Nadhafa l’associazione arcobaleno di Souk Ahras rende viva la città

Sabrina Carbone

Sabato 30 agosto 2014, l’associazione Nadhafa con sede a Soukh Ahras, città situata circa a 500 km a est di Algeri, ha deciso di pulire e dipingere le scale di fronte la scuola Ibn Khaldoun nella zona dove hanno sede gli edifici scolastici. slide_365758_4158292_compressedCinque ore di lavoro sono state richieste per dare un movimento proprio e allegro a queste scale. “L’attività è durata quasi metà giornata”, ha precisato il Presidente dell’associazione, Abd Elmoumen Semida per Huffington post Algeria. Le fotografie del risultato, pubblicate inizialmente sulla pagina Facebook dell’associazione sono state condivise centinaia di volte dagli internauti algerini incantati dall’iniziativa.slide_365758_4158304_compressed Nadhafa (pulizia in Arabo) era inizialmente una pagina facebook, ha spiegato il suo Presidente, un commerciante di 32 anni. Creata il, 30 settembre del 2013, il suo obiettivo era quello di indurre gli abitanti della città a prendersi cura dell’agglomerato urbano, e questa pagina è diventata gradualmente un progetto più concreto. In meno di un anno dopo la sua creazione, l’associazione è stata approvata, il 25 maggio 2014, e attualmente conta più di 20 membri, ha aggiunto il suo Presidente. “La maggior parte di loro èsono studenti, due dei quali stanno preparando i loro dottorati”, ha confidato con orgoglio la stessa fonte. Approfittando dell’entusiasmo suscitato dalla loro prima azione, l’associazione ha annunciato sulla sua pagina Facebook un’altra azione di pulizia sabato, 6 settembre, nella zona Rue de Kala, sempre a Souk Ahras. Questa volta, Abd Elmoumen Semida conta sull’aiuto degli internauti. “L’azione delle scale è piaciuta a molti. Hanno visto le fotografie su Facebook e vogliono darci una mano”, ha dichiarato.slide_365758_4158288_compressed Nadhafa intende d’altra parte condurre nuove azioni di pulizia nella città, in particolare desidera dipingere altre scale. Gli abitanti lo hanno apprezzato, e i più motivati copieranno questa iniziativa.

SEBAL

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Minori soli e senza documenti passano dal Marocco alla Spagna

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Era solo. Ha otto anni ed è riuscito ad attraversare lo stretto di Gibilterra dopo due tentativi falliti. Sayid (nome fittizio) è arrivato a Algésiras dal Marocco dopo essere stato caricato su un autocarro. “Da quando era molto piccolo ha lavorato come carpentiere e anche se sembra impossibile, da bambino parlava già con i suo amici di voler arrivare in Spagna”, racconta Teresa Muro, impiegata presso la fondazione Sevilla Acoge. La fonte garantisce che Sayid non ha mai rivelato a suoi genitori di voler percorrere da solo i 14 chilometri che separano Cadix dal nord del Marocco. Il caso del giovane è uno dei tanti i cui protagonisti sono centinaia di minori immigrati che arrivano sulla costa andalusa. Le cifre che ha trattato l’Assemblea parlano di 210 minori nel 2013 e i quali hanno ricevuto un’accoglienza familiare di emergenza, una modalità speciale indirizzata ai bambini fino a sei anni sui quali occorre intervenire immediatamente e ogni anno sono più di 120. Fatima, è l’ultima ad essere arrivata questa estate senza suo padre a Tarifa in una misera imbarcazione insieme ad altre otto persone ed è stata battezzata con il nome di Principessa, dal personale che si è occupato di lei. Sia la Croce Rossa che l’Assemblea garantiscono che questo caso è assolutamente eccezionale data la sua precoce età, ma non è l’unica tra i minori ad aver fatto questa traversata da sola. Questo giovedì, un poliziotto nazionale ha liberato a Tarifa due bambini, di otto e nove anni, che provavano ad entrare in Spagna nascosti in un camper, mentre un altro, era nascosto insieme ad un adulto nella turbina di una barca di Tangeri. Il protocollo dei minori stranieri non accompagnati (MENAS) che è applicato in questi casi è coordinato dal Ministero del Lavoro e della sicurezza sociale e ha contato alla fine del 2013, 2.800 minori registrati. “A partire dal primo momento sono dispensati dall’assistenza sanitaria, ricevono pasto e abiti, i Governi autonomi trattano la loro accoglienza e li fanno entrare nei centri di tutela dei minori. In modo simultaneo cercano di individuare i loro genitori e se è possibile risalire alla loro origine, viene comunicato al consolato dei propri paesi “, ha spiegato Juan Luis Moreno, docente di Diritto della Uned e contabile di Cadix per 22 anni. La questione invece diventa più complessa quando le origini non possono essere determinate, perché l’immigrato ha un’età superiore ai 18 anni e il trattamento che riceve è quello di un adulto in situazione irregolare. “Per determinare l’età dei minori senza documenti bisogna andare all’ospedale, e con un protocollo viene avviato il processo di analisi del gomito e dell’osso metacarpiano. Successivamente i medici stabiliscono la loro età con un margine d’errore di sei mesi“, ha spiegato Moreno. Lo scorso mese di luglio, il tribunale supremo ha proibito di sottoporre tutti i minori a queste prove in modo sistematico. Se sono sprovvisti allora sono sottoposti all’esame, in caso contrario non possono essere fatte analisi senza una ragione che lo giustifica. Dopo che ha avuto luogo questo iter burocratico se sono più piccoli di sette anni allora sono affidati a una famiglia di accoglienza, come è successo con Fatima. In caso contrario, restano nei centri. “Se le loro famiglie non vengono rintracciate si procederà alla loro tutela da parte dei Governi autonomi e, nel caso in cui viene certificato che i genitori sono stati rintracciati, il giudice determina generalmente che devono tornare con loro”, ha spiegato nei dettagli Moreno.

Costa d’Avorio – Gli sfollati dell’Ovest temono il ritorno

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Sabrina Carbone

Nel mese di marzo 2013, l’ovest della Costa d’Avorio ha vissuto una serie di attacchi mortali con conseguenti spostamenti di persone il cui numero oscilla tra i 2.500 e i 3.000 profughi, ha reso noto il Consiglio norvegese per i rifugiati. Il 6 maggio scorso, meno della metà sono tornati a casa e la situazione della sicurezza resta precaria. Al Zilébly., un uomo è in piedi davanti a quello che resta del suo negozio, un altro mostra la TV, il generatore elettrico e l’antenna posti sul terreno insieme ai calcinacci. Attorno a lui, altri 16 edifici sono stati distrutti durante l’attacco al villaggio, del 13 marzo. Dieci giorni dopo, è stata la volta di Petit Guiglo, dove una ventina di edifici sono stati distrutti. I tetti delle case sono andati in fumo e le soffitte, dove veniva mantenuto il cibo, sono stati bruciati o saccheggiati. Oggi, in entrambi i luoghi dove sono stati implementati i due attacchi contano una decina di morti, poche persone hanno fatto ritorno a casa e le loro dimore cominciano a essere ripulite. In alcune camere le testate di legno sono carbonizzate. Una donna è tornata alla fine di aprile, ha raccolto i frammenti delle bottiglie di vetro sparse sul pavimento della sua casa, riutilizzando quelle poche cose rimaste intatte. Più di un mese dopo gli attacchi, la gente ha davvero paura di rientrare a casa. Secondo i funzionari del villaggio, solo il 10% è tornato a Petit Guiglo e sessanta a Zilébly su un totale di circa 300 persone. Gli abitanti del villaggio rimangono essenzialmente in Liberia, a pochi chilometri di distanza, e a Blolequin, 40 km da Zilébly.
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Andata e ritorno

“Non è semplice fuggire improvvisamente durante la notte mentre gli spari rimbombano in casa. Molti hanno paura di tornare. Alcuni vengono per due o tre giorni, lavorano nei campi e poi lasciano Blolequin. Non c’è più cibo qui, e dobbiamo fare andata e ritorno per mangiare”, racconta Anselmo Dande alloggiato a Zilébly. A Petit Guiglo, il capo del villaggio non è sereno. “Le FRCI [Forze Repubblicane della Costa d’Avorio e, NDLR] dormono nel villaggio e mi sento un pò più sicuro, ma ho ancora paura. Ciò che è necessario è costruire un campo militare qui, e solo allora saremo davvero in pace”, ha informato Basile Banto. Secondo Claude Koffi, il sottoprefetto di Blolequin le due comunità, erano protette entrambe da dieci FRCI al momento degli attentati. Da allora, il personale è stato aumentato, aggiungendo più di cinquanta uomini a ciascuno dei due villaggi, ha continuato. “Tra i 60 e i 90 soldati arriveranno tra due o tre settimane a Pinhou Diboké”, ha promesso.

Lacune di sicurezza

A Zilébly come a Petit Guiglo le FRCI gestiscono da oltre quindici anni i centri. Intorno a loro, nessun veicolo. A Zilébly una moto carbonizzata è stata accantonata vicino a un muro. Oltre ai soldati, alcuni in infradito, parlano sotto un albero, con il fucile a tracolla. Nella Lega ivoriana per i diritti umani (LIDHO), c’è preoccupazione per la mancanza di coinvolgimento delle autorità. “Le persone non vanno nella boscaglia sita a più di un chilometro dal paese. Il sistema di sicurezza non è sufficiente, non sappiamo dove andare, ha affermato Benedetto Ouahoulou Taha, il rappresentante della LIDHO Guiglo. Come risultato, le persone non hanno nemmeno il coraggio di andare a casa, non sappiamo se tutto questo è davvero finito. Source: http://www.jeuneafrique.com/Article/ARTJAWEB20130506162938/liberia-cote-d-ivoire-deplaces-lidhocote-d-ivoire-les-deplaces-de-l-ouest-dans-la-peur-du-retour.html

Burundi sull’orlo della asfissia

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Sabrina Carbone

In seguito alla somministrazione degli aiuti internazionali, il piccolo paese dell’Africa centrale ha dovuto far fronte alla pressione dell’inflazione. Una febbre rivelatrice dei mali più profondi. Dall’inizio dell’anno, il Burundi attraversa un difficile periodo. In primo luogo, il mercato centrale della capitale, Bujumbra, è andato in fiamme nel mese di gennaio. Tra l’altro questa sede del commercio rappresenta il 80% delle transazioni commerciali del paese. A metà febbraio, l’inflazione ha iniziato ad essere dilagante. La mancanza di riserve di valuta estera, le scorte di carburante sono state esaurite in pochi giorni, più di tre quarti delle stazioni di servizio hanno chiuso a Bujumbura. Un litro di benzina sul mercato nero era salito a 4.000 franchi burubundesi (circa 2 euro), il doppio del prezzo alla pompa in tempi normali. L’argomento è così sensibile che l’Assemblea nazionale ha approvato una legge, lo scorso 3 aprile, la quale vieta ai media di pubblicare le informazioni sulla valuta nazionale. Secondo Cyril Sigejeje, Direttore e Capo Esecutivo della gestione della Banca e del finanziamento, la causa principale dell’inflazione è stata la debolezza delle esportazioni, che coprono solo il 20% delle importazioni, secondo Faustin Ndikumana, Presidente della ONG Parcem, questo è uno squilibrio che pesa sulle riserve della valuta estera. Per rassicurare e combattere l’inflazione, le restrizioni sulle operazioni (deposito e prelievo) sui conti in valuta estera dei residenti sono state eliminate. Ma come ha spiegato Genevieve Buzungu, segretario esecutivo dell’Associazione delle banche e delle istituzioni finanziarie, questo tipo di azioni offrono un sollievo temporaneo. Per affrontare i suoi problemi strutturali, il Burundi ha dovuto affidarsi in gran parte ai donatori che finanziano circa la metà del bilancio dello Stato. Il paese ha recentemente raccolto 2000000000 € di investimenti per il triennio 2012-2015 dai suoi partner, tra i quali compare la Banca Mondiale, la Banca africana per lo sviluppo e l’Unione europea. Nel corso di una visita a Parigi, svolta a metà marzo, il Presidente, Pierre Nkurunziza, è riuscito a iscrivere il Burundi sulla lista dei paesi prioritari per l’accesso agli aiuti francesi.

Fatture

“Lo Stato fonda il proprio bilancio sulle previsioni degli aiuti, ma non sempre arrivano, sfuma Faustin Ndikumana. Di conseguenza, si vive al dì sopra dei propri mezzi. Risultato?: “Si continua a pagare i dipendenti pubblici, ma i loro conti sono stati sospesi per diversi mesi”, ha rivelato un imprenditore. Una prima stima che risale alla fine febbraio valuta che il deficit nel settore privato ammonta a 70 miliardi di franchi burundesi.
Un colpo duro e supplementare che ha colpito gli imprenditori. La crescita del PIL, che varia tra il 3% e il 5% dal 2004, non è sufficiente a compensare la crescita della popolazione. La carenza di energia è evidente: Solo il 3,5% della popolazione è collegata alla rete, una cifra che le autorità vogliono aumentare al 15% entro il 2015, grazie a due progetti idroelettrici sviluppati con i paesi vicini. Un’altra sfida per il settore privato, è “l’accesso al finanziamento bancario che risulta essere molto costoso. I tassi d’interesse si avvicinano al 20%”, osserva Marie Müque Kigoma Fruito fondatrice di una società di produzione di succhi di frutta. Fortunatamente, il Burundi ha fatto qualche progresso. Il rapporto del “Doing Business” 2013 della Banca Mondiale lo colloca tra i primi dieci paesi più riformati al mondo in termini di business. Consolata Ndayishimiye, Presidente della Camera Federale del Commercio e dell’Industria del Burundi, ha accolto con particolare favore l’istituzione di uno sportello unico per la creazione delle imprese: “Adesso è possibile aprire un business in 24 ore. “L’ultimo segno positivo, sottolinea: è l’integrazione economica all’interno della Comunità dell’Africa orientale (EAC)”. Un Booster di Crescita e di speranza.

Messaggio dei bambini del Ghana alle Nazioni Unite

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Sabrina Carbone

Poche volte le opinioni e i desideri dei bambini vengono ascoltati, e dimentichiamo che uno dei loro diritti di base è quello della partecipazione. I bambini hanno diritto a pensare alla politica e alle attività che riguardano il benessere, e se realmente esiste la volontà di lottare contro la povertà e generare lo sviluppo è fondamentale ascoltare la voce dei bambini e promuovere le loro idee. Nella seconda metà del mese di gennaio di quest’anno, per la prima volta due bambini del Ghana hanno avuto l’opportunità di rappresentare tutti i bambini del loro paese davanti alle Nazioni Unite. Quando Alexander e Hadijah, due adolescenti dei villaggi rurali del Nord e del Nord-est del Ghana sono stati invitati dal World Vision Ghana a proporre le loro idee su come migliorare lo stile di vita e ad assicurare i diritti dei bambini nel loro paese, entrambi non immaginavano di avere l’opportunità di condividere queste raccomandazioni davanti alla Assemblea delle Nazioni Unite e con il Vice Presidente del loro paese. Agli inizi di questo anno, vari gruppi e comitati dei bambini di tutto il Ghana si sono riuniti e hanno lavorato congiuntamente per stendere il proprio comunicato sulla situazione dei Diritti Umani in Ghana a proposito della revisione che le Nazioni Unite aveva redatto realmente sui diritti in questo paese. Alex e Hadijah sono stati scelti per andare a Ginevra allo scopo di presentare alcune raccomandazioni chiave che erano state accordate anteriormente tra tutti i bambini delle loro comunità. Il messaggio principale di Hadijah è nato dalla sua stessa esperienza: ” Alle bambine del Nord bisogna permettere di continuare la loro educazione. Quando avevo 10 anni nella mia classe c’erano meno di 5 bambine, il resto erano rimaste a casa per imparare ad essere delle buone casalinghe”. Dal suo canto Alex, ha manifestato la necessità che le voci dei bambini vengano ascoltate quando la comunità prende delle decisioni in rapporto alla protezione, alla salute, all’istruzione e a altri problemi che li riguardano direttamente. Il viaggio e l’esperienza di Alex e Hadijah ha rappresentato per tutti i bambini del Ghana la possibilità di essere ascoltati per la prima volta nei Forum internazionali e portare quindi le loro idee e opinioni davanti alle assemblee che prendono decisioni che li riguardano e poterle esprimere davanti ai Governi nazionali.

Algeria-Costantine: L’infanzia in pericolo per un pugno di soldi

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Sabrina Carbone

Il testo è chiaro: “Nessun datore di lavoro deve impiegare un bambino al di sotto dei 16 anni di età presso la propria sede di lavoro o sarà soggetto a delle severe sanzioni”. Tuttavia nella realtà quotidiana, è tutto il contrario. Alcuni ragazzini lavorano ovunque, per le strade, nei mercati, negli autobus e nei caffè. Hanno lasciato i banchi della scuola e hanno dedicato la loro esistenza alla vita attiva, a causa della loro povertà, dove, a volte parallelamente ai loro studi sono dediti al lavoro per aiutare le loro famiglie. Sono riversati sui marciapiedi, nei piccoli spazi pubblici, e tentano anche di giocare il ruolo dei “grandi” improvvisandosi “parcheggiatori e introducendosi nelle aeree per proporre agli automobilisti di parcheggiare, imponendo il prezzo del custode. I bambini che, con molta evidenza, devono ancora andare a scuola o giocare come tutti quelli della loro età, diventano “operai” andando contro ogni logica. Alcuni lo fanno per aiutare la loro famiglia, altri per avere un pò di moneta in tasca. Ognuno ha le sue buone ragioni per entrare nel mondo dei grandi e lavorare al loro fianco. Questa situazione drammatica è tollerata, dal momento che questi ragazzi lavorano davanti agli occhi di tutti, compreso quelli delle istituzioni incaricate a far rispettare il Codice del lavoro, senza che ci sia la minima azione contro i titolari che impiegano i ragazzini i quali sono autorizzati dai genitori ad andare a lavorare. “I genitori nella loro indigenza sono costretti a spingere i loro figli a riversarsi sulla strada per far fronte ai loro bisogni e anche a aiutare la famiglia”, testimonia un membro della Direzione dell’assistenza sociale, e tutto ciò è presto confermato da un ragazzo del posto che afferma: “E’ meglio lavorare degnamente che andare a rubare”. Vivere conservando la propria dignità, ecco l’alibi che accompagna spesso questo modo di lavorare per le strade, nei viali, nei parcheggi, nei cantieri degli edifici. La dignità spezza il corso normale della crescita dei bambini. Un assioma quasi inculcato dai diversi modi di sfruttamento dei cantieri che finiscono per convincere i minori di 16 anni a rimboccarsi le maniche per guadagnare il loro pane quotidiano onorevolmente.
Tuttavia ignorano che loro stanno commettendo un “crimine” contro una infanzia in difficoltà. I ragazzi precocemente professionisti sono così generati dalle famiglie povere, e sono introdotti nel mondo del lavoro dopo che sono stati espulsi dalla scuola. Troppo presto per raggiungere un centro sociale e non hanno altra scelta che quella di frequentare un ambiente ostile dove sono presenti tutti i flussi, come anche le altre categorie che si riflettono su quei ragazzi che in età scolare prendono durante le vacanze il loro secondo berretto. Alcune statistiche indicano che la cifra, che questo tipo di “lavori”, genera in Algeria è di oltre 300.000. I poteri pubblici minimizzano l’ampiezza di questo fenomeno, ma la realtà poggia su alcune scene che rappresentano la realtà quotidiana. I centri esperti, usano i servizi della forza lavoro dei ragazzi che sono stati posti sotto l’alta sorveglianza in questi ultimi anni della tutela attraverso i centri di indagine. Tuttavia è difficile determinare una cifra sullo sfruttamento di questa frangia, la cui età non rispetta la norma autorizzata e che nel contesto globale rivela un numero che supera in tutto il territorio nazionale i 300.000. A Costantine, fonti ufficiali stimano che fuori da quelle sfere dove il controllo resta impossibile, la frequenza relativa al lavoro minorile continua a essere debole grazie alla complicità sistematica dei poteri pubblici sul territorio. Una distribuzione molte volte contestata dalle associazioni che stimano che le inchieste non devono in alcun caso limitarsi ai grandi spazi, ciò vuol dire anche controllare le botteghe e le fabbriche. Tutto ciò conduce queste associazioni come anche l’opinione pubblica a certificare l’esistenza di un controllo quasi “neutro”. Le indagini devono essere elargite in tutti gli spazi dove il minore in gruppo o autonomamente tenta di proporsi ai servizi come anche ai perni della strada, nei mercati, o in altri luoghi pubblici. Senza omettere gli aiuti forniti ai commercianti ortofrutticoli e dei legumi a scaricare le “cassette” hanno precisato. Fidarsi delle classiche ronde di sorveglianza è un barometro che non rivela tutti i retroscena di questa attività infantile inaccettabile dalla buona società ma anche dalle leggi algerine in vigore. A tal proposito è noto che i dati esposti non coprono la realtà a causa delle indagini realizzate dagli ispettori del lavoro che non hanno tutte le latitudini del territorio a causa di molteplici fattori che danno accesso solo ad alcuni siti. I responsabili appellano a una mobilitazione pluridisciplinare che impegna la società civile, il sindacato attivo in seno alle fabbriche e ogni mezzo che ostacola ogni impiego abusivo che contrasta la legge sul lavoro.L’Algeria non ha certamente smesso di ratificare le convenzioni internazionali sul lavoro minorile. Tuttavia oggi, tutte le parti implicate nella lotta contro il lavoro minorile inferiore a 16 anni non risolve l’ampiezza che confermano i dati ufficiali. E’ per questo motivo che tutti gli incontri sono consacrati a questo soggetto convergente: “E’ necessario arricchire le leggi attraverso degli strumenti di controllo e di sanzione contro i datori che impiegano i minori e i quali non osservano le leggi in vigore. In qualche modo, dichiarare, quindi, una guerra agli avvoltoi che sfruttano la mano d’opera infantile”, hanno concluso i nostri interlocutori di quelle associazioni che militano per la protezione dei bambini. Resta il fatto che comunque, i poteri pubblici devono propendere prima su quella frangia sguarnita, ma anche brillante della scuola, priva di mezzi, che preferisce spendere le sue energie cerebrali in un ambiente sminuito, il quale sfrutta a oltranza.

Solidarietà alla famiglia Moulin-Fournier presi in ostaggio nel Nord del Camerun

Firmato Sabrina Carbone

Prendere in ostaggio le persone e servirsene come garanzia di incolumità e impunità, come mezzo di ricatto o comunque servirsene a propria difesa, è l’atto più ignobile che qualsiasi individuo può commettere. Nel 1949 la Convenzione di Ginevra aveva vietato esplicitamente le rappresaglie imponendo la protezione dei civili in tempo di guerra, ma nonostante ciò, questa forma di detenzione è ancora in atto. Con quale diritto un individuo si appropria della vita altrui e ne decide anche la sorte, dimenticando che chi compie certe azioni è lui stesso un individuo? La famiglia Moulin-Fournier, che ha 4 figli, insieme ai genitori e al fratello del padre sono stati rapiti il 19 febbraio di quest’anno nel Nord del Camerun, lungo una strada che porta al confine con la Nigeria. Due video della famiglia sono stati rilasciati il 25 febbraio e il 21 marzo. Come possono reagire i bambini a un simile choc? E’ la prima volta che i bambini francesi vengono inseriti in un simile contesto. I figli della famiglia Moulin-Fournier hanno 5, 8, 10 e 12 anni. Le reazioni rischiano di essere diverse dipende molto dall’età dei bambini. Quello di 5 anni non capisce bene cosa è essere presi in ostaggio. Quello di 10 anni realizza meglio la situazione, o il pericolo della presenza di un’arma. La separazione dai loro genitori rischia di essere molto traumatica. I genitori sono molto importanti per rassicurare i loro figli, il bambino di 5 anni può credere di averli perduti per sempre e per un bambino di questa età è un sentimento ancora più violento rispetto alla presenza di un’arma. I bambini hanno comunque subito questo impatto e la paura per i loro genitori. Nel corso di questi avvenimenti, l’unica cosa che li aiuta in termini di risorse è la loro fratellanza. La cosa che fa più riflettere in questo scenario dove gli ostaggi sono oltre che afoni e non hanno nessuna voce in capitolo sul loro destino è che i sequestratori considerano queste creature come oggetti, incuranti dello choc che può essere loro provocato.


Il Ministro degli Affari Esteri francese, Laurent Fabius, ha affermato che i membri della famiglia francese, compreso i quattro bambini, rapiti il 19 febbraio tra il Camerun e la Nigeria e detenuti dalla setta nigeriana Boko Haram, sono vivi. “Sì sono vivi” ha informato Fabius in una dichiarazione rilasciata a BFM TV/RMCC senza pronunciarsi sul loro stato di salute. E’ una notizia incoraggiante, anche se loro restano nelle mani dei loro rapitori.
Padre Giuseppe Maria della Comunità San Giovanni, ha ricordato che la famiglia Moulin-Fournier è molto cristiana, e a cagione di ciò gli altri cristiani hanno organizzato una novena a sostegno della famiglia tenuta in ostaggio dal Boko Haram. Padre Giuseppe Maria ha concluso la sua intervista affermando: ” Tutto concorre al bene, per quelli che credono in Dio. Li affidiamo alla protezione del Signore”.

Progetto UNDP: In Burundi i rifugiati e gli ex combattenti integrati nel Business

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Sabrina Carbone

Nel suo salone per parrucchiere alimentato da pannelli solari, Jean-Marie di 42 anni, offre le ultime acconciature alla moda e ricarica i telefoni cellulari a una clientela in crescita. Nei pressi del suo negozio, il ticchettio di otto macchine da cucire echeggia da una cooperativa di vestiti, mentre uno dei padroni, Adrian sorride seduto sulla porta. Sia Adrian che Jean-Marie vivono a Giharo, un piccolo villaggio vicino alla frontiera della Tanzania a sud-est del Burundi. Sono classici commercianti, di 40 anni, ma le loro vite non sono state sempre dedite alla produzione dei vestiti o al settore delle acconciature. Entrambi sono stati forzati ad abbandonare le loro dimore durante il lungo conflitto che ha catapultato il loro paese. Jean-Marie aveva trovato rifugio in Tanzania nel 1970. Adrian invece era stato forzato a emigrare in un’altra città in Burundi. Entrambi sono tornati nel loro villaggio quando la guerra stava per finire nel 2007. Sia Adrian che Jean-Marie hanno partecipato al progetto del PNUD che li ha aiutati a iniziare un business nuovo e di successo. Inizialmente il PNUD aveva dato a Adrian, a Jean-Marie e a altri 17.000 ex combattenti e a persone che erano ritornate alle loro origini, un lavoro di tre mesi aggiustando le infrastrutture danneggiate durante la guerra, o realizzando laterizi per costruire scuole o case per le persone vulnerabili. Adrian aiutava a restaurare i sentieri locali e Jean-Marie aiutava a restaurare un mercato. Oltre a ristabilire rapidamente l’economia locale i lavoratori percepivano un terzo del loro salario da una istituzione finanziaria. Quando i tre mesi di lavoro sono arrivati al loro compimento hanno potuto usare questi risparmi (che il PNUD li ha moltiplicati per tre offrendo in aggiunta la capacità e la consulenza per aprire un negozio) per abilitare associazioni di produttori e imprese. Oltre ai negozi per parrucchiere e alle imprese del settore dell’abbigliamento, i beneficiari hanno impiegato il programma per implementare fattorie, botteghe per la saldatura, mense e serramenta. “Da quando abbiamo aperto il negozio lo scorso anno, abbiamo avuto una grande richiesta di lavoro”, ha dichiarato Adrian. “La maggior parte del lavoro rientra nella confezione di divise scolastiche e di vestiti per signore che vengono smerciate al mercato” e ha aggiunto che la sua bottega offre servizio alla comunità dando lezioni di cucitura per alcuni giorni alla settimana. “Il mio sogno è di incrementare lo sviluppo, desidero aprire una seconda fabbrica sulla base del successo della prima azienda”. Il progetto comunque riduce le stigmate e l’aiuto agli ex soldati a reintegrarsi. ” Spesso gli ex combattenti e i rifugiati sono considerati come una minaccia per la pace, la stabilità, e lo sviluppo”, spiega Xavier Michon, direttore del PNUD in Burundi.”Questo programma ha promosso la riconciliazione della comunità e ha permesso agli ex combattenti, ai rifugiati e alle comunità di avanzare verso uno sviluppo destinato alla pace per tutti”. “Le persone temono coloro che vivono nella giungla, anche se fanno parte della famiglia”, chiarisce Sharon, ex donna soldato che ha trascorso alcuni anni lottando nella selva e che lavora nel progetto del PNUD per la ricostruzione stradale. “Quando sono tornata a casa le persone dicevano che eravamo selvaggi e assassini, ma da quando abbiamo cominciato a lavorare congiuntamente, non siamo più discriminati e sentiamo di appartere alla nostra aerea. Alabado è colui che mi ha dato il lavoro”, ha concluso. Jean-Marie è comunque entusiasta “Il PNUD non solo mi ha permesso di aiutare la mia famiglia, ma mi ha permesso anche di conoscere altre persone e di avere nuovi amici”.

Inviata una macchina ultrasuoni al più grande ospedale dell’Uganda

Sabrina Carbone

Northwestern University Feinberg School of Medicine gli studenti di medicina hanno spedito una macchina a ultrasuoni all’ospedale Mulago Makerere University di Kampala, in Uganda, è la prima e unica macchina a ultrasuoni dell’ospedale. Un regalo degli studenti dell’organizzazione Uniti per l’Uganda, i quali hanno raccolto circa 5.000 dollari in più di sei mesi per pagare le spese di spedizione della macchina. “L’Ateneo di Feinberg ha avuto un rapporto formale con l’Università di Makerere per diversi anni”, ha dichiarato Daniel Young, MPA, Vice direttore del Centro per la salute globale. “Ogni anno accademico, in media inviamo tra i 15 e i 18 tirocinanti dell’équipe medica in Uganda per rotazioni cliniche presso i loro ospedali universitari. Makerere è l’università statale di punta e qui vengono addestrati i loro medici migliori e gli scienziati medici, ma gli ospedali di insegnamento pubblico a Kampala sono spesso sovraffollati e scarsamente finanziati. Uniti per l’Uganda è uno sforzo meraviglioso realizzato dagli studenti di medicina per sostenere in modo piccolo ma significativo le cliniche e gli ospedali dove fanno tirocinio”. Uniti per l’Uganda è stato formato nell’autunno del 2012 come estensione del progetto di salute globale del secondo anno della studentessa di medicina, Sonja Skljarevski. Mentre è stato assegnato al lavoro del reparto di cardiologia Mulago Hospital, il più grande ospedale in Uganda, Skljarevski che ha allacciato stretti rapporti con i medici e ha valutato le esigenze del reparto. “Ho visto che con quasi nulla possiamo ottenere molto”, ha dichiarato. “Fanno uso di qualsiasi cosa che rientra nelle loro possibilità e mentre eravamo lì, ho pensato a quello che potevamo fare per loro. Il rapporto tra il Feinberg e il Makerere è stato ben stabilito, e hanno dato ospitalità a così tanti di noi che questo era un modo per dare loro un aiuto e ringraziarli per l’istruzione che hanno fornito”. Il Presidente della Associazione Uniti per l’Uganda, Skljarevski e i suoi due consiglieri, Thomas Carberry e Chelsea Williams, prevedono di valutare quali sono le esigenze dell’ospedale e raccogliere i fondi per alcune attrezzature da devolvere ogni anno. Anche gli studenti di medicina del secondo anno, Carberry e Williams hanno trascorso del tempo in Uganda facendo del volontariato nelle cliniche rurali.

mulago_250“Non è solo una questione di aiutare le persone e di mandare macchine ultrasuoni, ma lo scopo è quello di superare i problemi della comunità”, ha spiegato Williams. “In futuro, vogliamo vedere questo progetto espandersi verso altre opportunità globali all’estero. Ognuno ha questo attaccamento emotivo in base alle proprie esperienze di salute globale e abbiamo potuto portare avanti questo concetto nei vari luoghi dove è stato attuato il programma”. Oltre a ricevere donazioni individuali, il gruppo ha organizzato un torneo di dodge ball per una raccolta fondi lo scorso autunno. C’è in programma anche una serata al cinema nel mese di aprile. “Abbiamo fatto tutti dei progetti e il mio è andato molto più lontano di quanto pensavo”, ha aggiunto Skljarevski. “Il coordinatore del programma ha commentato: “All’nizio, ho pensato che il progetto era solo una formalità, come scrivere su un pezzo di carta e non mi aspettavo molto”, mentre adesso non riesco a credere che abbiamo intrapreso delle azioni che offrono a loro ciò di cui hanno bisogno. Questo spinge tutti noi a lavorare molto di più e a dare continuamente il nostro appoggio, senza mai tornare indietro”.

Ruanda: Attentato mortale a Kigali

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Sabrina Carbone

Un morto e otto feriti riporta il tragico bollettino, il quale informa che nella tarda serata di martedì, 26 marzo, a Kigali c’è stata l’esplosione di una granata lanciata nei pressi di un mercato vicino alla stazione degli autobus. Due persone sono state arrestate. L’attacco non è stato rivendicato. La granata è stata lanciata nel distretto di Kimironko tra la stazione degli autobus e il mercato fino al luogo dove di solito è parcheggiata la mototaxi. Questo è un posto molto affollato durante il giorno e soprattutto nell’ora durante la quale è stato registrato l’attacco dell’attacco. Ieri, in tarda serata, il quartiere aveva ritrovato la sua compostezza. Alcuni soldati erano di guardia in un angolo quasi deserto che non era più circondato. Solo una pozza di sangue sul pavimento era visibile, ma nessun danno. Il barman di un bar situato a pochi metri dal luogo dell’attentato, ha dichiarato che era dentro quando ha sentito l’esplosione. Poi è corso fuori e ha visto molti civili feriti che giacevano a terra. Ma è stato rapidamente respinto dalla polizia. Secondo il portavoce della polizia ruandese, l’attacco ha ucciso una persona e ha riportato otto feriti. Due persone sono già state arrestate dalla polizia, che non ha daato altre indicazioni sulle possibili motivazioni dell’attacco. Le ultime esplosioni realizzate con le con granate a Kigali risalgono agli inizi del 2012 e almeno due persone sono morte oltre ai diversi feriti. Questi attacchi sono stati attribuiti, secondo le autorità, ai dissidenti e ai ribelli hutu FDLR installati nella RDC orientale. Un’altra serie di attentati nella capitale erano stati verificati anche nel 2010 in occasione delle elezioni presidenziali. Tutti questi attacchi hanno avuto luogo in zone affollate.