VINCENZO DI GIOSAFFATTE: LA RACCOLTA INTERNAZIONALE

di Sabrina Carbone

LA-RACCOLTA-INTERNAZIONALE-200x280“Negli anni ’60 – ’70 uno staff affiatato di valorosi docenti tra i quali i compianti Gianfranco Trucchia e Roberto Bentini, coordinato dall’allora Direttore Serafino Mattucci, svolse impegnative iniziative didattico-artistiche delle quali resta ancor oggi ampia documentazione nell’Istituto. Successivamente con il ruolo di Preside, ereditando l’entusiasmo e l’amore per l’arte dei docenti e direttori che mi avevano preceduto e con l’incisivo apporto di tutte le componenti scolastiche, abbiamo realizzato iniziative che hanno consentito la salvaguardia della scuola stessa e la conquista di una sempre più qualificata immagine a livello nazionale e internazionale del “Grue”. Tra esse in primo ordine di importanza, la Raccolta Internazionale, avviata nel 1986 in occasione della celebrazione dell’80° anno di vita della Scuola che ora viene affidata alla comunità castellana perché voglia averne cura, ampliarla e farne sempre più un centro di riferimento per gli artisti della ceramica di tutto il mondo”, Vincenzo Di Giosaffatte.

 

LA RACCOLTA INTERNAZIONALE come oggetto di studio e di riflessione

 

L’arte e la cultura hanno un ruolo speciale in ogni società. Entrambe favoriscono la libertà di espressione, promuovono la pace e lo sviluppo sostenibile. Il valore culturale gioca un ruolo decisivo in progetti di collaborazione internazionale. Nel cuore di un abetaio e in un’atmosfera serena, sorge il Liceo artistico per il design F. A. Grue, custode della Raccolta Internazionale promossa e ideata dall’allora Preside, Vincenzo Di Giosaffatte. L’eco artistico richiama un pubblico appassionato di ceramica ed è una locomotiva per coloro che sono poco inclini a questa materia. Un richiamo che rende sensibili verso il lavoro oculato e riguardoso che è stato fatto per portare a compimento la collezione. Un beneficio che non è destinato solo agli eredi ma supera i confini. E’ necessario sottolineare come un pezzetto di argilla, plasmato dalle mani dell’artista assuma forme diverse e con un gioco di colori completi l’arredo. Un vettore quindi di comunicazione e di scambio culturale, etnico e artistico.

La collezione è il Cicerone che accompagna il visitatore nella scoperta di un mondo nuovo, arricchisce il bagaglio culturale ed è un punto di riferimento costante per tutti. Nel bouquet di autori, emergono nomi come gli artisti italiani Ernesto Treccani, lo stesso Di Giosaffatte Vincenzo e Tommaso Cascella, il giapponese Tatsunomi Kano, Verena Hann di Berlino, Charlotte Hastin di Copenaghen, e altri interpreti che hanno appoggiato e favorito l’idea della Raccolta Internazionale donando una loro opera al suo fondatore. Le opere collocate nella collezione sono 282 e all’idea si sono unite anche diverse istituzioni scolastiche come: l’Istituto statale d’Arte di Avellino, di Castellamonte (To), di Chieti, il Liceo artistico per il design F.A. Grue di Castelli, o la Schule fur Gestaltung di Berlino e l’Associazione culturale Italia-Ungheria di Budapest. Nel catalogo realizzato per la Raccolta Internazionale, l’editore Domenico Verdone cita: “Un grappolo di case e poche anime, Castelli è per antonomasia il paese delle ceramiche dove un popolo minuto riuscì a raccogliersi intorno ad un progetto collettivo e inventò il suo futuro”. Concludendo allargo un invito a tutti a visitare Castelli per conoscere la sua tradizione, per avere un approccio con il Liceo artistico per il design ‘F. A. Grue’, per ammirare la Raccolta Internazionale e farne un punto di forza, di riflessione e oggetto di studio. Ringrazio, Maddalena Verdone in Di Giosaffatte per avermi introdotto in questo percorso artistico.

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L’Università non prepara a cercare lavoro: la maggior parte degli studenti ricorrono ai loro contatti

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte El economista

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Non insegna agli alunni a preparare un CV e neanche un colloquio di lavoro

I laureati affermano che l’università gli offre ”poco” nell’acquisizione di competenze in relazione alla ricerca di un posto di lavoro e i contatti personali sono, con una grande differenza, il mezzo al quale ricorrono di più per trovare un impiego, secondo il ‘Barometro capacità di impiego e di occupazione degli universitari in Spagna, 2015’. Queste sono alcune delle conclusioni di questa relazione, presentata questo giovedì, 11 febbraio, a Madrid, effettuata congiuntamente dal CRUE, la Cattedra Unesco e l’opera sociale Caixa, che ha disposto la partecipazione di 13.006 laureati – il 10% del gruppo 2009-2010-, che provengono da 61 università spagnole, pubbliche e private, presenziali e semi-presenziali. Sulla preparazione per la ricerca di lavoro, il direttore della Cattedra Unesco di gestione e politica universitaria, Francisco Michavila, ha segnalato, nel corso della presentazione dello studio, che questo rivela ”un enorme deficit” delle università, che non aiutano i loro allievi ”a preparare il loro curriculum e neanche i colloqui di lavoro”. Inoltre ha sottolineato che il percorso più frequente per trovare un’occupazione tramite amici, parenti e conoscenti è ”un motivo di discriminazione” che va contro il principio di ”pari opportunità”, sul quale, a suo giudizio, deve vegliare l’università pubblica. Dopo i contatti personali (37%), spesso la seconda via per accedere a un posto di lavoro è l’auto candidatura e il contatto diretto (31.3%), a grande distanza ci sono i centri per l’impiego (18.3%), i servizi pubblici dell’impiego (10.6%), i web corporative (7.9%), i servizi universitari (7.4%), le reti sociali (4.6%), gli annunci (3.7%), le agenzie di lavoro temporaneo (3.4%) o i sindacati (1.4%).

Il problema della sovraqualificazione

Il lavoro, basato sui registri amministrativi delle università e su un’indagine realizzata con i laureati sulle competenze e sui loro percorsi di lavoro, tra altri aspetti, segnala anche che i laureati possiedono un livello di capacità di impiego maggiore di quello che fornisce loro l’università e di quello che esige il posto di lavoro. A riguardo, Michavila ha segnalato che la sovraqualificazione bisogna trattarla con ”sensibilità”, perché gli universitari acquisiscono conoscenze o capacità per conto loro pensando alla proiezione della loro carriera professionale e non soltanto al primo impiego nel quale, come ha dichiarato, ”il fattore logico” si dà a questa circostanza. Tre su dieci laureati affermano che erano sovraqualificati per il posto di lavoro che hanno lasciato dopo aver iniziato la carriera. Anche se i laureati hanno indicato che l’università in pratica gli offre l’intero livello di competenze che è richiesto nell’occupazione come la capacità di lavorare in gruppo, la padronanza di competenze proprie del titolo di studio o la comunicazione scritta, tuttavia, c’è un ulteriore dislivello tra le condizioni del mercato del lavoro e la formazione universitaria in lingue, la capacità di gestire la pressione e la capacità di prendere decisioni.

Formazione e occupazione

Rispetto all’adeguatezza tra la formazione e l’occupazione, questo barometro segnala che il 77,3% dei laureati considera che la sua ultima occupazione sia stata ”abbastanza” o ”molto in relazione” con i suoi studi, anche se questo dipende dal ramo di conoscenza. Ad esempio, il maggior adeguamento si da tra i laureati di Scienze della salute, Scienze e Ingegneria e Architettura e quelli delle discipline artistiche e umanistiche, delle Scienze sociali e giuridiche. Ciò può essere messo in relazione con la soddisfazione dell’occupazione: i laureati dei rami di Scienze della salute sono soddisfatti della loro occupazione, mentre quelli delle discipline artistiche e umanistiche lo sono meno. Inoltre sottolinea che il salario è l’aspetto peggiore valutato, seguito dallo sviluppo professionale, dall’impresa e la sua organizzazione, dalle funzioni e dai compiti e dall’atmosfera dell’ambiente di lavoro. Gli autori di questo lavoro concordano che il basso punteggio nello sviluppo professionale è in accordo con il periodo di crisi economica e la contrazione della creazione di posti di lavoro. Michavila ha segnalato che l’obiettivo di questo barometro è quello ”di avvicinare l’accademia al mondo del lavoro” per ridurre questi ”dislivelli”, anche se ha garantito che sono ogni volta più piccoli. ”Le imprese dicevano anni fa ‘che finiscano la carriera’, e poi, quando verranno a lavorare, li formeremo”, ha ricordato questo esperto, aggiungendo che questa è ”la cosa più inefficace”.

Livello di soddisfazione

Per quanto riguarda il livello di soddisfazione della formazione ricevuta, la relazione rivela che il 94% tornerebbe a studiare nuovamente all’università, mentre il restante 6% è pentito di averlo fatto. La metà di loro (54%) rifarebbe gli stessi studi e nella stessa università rispetto al 12% che farebbe altri studi e in un altro ateneo. Quelli del ramo di Scienze della salute sono quelli più felici della loro carriera, seguiti da quelli delle discipline artistice e umanistiche. Quanto alla valutazione dei componenti della formazione ricevuta, i professori sono coloro che ottengono la nota più alta. ”Lo dicono quelli laureati nel momento in cui l’insegnamento viene sottoposto a una critica eccessiva”, ha indicato il direttore dello studio, il quale ha anche sottolineato che le metodologie di insegnamento sono quelle con il peggior punteggio congiuntamente ai servizi di sostegno allo studente delle università. Su quest’ultimo punto, Michavila ha garantito che gli studenti ”mancano” di una formazione più pratica, che gode di progetti di ricerca nelle università, e che gli permetta di effettuare esposizioni orali in classe. ”Gli diamo appena l’occasione per esprimere le loro conoscenze. I tirocini continuano ad avere un peso notevole”, hanno aggiunto.

Cina. Il ponte pedonale di vetro più lungo del mondo

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte SCIENCE ET AVENIR

A partially-completed 430-meter (1,410-foot) bridge stretches about 300 meters (984 feet) above a valley in a scenic zone in Zhangjiajie in southern China's Hunan province Thursday, Dec. 3, 2015. According to Chinese media, the bridge will be the world's longest and highest glass-bottomed bridge when it is finished in 2016. (Chinatopix via AP) CHINA OUT /XMAS803/133115620511/CHINA OUT, STAND ALONE PHOTO/1512031334
A partially-completed 430-meter (1,410-foot) bridge stretches about 300 meters (984 feet) above a valley in a scenic zone in Zhangjiajie in southern China’s Hunan province Thursday, Dec. 3, 2015. According to Chinese media, the bridge will be the world’s longest and highest glass-bottomed bridge when it is finished in 2016. (Chinatopix via AP) CHINA OUT /XMAS803/133115620511/CHINA OUT, STAND ALONE PHOTO/1512031334

Il paesaggio è da mozzafiato. La foresta di pietre carsiche del parco di Zhangjiajie, nella provincia di Hunan, in Cina, è anche una delle scene del film Avatar di James Cameron. Di recente è stato aggiunto alle strutture del sito geologico, un ponte pedonale sospeso il quale è fatto di acciaio e di vetro trasparente. Quest’ultimo ha suscitato un grande fremito tra i cinesi che dimostrano un vero entusiasmo per questi lavori insensati. Il paese conta già 3 di queste passerelle. Ma la quarta supera tutti i record. La stessa è estesa su 430 metri, e a 400 metri di altezza. L’inaugurazione, più volte rinviata, è prevista per il mese di maggio del 2016. E’ possibile consultare la proiezione dei lavori sul sito China Daily.

A cosa assomiglierà il futuro parco nucleare cinese?

Secondo la rivista americana Forbes, la Cina ambisce a diventare uno dei più grandi esportatori di tecnologia nucleare. Cosa sta facendo per arrivare a tanto? Contrariamente alla Francia, che è concentrata su un solo tipo di reattore, il paese ha optato per varie tecnologie, di cui alcune sono già in corso di utilizzo: reattori ad acqua pressurizzata, a neutroni rapidi, a sali fusi. Un recente tracciato esplorato: quello delle piccole centrali nucleari fluttuanti. La Cina si concede, apparentemente, i mezzi per garantire la sua presenza in una zona marittima già molto sensibile, ha spiegato, ansioso, il sito di informazioni filippino Manila Live Wire.

Le città del Bangladesh sono sommerse dai rifiuti sanitari

Dove vanno a finire le tonnellate di rifiuti medici prodotti ogni giorno dai 241 ospedali e dai laboratori analisi di Chittagong, la più grande città portuale del Bengladesh? Il quotidiano del Bangladesh, Dhaka Tribune sostiene che solo una frazione di loro (35%) è incenerita nelle condizioni richieste dalla legge predisposta nel 2008. La frazione più importante sfugge al circuito di trattamento ufficiale. Ed è anche il caso di tutte le grandi città del paese. Il commercio illegale di questi rifiuti pericolosi va a vantaggio delle strutture ospedaliere che riducono le spese di incenerimento, il suo personale e i maceratori del settore informale.

Calcio d’inizio per le 20 prime ”smart city” indiane

Saranno le prime a beneficiare di finanziamenti e delle competenze anche straniere. In India, dove le regole dell’urbanistica sono poco seguite, le future ”città intelligenti” (smart city) potranno migliorare, o creare le infrastrutture che tristemente mancano oggi: reti di acqua potabile, elettricità, viabilità, installazione di servizi igienici e mezzi di trasporto pubblico. Ma per alcune città o zone scelte ci sarà la totale connessione per misurare l’inquinamento o garantire la circolazione stradale. Alla fine, sono 98 le città interessate, come anche i poli di attrazione per gli investitori e le esposizioni tecnologiche. Ma saranno capaci di migliorare il destino di quelle più povere? ha chiesto Ayona Datta, ricercatrice nel campo delle scienze sociali sul sito britannico The conversation.

I monsoni vittime degli agenti inquinanti dell’atmosfera in Asia del sud

La foschia da smog che ha sconvolto la vita quotidiana delle città dell’Asia del sud ha un impatto sui monsoni? Sì, secondo i climatologi. Questi ultimi tentano di determinare l’esatto scenario che è all’origine della diminuzione o dell’aumento delle precipitazioni. Queste varie ipotesi sono state esposte nei dettagli sullo speciale sito di informazione che riguarda il massiccio himalaiano e il suo bacino idrografico Third Pole. Allo stesso tempo, le sostanze inquinanti a lungo termine sono trasportate da queste masse d’aria stagionali. Il fenomeno locale è esteso nel complesso della regione, e non solo.

L’OMS proclama lo stato di emergenza sanitaria per le malattie neurologiche legate al virus zika

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte BBC

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) lunedì, 01/02/ 2016, ha proclamato lo stato di emergenza sanitaria globale per il virus zika, l’infezione trasmessa tramite le zanzare è stata messa in relazione alle malattie neurologiche dei bambini nati di recente.Con questa misura, l’organismo delle Nazioni Unite vuole contenere l’espansione di questo virus che è legato a migliaia di casi di microcefalia in Brasile e mantiene l’allerta in quasi venti paesi dell’America Latina.

8 cose che puoi fare per proteggerti dal virus zika

La relazione diretta tra il virus Zika e la microcefalia è ”decisamente sospetta ma non è stata scientificamente provata”, ha dichiarato Margaret Chan il direttore dell’OMS. Chan ha reso noto che ”i casi di microcefalia e di altri disturbi neurologici di per sè, con la loro gravità e con il carico che comportano alle famiglie costituiscono di per sè una minaccia ed è per questo che ho accolto le raccomandazioni del Comitato (di emergenza dell’OMS)”.

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Il direttore ha sconsigliato alle donne incinte di viaggiare nei paesi più colpiti se non per necessità. E se devono farlo, devono utilizzare maniche lunghe e repellenti per le zanzare. Il virus si sta espandendo a macchia d’olio e, secondo l’OMS, quest’anno potranno essere registrati fino a quattro milioni di casi soltanto nel continente americano. Il virus Zika, la malattia che ha messo in allarme l’America Latina.

Alta priorità

La dichiarazione di emergenza implica che sia aperta un’indagine e che siano compiuti degli sforzi per controllare la rapida propagazione (del virus).

6 grafici per aiutarti a capire cos’è il virus Zika e i suoi effetti

Chan ha affermato che non c’è motivo per limitare i viaggi, ma il controllo della zanzara è di massima priorità. In questo momento, l’OMS ha messo l’epidemia Zika nella stessa categoria di interesse internazionale come è successo con il virus Ebola nel 2014. In quel periodo l’organizzazione era stata molto criticata per aver indugiato troppo a dichiarare il virus Ebola come un’emergenza pubblica. Un aggiornamento epidemiologico emesso ieri dall’OMS invita i paesi colpiti a preparare i servizi specializzati in sindrome neurologiche, potenziare le cure prenatali, e perseverare con gli sforzi allo scopo di ridurre la presenza della zanzara che trasmette il virus. Il Brasile ha indicato circa 4.000 casi di microcefalia, una condizione nella quale i neonati nascono con cervelli più piccoli rispetto a quelli normali. Il Ministero della sanità del paese ha collegato la malformazione con il virus Zika, anche se il legame non è ancora stato accertato.

Trasmissione

È noto senza dubbio che la zanzara Aedes aegypti è il principale mezzo di trasmissione del virus zika, che è presente almeno in 24 paesi e territori dell’America. In accordo con l’organizzazione Panamericana della salute (OPS) la presenza di questa zanzara e la mancanza di immunità degli abitanti della regione sono le cause più probabili per la rapida propagazione dell’epidemia.Ma l’OMS e altre istituzioni internazionali stanno anche valutando altre alternative di trasmissione della malattia, come il contagio per via sessuale. I paesi come la Colombia, l’Honduras o la Repubblica Dominicana hanno consigliato alle donne di evitare di rimanere incinte nei prossimi mesi dal momento che è noto il legame tra il virus zika e le malattie come la microcefalia.

I genii della matematica dell’antica Babilonia avevano capito i precursori del calcolo

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte SCIENCE

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Seguendo e registrando il moto del sole, della luna e dei pianeti mentre sfilano attraverso il cielo del deserto, gli antichi astronomi babilonesi avevano usato semplicemente l’aritmetica per predire le posizioni dei corpi celesti. Attualmente, una nuova dimostrazione ha rivelato che questi astronomi, avevano lavorato molto nei secoli A. C., e avevano anche impiegato particolari metodi geometrici per presagire lo sviluppo del calcolo. Gli storici pensano che tali tecniche siano emerse più di 1400 anni fa o successivamente, nell’Europa del XIV secolo. Lo studio ”è un contributo estremamente importante alla storia dell’astronomia babilonese e in generale alla storia della scienza”, ha dichiarato lo storico John Steele dell’Università di astronomia di Brown, che non ha preso parte al lavoro.

L’astro archeologo Mathieu Ossendrijver dell’università di Humboldt a Berlino basa i suoi risultati su un riesame delle tavolette di argilla, una di loro rimasta ignota fino ad oggi,  risale tra il 350 A.C. e il 50 A.C. Per una settimana l’anno per 14 anni, Ossendrijver è andato a vedere presso il British Museum la vasta raccolta di tavolette scritte in scrittura cuneiforme babilonese. Stava provando a risolvere un enigma rappresentato da due tavolette che trattano di calcoli astronomici: Inoltre contengono delle informazioni per la costruzione della figura trapezoidale che sembra indipendente da qualsiasi cosa relativa all’astronomia. Tra il 2002 e il 2008, Ossendrijver, un astrofisico convertito in storico, ha studiato altre due tavolette che indicano anche il disegno di un trapezio pensando che quest’ultimo potesse fare riferimento a Giove. Il pianeta gigante era un favorito dei babilonesi, che hanno accomunato il globo con il loro dio superiore, Marduk, una divinità patrono della città di Babilonia. Ma il collegamento di Giove era sperimentale. Poi, di recente nel 2014, l’assiriologo in pensione Hermann Hunger dell’università di Vienna ha incontrato Ossendrijver, portando con sè le foto scattate dieci ani fa di una tavoletta babilonese non catalogata dal British Museum che descrive un certo tipo di calcolo astronomico. Da solo nel suo ufficio alcuni mesi più tardi, Ossendrijver ha esaminato le foto. Le immagini erano confuse e le iscrizioni erano faziose, difficili da leggere, ma si era reso conto che i numeri erano identici a quelli nelle iscrizioni del trapezio che stava controllando. Paragonando le foto ai frammenti di altri testi babilonesi, ha scoperto che i calcoli descrivevano il moto di Giove.

Esaminando tutte le tavolette al British Museum, Ossendrijver ha capito che i calcoli del trapezio sono uno strumento per calcolare lo spostamento di Giove ogni giorno lungo l’eclittica, il percorso che il sole sembra tracciare attraverso le stelle. I calcoli registrati sulle tavolette riguardano un periodo di 60 giorni, a cominciare dal giorno in cui il pianeta gigante in primo luogo è comparso di notte nel cielo poco prima dell’alba. Durante questo intervallo, il moto di Giove attraverso il cielo sembra che rallenti. (Questo moto visibilmente irregolare proviene dalla complessa combinazione tra l’orbita terrestre intorno al sole e quella di Giove). Un grafico della velocità apparente di Giove contro il tempo pende verso il basso, in modo che l’area sotto la curva formi un trapezio. L’area del trapezio a sua volta dà la distanza che Giove ha compiuto lungo l’eclittica per 60 giorni. Il calcolo dell’area sotto una curva per determinare un valore numerico è un’operazione di base, conosciuta anche come integrale tra due punti, nel calcolo. La scoperta che i babilonesi avevano capito questo ”è stato il vero ah ah” del momento, ha raccontato Ossendrijver.

Infatti, rispetto alla complessa geometria abbracciata dagli antichi greci alcuni secoli più tardi, con i suoi cicli ed epicicli, le iscrizioni riflettono ”una concezione profonda e più astratta di un oggetto geometrico dove la dimensione rappresenta il tempo”, ha commentato lo storico Alexander Jones dell’università York di New York. ”Tali concetti non sono stati trovati prima del XIV secolo in testi europei sui corpi in movimento”, ha aggiunto. ”La loro presenza… testimonia la brillante rivoluzione di ignoti studiosi della Mesopotamia i quali avevano costruito l’astronomia matematica babilonese”. Dopo che si è estinta la scrittura cuneiforme intorno all’anno 100 D.C., l’astronomia babilonese si pensava che fosse stata praticamente dimenticata, ha osservato. Verso la fine del Medio Evo, i filosofi e i matematici francesi e inglesi si sono impegnati a reinventare ciò che i babilonesi avevano sviluppato. La nuova scoperta indica che in realtà, la geometria babilonese non è morta del tutto. In entrambi i casi, ha osservato Jones, imparando dagli astronomi babilonesi ad acquisire il loro acume geometrico ”sappiamo qualcosa sul perché gli esseri umani fanno la scienza in primo luogo e di tanto in tanto la fanno molto bene effettivamente”.

Scoperte quattro tombe della cultura Naqada

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte National Geographic

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Tre di loro sono ”in pessimo stato di conservazione”. La più sontuosa contiene i resti di un defunto e una serie di recipienti associati al consumo della birra. La spedizione polacca archeologica che scava a Tell el-Farkha, nella zona del delta del Nilo, ha scoperto quattro tombe della cultura gerziana, dell’epoca egiziana predinastica, che risale a più di 5.000 anni fa, ha reso noto il Ministero dei Beni culturali di questo paese. Tre di loro sono tombe infantili il cui ”stato di conservazione è pessimo”. La tomba più sontuosa del periodo Naqada III, l’ultimo tra tutti, cioè, quando è finita la cultura gerziana, è tipo mastaba (*), anche se di piccola dimensione. Sotto la costruzione rettangolare sono nascoste due camere funerarie che contengono i resti di numerosi oggetti dei defunti: 42 recipienti di ceramica, soprattutto boccali da birra; e, sopra questi ultimi, molti vasi, 26 recipienti di pietra di varie forme, e 180 perle di corniola. Mahmoud Afifi, del Ministero dei Beni culturali, ha affermato che la scoperta più interessante corrisponde a una vecchia birreria, con i resti di due taniche per depositare i liquidi e, intorno a loro, resti di argilla e due alari bruciati, che sono i supporti utilizzati per riscaldare sul fuoco.

(*) Mastaba voce di riferimento Wikipedia

Lego, la prima figurina su una sedia a rotelle

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte OUEST FRANCE

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Dopo Barbie che ha adattato (infine!) le sue misure a quelle della vita reale, ecco un altro giocattolo multi-generazionale ancorato alla realtà: E’ nato un Lego© disabile.

Un giovane che indossa un berretto, ha il viso giallo e il tradizionale sorriso compiaciuto stampato in faccia, seduto su una sedia a rotelle e accompagnato da un cane-guida: il nuovo personaggio della Lego©, presentato martedì alla fiera internazionale del giocattolo di Norimberga, non poteva passare inosservato! Infatti era molto atteso… Lego risponde certamente così all’invito della campagna ”Toys like me” (Giocattoli come me) lanciata da una madre britannica e da due sue amiche, nel 2014. Le promotrici avevano chiesto di rappresentare meglio le differenze, sottolineando che ”150 milioni di bambini portatori di handicap nel mondo” hanno difficoltà a identificarsi con i giocattoli perfetti che loro propongono. Il giocattolo deve essere anche un vettore di tolleranza.

20.000 firme

”L’obiettivo è quello di cambiare le percezioni culturali. Alla Lego abbiamo chiesto di sfruttare la sua grande influenza per lanciare un messaggio positivo”, ha sottolineato una delle cofondatrici al giornale The Guardian. La loro petizione ha raccolto più di 20.000 firme. E dopo i piccoli produttori, loro hanno deciso di convincere i pesi massimi del giocattolo, Mattel e il gigante danese Lego©.

La scatola Lego City in vendita quest’estate

Varie volte, il produttore è stato criticato per mancanza di diversità. Come Barbie con le sue forme troppo perfette e la sua pelle bianca che non si accorda alla vita reale. Per entrambi, il tema è stato finalmente digerito. Il giovane disabile in carrozzina fa parte di una scena del parco di Lego City che include un brav’uomo baffuto e brizzolato, un gelataio, uno sportivo in bicicletta come anche una coppia che fa picnic.

Essere disabili non significa essere incapaci

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte SCIENCE

Quando ho iniziato il mio programma master di astronomia, immediatamente ho incontrato un sostanziale – nel vero senso della parola – ostacolo nella mia ricerca dell’universo: una rampa di scale. Sono disabile e le scale sono una fonte particolare di difficoltà. Purtroppo, loro sono davanti a ogni ingresso della struttura dove faccio questo corso, dove insegno nei laboratori e dove effettuo la ricerca. I quattro osservatori che ho visitato per la mia ricerca erano tutti inaccessibili allo stesso modo, soprattutto perché il loro periodo e significato storico li dispensano dagli Americani con requisiti legali di disabilità. Così, oltre a fare fronte allo sforzo e al carico di lavoro della scuola di specializzazione, ho dovuto anche misurarmi con l’architettura. Per fortuna, sono abbastanza sciolta e mi arrangio a salire lentamente o usando un bastone, ma è sempre faticoso.

”Le barriere non sono finite una volta arrivata in cima”

Le barriere non sono finite una volta che sono arrivata in cima alle scale. Affronto l’ostilità di altri studiosi, come anche l’ira di professori che pensano che la mia esigenza di flessibili permessi e pause durante le prove sono indice di pigrizia. Questo sentimento, che si radica in una cultura scientifica che dà la priorità a una devozione patologica per lavorare sul benessere mentale e fisico, è stato riassunto da uno dei miei professori, che ha commentato così la mia disabilità: ”Deve essere molto bello prendere una scusa per non fare nessun lavoro”.

Purtroppo, le mie esperienze non sono uniche; sono emblematiche delle barriere che i disabili eruditi combattono durante tutta la loro carriera. Anche se la scienza non è proprio inaccessibile -.i dati che raccogliamo o le analisi che facciamo a riguardo escludono le persone prevalentemente disabili – nel campo della scienza si creano queste barriere. Nella maggior parte dei casi, la scienza, la tecnologia, l’ingegneria e i programmi di matematica (STEM) insistono che i ricercatori debbano sacrificare sia la loro salute mentale che fisica per avere successo. Inutile dire che i lunghi orari, le eccessive condizioni di stress e la pressione schiacciante possono indurre anche la persona più sana a sviluppare ansia e depressione. Per una persona disabile, fare fronte a queste pressioni con uno stato permanente o cronico può essere frustante.

I numeri raccontano la storia: Soltanto il 9% o il 10% degli studenti universitari non laureati nei settori detti STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) negli Stati Uniti sono disabili, rispetto a quasi il 20% degli Americani in generale. Tra coloro che ottengono il Ph.D.s (studenti di dottorato), il numero cade appena sull’1%. Tra coloro che perseverano nei settori detti STEM, molti nascondono il loro handicap perchè si preoccupano della loro carriera, ma molti professori disabili si sono uniti a me dopo che ho parlato di inaccessibilità alla conferenza sull’Astronomia Inclusiva lo scorso mese di giugno. Una persona ha rivelato che nasconde la sua disabilità perché teme che possa influire sulla valutazione del suo incarico. Un’altra ha dichiarato che conserva il suo segreto perché pensa che a causa della natura progressiva del suo stato nessuno la possa assumere.

Essendo visibilmente disabile, non ho queste alternative e mi preoccupo di come possa (la mia disabilità) influenzare la mia carriera. Qualsiasi cosa che non mi permette di assumermi le mie responsabilità di laureata diminuisce la mia competitività quando mi candido per un programma Ph.D, borse di studio post dottorato, o per posizioni universitarie. E se devo prendere un periodo di malattia perchè ho bisogno di dare la priorità alla mia salute la mia considerazione come futuro membro di facoltà o di ricercatore può essere compromessa. Temo il giorno in cui avrò bisogno di una sedia a rotelle che mi impedirà di accedere a molti strumenti che sono necessari per la mia ricerca.

Tuttavia almeno per ora, rimango nel dipartimento di astronomia, dove la mia ricerca mi spinge ad andare avanti. Prima di tutto, però, la prospettiva di rendere l’astronomia più accessibile, mi aiuta a perseverare. Spero di essere un esempio lampante di un astronomo disabile in modo che i futuri studenti portatori di handicap non si sentano isolati come è successo a me. Ho parlato di questioni legate alla disabilità in diverse conferenze e ciò ha contribuito a creare la prima American Astronomical Society (AAS) gruppo di lavoro sulla disabilità e accessibilità, e di recente ho iniziato a operare presso l’AAS Early Career Advisory Board. Ho già notato dei cambiamenti positivi che sono il frutto di questo lavoro. Ai margini dellla recente conferenza AAS, abbiamo fornito informazioni sull’accessibilità al centro congressi, e ho esposto agli editori di riviste la possibilità di creare delle pubblicazioni online accessibili. Tuttavia un ostacolo importante rimane; l’erroneo convincimento che essere abili sia un prerequisito per il successo scientifico.