Verso una rivoluzione del nostro modello alimentare

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte Monde Diplomatique

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di Claude Aubert

Il modello alimentare dei paesi ricchi, nella storia dell’umanità stranamente, non è più generalizzabile. Quindi c’è bisogno di inventarne un altro che sia duraturo, sia in termini di salute che di tutela dell’ambiente. Lo stesso tipo di alimentazione si è imposto in tutti i paesi industrializzati, nonostante le differenze ereditate dalle tradizioni e legate alle risorse proprie di ogni paese. Ed è caratterizzato da:
• un’agricoltura che utilizza grandi quantità di input, in particolare concimi e antiparassitari;
• un’industria agroalimentare potente che propone sempre più alimenti trattati, spesso pronti al consumo, e che contiene additivi chimici;
• un’offerta straordinariamente differenziata, che non tiene più conto delle stagioni né dell’origine geografica;
• abitudini alimentari profondamente modificate.

Queste trasformazioni sono caratterizzate da tre elementi. Inizialmente con un’inversione della relazione vegetale/animale nelle fonti di proteine, esito di una forte diminuzione del consumo di cereali e di leguminose, e di una esplosione di quello della carne e dei prodotti lattiero-caseari. In seguito con un aumento considerevole dei consumi di grassi e di zuccheri. Infine con la raffinazione di numerosi prodotti (cereali, oli, zuccheri), che li priva di una buona parte dei loro componenti utili: vitamine, minerali e fibre.

Sempre più copiato dai paesi emergenti, questo modello alimentare non è più generalizzabile, per ovvie ragioni: le superfici coltivabili sono insufficienti (occorre da tre a quindici volte in più di superficie per produrre la stessa quantità di proteine sia sotto forma animale che sotto forma vegetale), il consumo di energia è molto elevato e il costo è esorbitante. Questa alimentazione d’élite contribuisce, inoltre, all’aumento dell’incidenza di numerose malattie, in particolare il cancro, le malattie cardiovascolari e il diabete.

A questo proposito, dobbiamo smetterla di dire che l’aumento costante della speranza di vita è la prova di una nutrizione adeguata. Questa è una considerazione artificiale, poiché il tempo è vicino al momento in cui noi e i nostri bambini subiremo forzatamente tutte le conseguenze dell’attuale modus vivendi (con la trilogia ”cibo pessimo”, sedentarietà e inquinamento), troppo attuale per aver già portato a un aumento della mortalità. Nel 2002, il bollettino dell’Organizzazione Mondiale della Sanità citava che: ”Stimiamo che entro il 2020 i due terzi del carico mondiale delle patologie saranno imputabili a malattie croniche non trasmissibili, che nella maggior parte dei casi chiaramente sono associate al regime alimentare. Il passaggio a un’alimentazione che comporta ulteriori derrate alimentari raffinate, prodotti alimentari di origine animale e i grassi gioca un ruolo fondamentale nell’attuale insorgenza dell’obesità, del diabete e delle malattie cardiovascolari, tra le altre affezioni non trasmissibili”

Ecologia e igiene

Quindi quale deve essere il modello di alimentazione del futuro? Si possono applicare alla propria ricerca tre criteri principali: ecologico, considerando i problemi di inquinamento e di limitazione delle risorse; sanitario, provando a definire il modello più atto a mantenerci in buona salute; storico e etnologico, osservando l’impatto del metodo di alimentazione di un certo numero di popoli sul loro stato di salute.  Indipendentemente dal criterio scelto, i metodi di alimentazione che si impongono sono sensibilmente gli stessi, e sono l’esatto opposto di quelli che si sono generalizzati nei paesi ricchi.

Occorre quindi ritornare all’agricoltura e all’alimentazione dei nostri antenati? Certamente no. L’agricoltura di domani, vicina al nostro senso di agricoltura biologica di oggi, dovrà infatti beneficiare di tutte le acquisizioni della scienza moderna per essere allo stesso tempo produttiva e duratura. Ma occorrerà cambiare il modello agricolo, mangiare molto meno carne, cessare di importare prodotti fuori stagione mediante interi aerei cargo (vedi p.22), riscoprire i prodotti alimentari completi e rilocalizzare numerose produzioni. Questo ritorno ai numerosi vegetali non vuol dire mangiare, come i nostri antenati, 600 grammi di pane al giorno. Neanche essere autorizzati (a mangiare), come carne, soltanto il bollito di gallina tutte le domeniche così caro a Henri IV. Il ritorno ai prodotti locali e a quelli di stagione non significa neppure meno diversità e autarchia. Dobbiamo sapere se sapremo fare questo cambiamento prima che una crisi mondiale ci costringa a farlo con dolore. Ma il posto progressivo preso dagli organismi geneticamente modificati (OGM), l’offerta di prodotti sempre più elaborati dagli industriali dell’alimentazione, e sempre più fuori stagione per la distribuzione, non incita a essere ottimisti. Nessuna riluttanza quindi da parte dei poteri pubblici quando bisogna opporsi alle lobby agricole e agroalimentari.

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