Le opere di Benito Carbone

Ti invito a vedere anche ‘Castelli tra arte e poesia, Sabrina e Benito Carbone’

A mio padre con affetto Sabrina

BENITO CARBONE

Benito Carbone nato nel 1936 a Teramo (Regione Abruzzo Italy) è un artista dell’arte maiolica sviluppata a Castelli un piccolo borgo della provincia di Teramo. Benito è un cultore dell’arte ceramica sempre attento ad apportare nuovi disegni geometrici, nuovi paesaggi ad acquerello o paesaggi blu, natura morta e nuove sfumature su maiolica, alla pittura a olio su maiolica, che rivelano nell’insieme la sua padronanza dell’arte maiolica. Dopo anni di gavetta all’estero e nella Repubblica di San Marino dove ha coltivato la sua devozione per la pittura, ritorna a Castelli dove insegna nella Scuola pilota “Centro Ceramico Castellano.” Il suo excursus lavorativo è ampio ed è sottolineato da numerose Mostre non solo in Italia ma anche all’estero, le quali gli hanno dato la possibilità di rendere noto il suo nome.

Questo slideshow richiede JavaScript.

12595943_1283611228322286_997694722_n 12659641_1283611314988944_1676679513_n 12674609_1283611331655609_1581647199_n 12666527_1283611258322283_1151388315_n 12666499_1283611274988948_676876086_n 12696019_1283611288322280_1074337344_n

12713966_1283611118322297_913405442_n 12714069_1283611191655623_979071315_n 12714347_1283611271655615_1001743126_n

Cari lettori, molti di voi, osservando le Maioliche d’arte di mio padre Benito Carbone, mi hanno incitato a scrivere un articolo sul Borgo medievale di Castelli tracciando una linea a livello etimologico, storico, geografico, culturale, e culinario.

Origine del nome

Castelli è inclusa in una vasta contrada che confina a mezzogiorno con la catena del Gran Sasso, a levante con alcune colline elevate, la più alta delle quali viene denominata “Monte Chiove” Monte Giove, a ponente con un contrafforte del Gran Sasso, e a settentrione con la sponda destra del fiume Mavone, questa è la Valle Siciliana. E’ difficile poter stabilire con esattezza l’origine di tale denominazione. Aggiungo che anche in altre contrade c’è il nome Sicilia e ciò è in relazione con il concetto, sostenuto da molti storici, dell’antica permanenza nel nostro Abruzzo, di un popolo Siculo prima di passare in Sicilia da cui trasse il suo nome. La Valle Siciliana è stata la sede di una fiorente civiltà, la quale brillava dei suoi più vivi bagliori nel Medioevo . Una delle gemme più fulgide della Valle Siciliana era Castelli, matrice di tanta nostra gloria. Le origini si perdono nel buio dei secoli, sappiamo solo che, in tempi remoti, il paese non era posto nel luogo attuale ma esistevano diversi aggruppamenti fortificati, o castelli, che in tal modo venivano chiamati. L’epoca in cui sorsero gli antichi gruppi di case, predisposte a difesa , può essere fissata intorno all’undicesimo secolo. In seguito ossequienti ad un principio di comune sicurezza, contro le scorrerie di barbari invasori, di predoni assetati di rapina, gli abitanti decisero di riunirsi e di raggruppare i loro ‘Castelli’ in un unico luogo: vis unita fortior. E scelsero il sito ove attualmente sorge il rinomato paesello, che per antonomasia è stato chiamato ‘Li Castelli’.

STORIA

Crollato l’Impero Romano era iniziata l’epoca delle invasioni barbariche recando danni alle popolazioni tranquille residenziali. In quell’epoca i Castellani, che erano divisi in vari Castelli, come quello del Conte di Befaro, dei duchi di Acquaviva, i conti di Paleara e altri, i quali sentendosi in pericolo e così sparpagliati si sentivano insicuri e poco forti per resistere alla turba dei tristi, si riunirono a consiglio e stabilirono di formare, dai diversi castelli un solo paese ‘Castelli’. Oltre ai chiari uomini di valore letterario, politico e artistico e ai grandi Santi che permanevano nella nostra terra, vanno ricordati vari Papi, ai quali diede i natali la Valle Siciliana, e cioè S. Agatone, S. Leone II, S. Stefano III. Nella cultura delle arti e delle lettere, gran parte avevano avuto i molti signori che al tempo dell’invasione dei Saraceni si erano arroccati presso quei monti, e i monaci benedettini quivi stabiliti nel nostro cenobio, i quali fra le dense tenebre erano dediti, fin dal primo sorgere della nostra terra, a conservare e a sviluppare il tesoro letterario e artistico. La famiglia dei Conti di Paleara, che tanto lustro aveva dato alla zona con S. Berardo, S. Colomba e con il Vescovo Oderisio I, si era estinta con la nascita dell’unica figlia Tommasa, figlia di Gualtiero, che pur conservando il titolo comitale, aveva avuto una sola figlia dal matrimonio con il Conte Do Sulliaco, Maria, che con il suo matrimonio con Napoleone Orsini, aveva estinto la stirpe dei Paleara. Il matrimonio con Napoleone Orsino o Ursino, veniva celebrato nel 1340 e in quella data gli Orsini avevano assunto il titolo di Conti di Paleara. Gli Orsini erano stati presto spogliati di tutti gli Stati per aver preso le armi contro Ladislao che, vittorioso aveva concesso il dominio di Castelli a Francesco Riccardi di Ortona, ma nel 1419, tale dominio era stato confermato in possesso della Regina Giovanna II. Il possesso comprendeva i Catra Forchiae, Tossiciae, Insulae, Castellorum, Querqueti, dove Castellorum è il nome proprio della terra di Castelli, tanto rinomata per le fabbriche di maiolica. Meglio precisate le località sono: Forca di Valle, Isola, Castelli, Roccafinadamo, Villa Bacucco, Bifari (Befaro fraz. di Castelli) e Leognano. Tutti paesi che, per così dire, circondano e identificano Pagliara, già Palla Aurea. Dal Riccardi la Signoria di Castelli era passata a Antonello de Petuntiis di Anversa, senza avvenimento di risalto. In un secondo momento era tornata nelle mani degli Orsini fino al 1524, anno in cui il Re di Francia aveva mandato il suo Esercito alla conquista del Regno di Napoli, e Camillo Pardo Orsini, giudicando inutile il resistergli, di sua volontà rinunciava al dominio della Valle Siciliana davanti all’ambasciatore di Carlo V, presso la corte di Roma. Rimaste vittoriose le armi dell’Imperatore, questi per rimeritare i servizi avuti dal suo capitano Ferrante Alarçon y Mendoza, nel 1526 gli concedeva la Signoria e il titolo di Marchese della Valle Siciliana.

CULTURA
L’impiego della sabbia quarzifera del colle dei cavatori è fuori dubbio, per la formazione dello smalto bianco che viene composto dal piombo, e dallo stagno che uniti insieme sono ridotti allo stato di ossido in un apposito fornello a riverbero; di salmarino e di quarzo ialino granuliforme che viene rinvenuto alle falde del Monte Camicia, montagna che vigila su Castelli, e viene aggiunta una piccola quantità di soffera per dargli un leggero colore d’aria. I fattori più importanti che hanno determinato la produzione della ceramica a Castelli sono, oltre alla sabbia quarzifera per la produzione dello smalto, le cave di argilla, l’acqua, i giacimenti di silice, e i boschi di faggio per alimentare il forno. Ma andiamo per gradi, da un pezzo d’argilla tramite la tecnica della foggiatura possiamo realizzare dei vasi o altro oggetti di arredo in argilla. Il Tornio è uno strumento che un tempo aveva una ruota di legno fatta girare con i piedi e al centro della ruota c’era un asse con un piatto dove si poneva la palla d’argilla e con l’aiuto dell’acqua e la forza del piede che faceva girare la ruota, con le mani si iniziava a forgiare un vaso o altro oggetto, oggi i torni sono elettrici. Una volta creato l’oggetto questo viene messo a seccare in un ambiente caldo privo di umidità o al sole. Una volta che l’oggetto è ben essiccato si passa alla prima cottura a forno a 900°. Il forno, detto a respiro, un tempo era a legna e bisognava alimentarlo con continue rimesse di buon faggio e bisognava sorvegliarlo sempre. Oggi la maggior parte dei forni sono elettrici o alimentati a gas. Una volta che l’oggetto era cotto assumeva un colore mattone rossastro non a caso detto ‘biscotto’. La fase successiva è la smaltatura l’oggetto viene passato nello smalto liquido e lasciato ad asciugare. Una volta che l’oggetto è asciugato e al quale sono state tolte tutte le gocce formate dalla sgocciolatura dello smalto si passa alla decorazione. La decorazione viene fatta tramite i pennelli di piccole o grandi dimensioni e a seconda del decoro che si vuole realizzare e i cinque colori usati della tavolozza castellana sono: verde ramino, manganese, giallo, arancio e blu. Il verde ramino ha in principio un coloro nero e dopo la cottura diventa verde. I colori utilizzati sono ricavati da ossidi metallici e dal cobalto si ricavava il blu, dall’antimonio il giallo, e dal rame il verde ramina. La fase finale della pittura è la filettatura, cioè la creazione di un rigo sottile sull’orlo dell’oggetto che si ottiene tenendo fermo il pennello nello stesso punto mentre si gira delicatamente il torniello. Una volta che la decorazione è terminata si passa alla seconda cottura a forno sempre a 900°. I colori un tempo venivano preparati a mano e questo me lo ricordo benissimo per tutte le volte che o girato per ore i colori a mio padre allo scopo di togliere tutti i grumi e farli diventare densi e quindi pronti all’uso. Il recipiente dove si preparavano i colori è un grosso vassoio concavo con al centro un perno ( immaginate un grosso vassoio come quelli per portare la pasta in tavola) sul perno viene appoggiato un mattone ( smaltato e cotto al forno in antecedenza), che ha due fori uno più grande che va ad incasso con il perno del vassoio e un altro più piccolo nel quale si inseriva la parte legnosa del pennello e che veniva usato come presa per fare girare il mattone che andava insieme all’acqua a diluire la polvere del colore e a togliere tutti i grumi. Le decorazioni posso essere fatte a mano libera ma anche con lo spolvero è una tecnica utilizzata soprattutto per riportare alla luce le opere dei grandi maiolicari nella loro perfezione. Sono disegni su carta bucherellati per trasportare il disegno sul supporto ceramico troppo tenero per sopportare il segno della matita. In pratica il disegno viene riprodotto ricalcando a penna o a matita su un foglio di carta velina e successivamente si bucherella con un ago il disegno riprodotto sul foglio. A parte si prepara un cuscinetto dalle dimensioni di un batuffolo di ovatta, cioè una garza riempita di polvere di carbone e chiusa da un elastico come un mazzo di fiori. La garza con il carbone viene passata sul foglio bucherellato che combacia perfettamente con la superficie dell’oggetto smaltato e da decorare e una volta passato bene bene il carbone sul foglio, lo togliamo e dall’altra parte sull’oggetto abbiamo ricreato il disegno che poi andrà ad essere decorato. Sicuramente la migliore documentazione e anche la più bella, a mio parere, è la Chiesa di S. Donato o meglio detta la “Cappella sistina della maiolica” la cui volta e composta da un mosaico di mattoni dipinti a mano raffiguranti blasoni nobiliari, Santi, o voti o riconoscenze al Divino o al Santo stesso, il Museo d’Arte ceramica, ex convento dei benedettini e l’Abbazia di San Salvatore sita nella piazza centrale del paese.

 

7 thoughts on “Le opere di Benito Carbone

  1. Diego agosto 15, 2012 / 10:12 am

    Benito sarebbe orgoglioso di te!

  2. uriprotte settembre 23, 2012 / 7:53 am

    Hello!
    Vivamus tincidunt lacinia lacus. Praesent adipiscing elementum lorem vitae.

  3. Walker novembre 5, 2012 / 12:34 pm

    Hmm is anyone else encountering problems with the pictures on this blog loading?

    I’m trying to find out if its a problem on my end or if it’s the blog.
    Any feed-back would be greatly appreciated.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...