuro, risorse che sostituiscono quelle che sono in via di estinzione. Occorre dunque apportare delle innovazioni che saranno il seguito logico delle risorse in via di estinzione e favorire la sostituibilità di una forma di capitale (il capitale naturale) con un’altra (il capitale fisico prodotto).

• La corrente ecologica contesta questa concezione ”produttiva” dello sviluppo sostenibile, in nome del carattere insostituibile di alcune risorse e dell’irreversibilità della loro scomparsa. Questa corrente raccomanda un modello di crescita fondato sulla sostituzione delle risorse non rinnovabili con risorse rinnovabili allo scopo di preservare il capitale naturale. Per valutare l’incidenza delle attività umane sull’ambiente, alcuni calcolano il loro impatto ecologico, cioè ”la misura in ettari della superficie biologicamente produttiva necessaria per soddisfare le necessità di una popolazione di una data dimensione” – in altre parole il numero di ettari che permette di produrre risorse utili a questa popolazione e assimilare i rifiuti che produce. L’incidenza ambientale si calcola in riferimento allo stile di vita della popolazione studiata: quella di un americano del Nord è di 12 ettari, quella di un francese è di 5,2 ettari, quella di un Afgano è di 0,58 ettari.

• Su scala mondiale, l’incidenza media pro capite è di 2,3 ettari, mentre la disponibilità pro capite (biocapacità) è teoricamente di 1,8 ettari. La soglia di sostenibilità è dunque oggi in gran parte superata.

5. L’esempio della politica climatica

• La Comunità scientifica ha oramai dimostrato il legame tra il riscaldamento climatico e le emissioni di gas a effetto serra (GES), in particolare di CO2, dovute all’attività umana. Questo riscaldamento conduce, alla fine, all’arretramento della banchisa e dei grandi ghiacciai e all’aumento del livello degli oceani, mettendo in pericolo numerose regioni del mondo. Di fronte a questa minaccia, bisogna ammettere che i meccanismi spontanei del mercato non integrano questo costo ambientale, o questi costi ambientali negativi non computati. Le imprese internalizzano, infatti, nei loro costi e nei loro prezzi di vendita, questo danno al bene comune che costituisce il clima del pianeta. Per rimediare a questa situazione, i poteri pubblici dispongono di 3 strumenti principali: la regolamentazione, la fiscalità ecologica e il mercato delle quote di emissione.

• Le regolamentazioni consistono nel limitare o nel proibire le emissioni mediante la legge, attraverso l’istituzione di norme e di sanzioni in caso di inosservanza. L’arma fiscale, da parte sua, consiste nel far pagare il costo ambientale delle emissioni al produttore o all’utente tramite una eco-tassa che aumenta il prezzo dei prodotti: l’utente (impresa o famiglia) è incitato a scegliere i prodotti meno inquinanti poiché meno tassati. Infine, il mercato dei diritti di emissione, predisposto ad esempio nell’Unione europea dal 2005, consiste nell’attribuire ad ogni luogo di produzione ”il diritto a inquinare”, questo diritto può essere rivenduto in caso di mancato utilizzo. Le imprese più inquinanti sono costrette a comperare diritti oltre le loro quote, le imprese ”virtuose” traggono profitto dai loro diritti non utilizzati.

6. Questi strumenti quali effetti prevedono?

• Tutte queste misure non hanno avuto, fino ad oggi, un effetto significativo globale sui livelli mondiali di emissioni GES. Alcuni paesi hanno ottenuto dei risultati, come la Svezia, che ha imposto la carbon tax da oltre 20 anni. Ma l’Unione europea non ha sempre fiscalità ecologiche coerenti. Il mercato delle quote di emissione che ha predisposto non è efficace poiché le attribuzioni iniziali del diritto a inquinare sono state troppo generose, e il prezzo a tonnellata di carbonio è crollato, togliendo al meccanismo ogni carattere incitatore. D’altra parte, alcuni grandi paesi emergenti e gli stessi Stati Uniti rifiutano di aumentare le costrizioni che una politica climatica fa necessariamente pesare sulle attività economiche. E’ chiaro che, in queste condizioni, l’ultima relazione del mese di settembre 2013 del GIEC (gruppo di esperti intergovernativo sull’evoluzione del clima) sia stata, a riguardo, più pessimista rispetto al passato.

7. Conclusioni

La sfida ecologica è probabilmente la sfida del futuro più difficile da affrontare. Perché rimette in discussione le condizioni di vita e le formule di consumo delle popolazioni dei paesi sviluppati, e deve affrontare l’inerzia dei comportamenti e la resistenza dei potenti gruppi di interesse, sostenuti a volte dai lobbisti senza scrupolo. E deve anche confrontarsi con la capacità di omissione e di disattenzione di una opinione pubblica pronta a commuoversi davanti alle catastrofi ecologiche diffuse attraverso i mass media ma anche molto veloce a dimenticare la lezione. Infine, i paesi emergenti e i paesi poveri non trascurano di farci osservare che la preoccupazione ambientale è ”un lusso dei paesi ricchi” dai quali sono ancora molto distanti le popolazioni che, nel mondo, sono a volte ancora in lotta per la loro sopravvivenza materiale.

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