L’Università non prepara a cercare lavoro: la maggior parte degli studenti ricorrono ai loro contatti

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte El economista

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Non insegna agli alunni a preparare un CV e neanche un colloquio di lavoro

I laureati affermano che l’università gli offre ”poco” nell’acquisizione di competenze in relazione alla ricerca di un posto di lavoro e i contatti personali sono, con una grande differenza, il mezzo al quale ricorrono di più per trovare un impiego, secondo il ‘Barometro capacità di impiego e di occupazione degli universitari in Spagna, 2015’. Queste sono alcune delle conclusioni di questa relazione, presentata questo giovedì, 11 febbraio, a Madrid, effettuata congiuntamente dal CRUE, la Cattedra Unesco e l’opera sociale Caixa, che ha disposto la partecipazione di 13.006 laureati – il 10% del gruppo 2009-2010-, che provengono da 61 università spagnole, pubbliche e private, presenziali e semi-presenziali. Sulla preparazione per la ricerca di lavoro, il direttore della Cattedra Unesco di gestione e politica universitaria, Francisco Michavila, ha segnalato, nel corso della presentazione dello studio, che questo rivela ”un enorme deficit” delle università, che non aiutano i loro allievi ”a preparare il loro curriculum e neanche i colloqui di lavoro”. Inoltre ha sottolineato che il percorso più frequente per trovare un’occupazione tramite amici, parenti e conoscenti è ”un motivo di discriminazione” che va contro il principio di ”pari opportunità”, sul quale, a suo giudizio, deve vegliare l’università pubblica. Dopo i contatti personali (37%), spesso la seconda via per accedere a un posto di lavoro è l’auto candidatura e il contatto diretto (31.3%), a grande distanza ci sono i centri per l’impiego (18.3%), i servizi pubblici dell’impiego (10.6%), i web corporative (7.9%), i servizi universitari (7.4%), le reti sociali (4.6%), gli annunci (3.7%), le agenzie di lavoro temporaneo (3.4%) o i sindacati (1.4%).

Il problema della sovraqualificazione

Il lavoro, basato sui registri amministrativi delle università e su un’indagine realizzata con i laureati sulle competenze e sui loro percorsi di lavoro, tra altri aspetti, segnala anche che i laureati possiedono un livello di capacità di impiego maggiore di quello che fornisce loro l’università e di quello che esige il posto di lavoro. A riguardo, Michavila ha segnalato che la sovraqualificazione bisogna trattarla con ”sensibilità”, perché gli universitari acquisiscono conoscenze o capacità per conto loro pensando alla proiezione della loro carriera professionale e non soltanto al primo impiego nel quale, come ha dichiarato, ”il fattore logico” si dà a questa circostanza. Tre su dieci laureati affermano che erano sovraqualificati per il posto di lavoro che hanno lasciato dopo aver iniziato la carriera. Anche se i laureati hanno indicato che l’università in pratica gli offre l’intero livello di competenze che è richiesto nell’occupazione come la capacità di lavorare in gruppo, la padronanza di competenze proprie del titolo di studio o la comunicazione scritta, tuttavia, c’è un ulteriore dislivello tra le condizioni del mercato del lavoro e la formazione universitaria in lingue, la capacità di gestire la pressione e la capacità di prendere decisioni.

Formazione e occupazione

Rispetto all’adeguatezza tra la formazione e l’occupazione, questo barometro segnala che il 77,3% dei laureati considera che la sua ultima occupazione sia stata ”abbastanza” o ”molto in relazione” con i suoi studi, anche se questo dipende dal ramo di conoscenza. Ad esempio, il maggior adeguamento si da tra i laureati di Scienze della salute, Scienze e Ingegneria e Architettura e quelli delle discipline artistiche e umanistiche, delle Scienze sociali e giuridiche. Ciò può essere messo in relazione con la soddisfazione dell’occupazione: i laureati dei rami di Scienze della salute sono soddisfatti della loro occupazione, mentre quelli delle discipline artistiche e umanistiche lo sono meno. Inoltre sottolinea che il salario è l’aspetto peggiore valutato, seguito dallo sviluppo professionale, dall’impresa e la sua organizzazione, dalle funzioni e dai compiti e dall’atmosfera dell’ambiente di lavoro. Gli autori di questo lavoro concordano che il basso punteggio nello sviluppo professionale è in accordo con il periodo di crisi economica e la contrazione della creazione di posti di lavoro. Michavila ha segnalato che l’obiettivo di questo barometro è quello ”di avvicinare l’accademia al mondo del lavoro” per ridurre questi ”dislivelli”, anche se ha garantito che sono ogni volta più piccoli. ”Le imprese dicevano anni fa ‘che finiscano la carriera’, e poi, quando verranno a lavorare, li formeremo”, ha ricordato questo esperto, aggiungendo che questa è ”la cosa più inefficace”.

Livello di soddisfazione

Per quanto riguarda il livello di soddisfazione della formazione ricevuta, la relazione rivela che il 94% tornerebbe a studiare nuovamente all’università, mentre il restante 6% è pentito di averlo fatto. La metà di loro (54%) rifarebbe gli stessi studi e nella stessa università rispetto al 12% che farebbe altri studi e in un altro ateneo. Quelli del ramo di Scienze della salute sono quelli più felici della loro carriera, seguiti da quelli delle discipline artistice e umanistiche. Quanto alla valutazione dei componenti della formazione ricevuta, i professori sono coloro che ottengono la nota più alta. ”Lo dicono quelli laureati nel momento in cui l’insegnamento viene sottoposto a una critica eccessiva”, ha indicato il direttore dello studio, il quale ha anche sottolineato che le metodologie di insegnamento sono quelle con il peggior punteggio congiuntamente ai servizi di sostegno allo studente delle università. Su quest’ultimo punto, Michavila ha garantito che gli studenti ”mancano” di una formazione più pratica, che gode di progetti di ricerca nelle università, e che gli permetta di effettuare esposizioni orali in classe. ”Gli diamo appena l’occasione per esprimere le loro conoscenze. I tirocini continuano ad avere un peso notevole”, hanno aggiunto.

Cina. Il ponte pedonale di vetro più lungo del mondo

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte SCIENCE ET AVENIR

A partially-completed 430-meter (1,410-foot) bridge stretches about 300 meters (984 feet) above a valley in a scenic zone in Zhangjiajie in southern China's Hunan province Thursday, Dec. 3, 2015. According to Chinese media, the bridge will be the world's longest and highest glass-bottomed bridge when it is finished in 2016. (Chinatopix via AP) CHINA OUT /XMAS803/133115620511/CHINA OUT, STAND ALONE PHOTO/1512031334
A partially-completed 430-meter (1,410-foot) bridge stretches about 300 meters (984 feet) above a valley in a scenic zone in Zhangjiajie in southern China’s Hunan province Thursday, Dec. 3, 2015. According to Chinese media, the bridge will be the world’s longest and highest glass-bottomed bridge when it is finished in 2016. (Chinatopix via AP) CHINA OUT /XMAS803/133115620511/CHINA OUT, STAND ALONE PHOTO/1512031334

Il paesaggio è da mozzafiato. La foresta di pietre carsiche del parco di Zhangjiajie, nella provincia di Hunan, in Cina, è anche una delle scene del film Avatar di James Cameron. Di recente è stato aggiunto alle strutture del sito geologico, un ponte pedonale sospeso il quale è fatto di acciaio e di vetro trasparente. Quest’ultimo ha suscitato un grande fremito tra i cinesi che dimostrano un vero entusiasmo per questi lavori insensati. Il paese conta già 3 di queste passerelle. Ma la quarta supera tutti i record. La stessa è estesa su 430 metri, e a 400 metri di altezza. L’inaugurazione, più volte rinviata, è prevista per il mese di maggio del 2016. E’ possibile consultare la proiezione dei lavori sul sito China Daily.

A cosa assomiglierà il futuro parco nucleare cinese?

Secondo la rivista americana Forbes, la Cina ambisce a diventare uno dei più grandi esportatori di tecnologia nucleare. Cosa sta facendo per arrivare a tanto? Contrariamente alla Francia, che è concentrata su un solo tipo di reattore, il paese ha optato per varie tecnologie, di cui alcune sono già in corso di utilizzo: reattori ad acqua pressurizzata, a neutroni rapidi, a sali fusi. Un recente tracciato esplorato: quello delle piccole centrali nucleari fluttuanti. La Cina si concede, apparentemente, i mezzi per garantire la sua presenza in una zona marittima già molto sensibile, ha spiegato, ansioso, il sito di informazioni filippino Manila Live Wire.

Le città del Bangladesh sono sommerse dai rifiuti sanitari

Dove vanno a finire le tonnellate di rifiuti medici prodotti ogni giorno dai 241 ospedali e dai laboratori analisi di Chittagong, la più grande città portuale del Bengladesh? Il quotidiano del Bangladesh, Dhaka Tribune sostiene che solo una frazione di loro (35%) è incenerita nelle condizioni richieste dalla legge predisposta nel 2008. La frazione più importante sfugge al circuito di trattamento ufficiale. Ed è anche il caso di tutte le grandi città del paese. Il commercio illegale di questi rifiuti pericolosi va a vantaggio delle strutture ospedaliere che riducono le spese di incenerimento, il suo personale e i maceratori del settore informale.

Calcio d’inizio per le 20 prime ”smart city” indiane

Saranno le prime a beneficiare di finanziamenti e delle competenze anche straniere. In India, dove le regole dell’urbanistica sono poco seguite, le future ”città intelligenti” (smart city) potranno migliorare, o creare le infrastrutture che tristemente mancano oggi: reti di acqua potabile, elettricità, viabilità, installazione di servizi igienici e mezzi di trasporto pubblico. Ma per alcune città o zone scelte ci sarà la totale connessione per misurare l’inquinamento o garantire la circolazione stradale. Alla fine, sono 98 le città interessate, come anche i poli di attrazione per gli investitori e le esposizioni tecnologiche. Ma saranno capaci di migliorare il destino di quelle più povere? ha chiesto Ayona Datta, ricercatrice nel campo delle scienze sociali sul sito britannico The conversation.

I monsoni vittime degli agenti inquinanti dell’atmosfera in Asia del sud

La foschia da smog che ha sconvolto la vita quotidiana delle città dell’Asia del sud ha un impatto sui monsoni? Sì, secondo i climatologi. Questi ultimi tentano di determinare l’esatto scenario che è all’origine della diminuzione o dell’aumento delle precipitazioni. Queste varie ipotesi sono state esposte nei dettagli sullo speciale sito di informazione che riguarda il massiccio himalaiano e il suo bacino idrografico Third Pole. Allo stesso tempo, le sostanze inquinanti a lungo termine sono trasportate da queste masse d’aria stagionali. Il fenomeno locale è esteso nel complesso della regione, e non solo.

Scoperte quattro tombe della cultura Naqada

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte National Geographic

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Tre di loro sono ”in pessimo stato di conservazione”. La più sontuosa contiene i resti di un defunto e una serie di recipienti associati al consumo della birra. La spedizione polacca archeologica che scava a Tell el-Farkha, nella zona del delta del Nilo, ha scoperto quattro tombe della cultura gerziana, dell’epoca egiziana predinastica, che risale a più di 5.000 anni fa, ha reso noto il Ministero dei Beni culturali di questo paese. Tre di loro sono tombe infantili il cui ”stato di conservazione è pessimo”. La tomba più sontuosa del periodo Naqada III, l’ultimo tra tutti, cioè, quando è finita la cultura gerziana, è tipo mastaba (*), anche se di piccola dimensione. Sotto la costruzione rettangolare sono nascoste due camere funerarie che contengono i resti di numerosi oggetti dei defunti: 42 recipienti di ceramica, soprattutto boccali da birra; e, sopra questi ultimi, molti vasi, 26 recipienti di pietra di varie forme, e 180 perle di corniola. Mahmoud Afifi, del Ministero dei Beni culturali, ha affermato che la scoperta più interessante corrisponde a una vecchia birreria, con i resti di due taniche per depositare i liquidi e, intorno a loro, resti di argilla e due alari bruciati, che sono i supporti utilizzati per riscaldare sul fuoco.

(*) Mastaba voce di riferimento Wikipedia

Lego, la prima figurina su una sedia a rotelle

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte OUEST FRANCE

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Dopo Barbie che ha adattato (infine!) le sue misure a quelle della vita reale, ecco un altro giocattolo multi-generazionale ancorato alla realtà: E’ nato un Lego© disabile.

Un giovane che indossa un berretto, ha il viso giallo e il tradizionale sorriso compiaciuto stampato in faccia, seduto su una sedia a rotelle e accompagnato da un cane-guida: il nuovo personaggio della Lego©, presentato martedì alla fiera internazionale del giocattolo di Norimberga, non poteva passare inosservato! Infatti era molto atteso… Lego risponde certamente così all’invito della campagna ”Toys like me” (Giocattoli come me) lanciata da una madre britannica e da due sue amiche, nel 2014. Le promotrici avevano chiesto di rappresentare meglio le differenze, sottolineando che ”150 milioni di bambini portatori di handicap nel mondo” hanno difficoltà a identificarsi con i giocattoli perfetti che loro propongono. Il giocattolo deve essere anche un vettore di tolleranza.

20.000 firme

”L’obiettivo è quello di cambiare le percezioni culturali. Alla Lego abbiamo chiesto di sfruttare la sua grande influenza per lanciare un messaggio positivo”, ha sottolineato una delle cofondatrici al giornale The Guardian. La loro petizione ha raccolto più di 20.000 firme. E dopo i piccoli produttori, loro hanno deciso di convincere i pesi massimi del giocattolo, Mattel e il gigante danese Lego©.

La scatola Lego City in vendita quest’estate

Varie volte, il produttore è stato criticato per mancanza di diversità. Come Barbie con le sue forme troppo perfette e la sua pelle bianca che non si accorda alla vita reale. Per entrambi, il tema è stato finalmente digerito. Il giovane disabile in carrozzina fa parte di una scena del parco di Lego City che include un brav’uomo baffuto e brizzolato, un gelataio, uno sportivo in bicicletta come anche una coppia che fa picnic.

Essere disabili non significa essere incapaci

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte SCIENCE

Quando ho iniziato il mio programma master di astronomia, immediatamente ho incontrato un sostanziale – nel vero senso della parola – ostacolo nella mia ricerca dell’universo: una rampa di scale. Sono disabile e le scale sono una fonte particolare di difficoltà. Purtroppo, loro sono davanti a ogni ingresso della struttura dove faccio questo corso, dove insegno nei laboratori e dove effettuo la ricerca. I quattro osservatori che ho visitato per la mia ricerca erano tutti inaccessibili allo stesso modo, soprattutto perché il loro periodo e significato storico li dispensano dagli Americani con requisiti legali di disabilità. Così, oltre a fare fronte allo sforzo e al carico di lavoro della scuola di specializzazione, ho dovuto anche misurarmi con l’architettura. Per fortuna, sono abbastanza sciolta e mi arrangio a salire lentamente o usando un bastone, ma è sempre faticoso.

”Le barriere non sono finite una volta arrivata in cima”

Le barriere non sono finite una volta che sono arrivata in cima alle scale. Affronto l’ostilità di altri studiosi, come anche l’ira di professori che pensano che la mia esigenza di flessibili permessi e pause durante le prove sono indice di pigrizia. Questo sentimento, che si radica in una cultura scientifica che dà la priorità a una devozione patologica per lavorare sul benessere mentale e fisico, è stato riassunto da uno dei miei professori, che ha commentato così la mia disabilità: ”Deve essere molto bello prendere una scusa per non fare nessun lavoro”.

Purtroppo, le mie esperienze non sono uniche; sono emblematiche delle barriere che i disabili eruditi combattono durante tutta la loro carriera. Anche se la scienza non è proprio inaccessibile -.i dati che raccogliamo o le analisi che facciamo a riguardo escludono le persone prevalentemente disabili – nel campo della scienza si creano queste barriere. Nella maggior parte dei casi, la scienza, la tecnologia, l’ingegneria e i programmi di matematica (STEM) insistono che i ricercatori debbano sacrificare sia la loro salute mentale che fisica per avere successo. Inutile dire che i lunghi orari, le eccessive condizioni di stress e la pressione schiacciante possono indurre anche la persona più sana a sviluppare ansia e depressione. Per una persona disabile, fare fronte a queste pressioni con uno stato permanente o cronico può essere frustante.

I numeri raccontano la storia: Soltanto il 9% o il 10% degli studenti universitari non laureati nei settori detti STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) negli Stati Uniti sono disabili, rispetto a quasi il 20% degli Americani in generale. Tra coloro che ottengono il Ph.D.s (studenti di dottorato), il numero cade appena sull’1%. Tra coloro che perseverano nei settori detti STEM, molti nascondono il loro handicap perchè si preoccupano della loro carriera, ma molti professori disabili si sono uniti a me dopo che ho parlato di inaccessibilità alla conferenza sull’Astronomia Inclusiva lo scorso mese di giugno. Una persona ha rivelato che nasconde la sua disabilità perché teme che possa influire sulla valutazione del suo incarico. Un’altra ha dichiarato che conserva il suo segreto perché pensa che a causa della natura progressiva del suo stato nessuno la possa assumere.

Essendo visibilmente disabile, non ho queste alternative e mi preoccupo di come possa (la mia disabilità) influenzare la mia carriera. Qualsiasi cosa che non mi permette di assumermi le mie responsabilità di laureata diminuisce la mia competitività quando mi candido per un programma Ph.D, borse di studio post dottorato, o per posizioni universitarie. E se devo prendere un periodo di malattia perchè ho bisogno di dare la priorità alla mia salute la mia considerazione come futuro membro di facoltà o di ricercatore può essere compromessa. Temo il giorno in cui avrò bisogno di una sedia a rotelle che mi impedirà di accedere a molti strumenti che sono necessari per la mia ricerca.

Tuttavia almeno per ora, rimango nel dipartimento di astronomia, dove la mia ricerca mi spinge ad andare avanti. Prima di tutto, però, la prospettiva di rendere l’astronomia più accessibile, mi aiuta a perseverare. Spero di essere un esempio lampante di un astronomo disabile in modo che i futuri studenti portatori di handicap non si sentano isolati come è successo a me. Ho parlato di questioni legate alla disabilità in diverse conferenze e ciò ha contribuito a creare la prima American Astronomical Society (AAS) gruppo di lavoro sulla disabilità e accessibilità, e di recente ho iniziato a operare presso l’AAS Early Career Advisory Board. Ho già notato dei cambiamenti positivi che sono il frutto di questo lavoro. Ai margini dellla recente conferenza AAS, abbiamo fornito informazioni sull’accessibilità al centro congressi, e ho esposto agli editori di riviste la possibilità di creare delle pubblicazioni online accessibili. Tuttavia un ostacolo importante rimane; l’erroneo convincimento che essere abili sia un prerequisito per il successo scientifico.

Nuotare con gli elefanti e gli squali

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte BBC

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Ali Bin Thalith è cresciuto vicino la costa di Dubai dove sia suo padre che suo nonno erano pescatori di perle. La maggior parte della sua infanzia l’ha trascorsa sia in acqua che a guardare i film di di Jacques Cousteau – da allora è diventato un fotografo, specializzato in immagini subacquee. Ha nuotato con un elefante fuori dalle isole di Andaman nell’Oceano Indiano ” è stato un momento terribile” ha raccontato Ali Bin Thalith, ”ma anche una delle mie migliori esperienze”. Ha ricevuto la sua prima macchina fotografica all’età di 18 anni, ma, non pensava di combinare la fotografia con l’immersione subacquea e 10 anni dopo, suo fratello gli ha suggerito di scattare fotografie alle gazzelle della sabbia (*1) che nuotano vicino l’isola in cui ha lavorato. “Ho aspettato e ho continuato ad aspettare e poi un giorno, molto presto, circa 20 – 30 di loro sono passate tra le isole. E’ stata dura scattargli una foto. Sono dei buoni nuotatori”.

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Bin Thalith, adesso ha pubblicato una raccolta delle sue immagini più sorprendenti. ”Uno dei miei posti favoriti per fare le mie immersioni è l’isola di Sipadan in Malesia – avevo appena finito di fare una immersione quando è apparsa improvvisamente una giovane lucertola-guardiano (*2). Era stata trasportata dalla corrente e voleva riposare sulle nostre attrezzature. Era davvero stanca. L’abbiamo portata sull’isola qui è nella foto insieme a me.

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Squali – come questi nelle isole Bahamas – ”ti lanciano un grande messaggio, questo è il loro posto – è come un gioco” ha dichiarato.

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Le ostraciidae usano la loro bocca per soffiare getti minuscoli di acqua nel sabbioso fondale marino, mescolate ai piccoli invertebrati. Tuttavia possono essere letali per altri tipi di pesce, poichè liberano una sostanza tossica dalle loro ghiandole mucose quando si sentono minacciate.

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Le ostraciidae sono state fotografate in Indonesia, come anche il Trepinne striato (*3) e di seguito i pigmeni del cavalluccio marino (ippocampo).

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Alcune creature, come il polpo della noce di cocco (*4) che si trovano al largo delle Filippine, sono spesso più attive di notte, ha spiegato Bin Thalith.

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Una coppia di pesce mandarino (*5) al tramonto a Sulawesi, in Indonesia, e ancora sotto una barriera corallina.

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Il tonno rosso dell’Atlantico spesso arriva a pesare fino a 400 kg e può nuotare a 43 miglia all’ora (70 km / h). ”Insieme al pescatore abbiamo pensato che avevamo bisogno di un pò più di azione, così abbiamo gettato alcune sardine in mare – Il tonno è impazzito”.

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La Leccia stella (*5) si trova nelle acque tropicali, Bin Thalith ha fotografato questo banco di pesci nell’isola di Sipadan, in Malesia.

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Un calamaro volante (*6) nelle Filippine era a caccia di plancton e illuminato dalla luce di Bin Thalith, abbiamo avuto una perfetta opportunità per catturare la creatura in azione.

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Una puzzola rosa pesce pagliaccio (*7) custodisce il suo anemone di mare in Indonesia, ha uno strato di muco sulla sua pelle per proteggerla dai pungenti tentacoli dell’anemone.

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Un pesce coccodrillo (*8) in Malesia è ancorato vicino al fondale dove è ben mimetizzato.

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Un’altra creatura ben mimetizzata — un gamberetto del crinoide (*9) – potete vederlo sotto al centro a sinistra.

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”Quando siamo vicini a queste creature, dobbiamo inviargli dei segnali (per fargli capire )che non siamo un pericolo per loro”, ha spiegato Bin Thalith. ”Mantenere la calma, senza fare dei movimenti bruschi. E aspettare qualche minuto per scattare la foto, così si sentono al sicuro”. Questo pesce ago scribacchiato (* 10) era fuori Cebu nelle Filippine. Era appena atterrato su questo corallo cervello, ed era semplicemente incantevole”.

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Nella zona ovest di Papua, Indonesia, Bin Thalith si è immerso in una grotta che i subacquei tendono ad evitare. ”Stavo per andarmene quando improvvisamente davanti a me ho visto un polipo volante era il momento giusto – con l’entrata della grotta illuminata sullo sfondo”.

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Il gambero tozzo – nella foto su un anemone nelle Filippine – è anche noto come il ‘gambero sexy’ per i suoi inusuali movimenti del corpo. Dondola sul suo addome avanti e indietro come a ritmo di danza.

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(*1) termine faunistico Gazella subgutturosa marica Wikipedia

(*2) Varano nei paesi anglofoni i varani vengono chiamati monitor lizards, ossia “lucertole-guardiano” Wikipedia

(*3) Trepinne striato o Helcogramma striata Wikipedia

(*4) Polpo bipede che si mimetizza a forma di noce di cocco Amphioctopus marginatus Wikipedia

(*5) Leccia stella o Trachinotus ovatus Wikipediaa

(*6) Calamaro volante o Ommastrephidae ma è anche conosciuto con il nome di Reef squid Wikipedia

(*7) Pesce pagliaccio puzzola rosa Wikipedia

(*8) Pesce coccodrillo Wikipedia

(*9) Gamberetto del crinoide Biologia marina

(*10) Pesce agoBiologia marina

Che cos’è il bilinguismo?

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte BABBEL

Il cervello di un bilingue funziona diversamente da un altro? Che cosa può portare il fatto di essere cresciuti in un ambiente bilingue?

Il bilinguismo, che cos’è? Una definizione sfocata

Un bambino si rivolge al suo papà in tedesco, all’uscita dal supermercato. Una volta terminata la sua filippica, suo padre gli risponde ”ora, in portoghese per favore”. E di nuovo, in portoghese. La maggior parte delle volte, questo esercizio richiede prodezza. Comunque il bilinguismo è considerato da alcuni come un mito, ma la sua definizione resta vaga. Come dimostra il video, ognuno ha la sua opinione a riguardo: per alcuni, ciò significa inizialmente poter comunicare in molte lingue, anche assimilate, discorrendo con un giro di parole per farsi comprendere. Per altri, la grammatica e la pronuncia restano criteri essenziali. E se, tra i comuni mortali, le opinioni non combaciano, la Comunità scientifica non è meglio ripartita. I criteri sono troppo vaghi e diversi per mettere tutti d’accordo. Possiamo concludere che il bilinguismo è un fenomeno relativo, che si misura piuttosto in termini di gradi che con una definizione assoluta; ma soprattutto, il bilinguismo è qualcosa di profondamente soggettivo, che come qualcosa di avvertito.

Qualcosa da provare

La lingua non è un oggetto inanimato che si acquisisce una volta per tutte, ma qualcosa di vivo che costruisce ogni giorno il nostro irreale e la nostra relazione con il mondo. La lingua è, da questo punto di vista, strettamente legata alle nostre emozioni e alla nostra identità personale. E’ possibile controllarla perfettamente dall’infanzia senza tuttavia sentirsi bilingue, solo perché non si è mai stati in quel paese, o perchè i riferimenti culturali, umoristici, sociali, non sono gli stessi di quelli del posto dove si è cresciuti. Ma è possibile anche affermare chiaro e forte di essere bilingue fin dal momento in cui viene superato l’imbarazzo e la frustrazione che accompagnano sempre i primi passi nell’apprendimento di una lingua, cioè ci sentiamo pronti ad esprimerci senza limiti, anche per vie traverse. È questa diversità nella percezione del bilinguismo che abbiamo voluto approfondire nel video. Ma attualmente, siamo d’accordo su una sola e unica preferenza: il bilinguismo riguarda in primo luogo i bambini cresciuti con due lingue materne e capaci di passare molto naturalmente da una lingua all’altra. Senza pretendere l’esclusiva, questa definizione è quella che permette più semplicemente di abbordare gli aspetti psichici del bilinguismo. In altre parole: quali sono le caratteristiche di un cervello bilingue?

Il cervello bilingue

Mondo e lingua

La lingua, che sia compresa semplicemente come suono articolato o come codice che ci permette di comunicare, forma il nostro primo legame con il mondo. Il bambino che emette un vagito al momento della sua nascita sprigiona già la sua voce, vuole esprimersi, farsi sentire. E man mano, le parole, la sintassi, la grammatica, iniziano a realizzare questa struttura che è il nostro universo mentale, strutturano il modo in cui ci rapportiamo con ciò che ci circonda. Un soggetto bilingue può mentalmente fare appello a due sistemi linguistici di riferimento per descrivere una sensazione, o per esprimere un’idea. Per molto tempo, è stato pensato che ciò poteva causare una certa confusione, in particolare nei bambini piccoli. Ma dal 1962 e uno studio di Peal e Lambert sulla relazione tra bilinguismo e intelligenza, la tendenza scientifica si è stravolta (articolo in inglese). In questi ultimi decenni, numerose ricerche hanno sottolineato una grande ”coscienza metalinguistica”, cioè un’attitudine accresciuta, nei bilingue, per risolvere compiti cognitivi che non hanno a che fare con la lingua: come se, di fronte a un’equazione matematica, il cervello di un bilingue possedesse più dati per risolverla.

Ciascuno la sua strada

Immaginiamo che la lingua sia un cammino che collega ciò che si vede, ciò che si pensa e ciò che si esprime; la sintassi è l’itinerario, la grammatica il mezzo di trasporto, le parole i segnali stradali che segnano le tappe. Cosa avviene se, invece di un solo segnale, due confluiscono? Se invece di ”pane”, possiamo scegliere tra ”pane” e ”pagnotta”? L’esempio sembra banale. Tuttavia, ”pane” e “pagnotta” non rinviano alle stesse immagini: da un lato la baguette calda, dorata, croccante, la fetta di pane imburrata che si inzuppa nel caffè, i lunghi pasti con il formaggio e il dessert; dell’altro, il pane nero o con i semi, spesso e compatto, sano, e nutritivo, l’Abendbrot (letteralmente ”pane della sera”, uno spuntino che è il pasto serale in Germania) condiviso con la famiglia o fatto in maniera sbrigativa prima di coricarsi. Le due parole non fanno parte della stessa immaginazione, non fanno appello agli stessi ricordi, alle stesse emozioni neanche agli stessi codici sociali. In altri termini, sono intricate in due reti di associazioni distinte. Così il bilingue, per esprimere qualcosa a proposito della sua banale pagnotta di pane, può fare percorsi diversi, ciascuno lasciando sfilare un paesaggio unico. Per dare un’idea più appropriata, si potrebbe, comparare il bilinguismo con il fenomeno della sinestesia. Un sinesteta è qualcuno in cui due sensi o più si confondono, ad esempio quello della vista e dell’udito. Letteralmente, lui vede la musica nello spazio, nel colore ad esempio. Questo perché la sua descrizione dei suoni percepiti può mescolare due vie diverse, e sarà arricchita, più pittoresca o metaforica. È su questo principio di associazioni multiple che si fondano numerose poesie ma anche le espressioni utilizzate da ciascuno nella vita quotidiana, come l’opposizione classica tra i colori caldi e quelli freddi ad esempio. Così, più i collegamenti si moltiplicano, più il cervello ha la possibilità di afferrare un oggetto ed esprimerlo con le parole. La scienza parla ”di flessibilità cognitiva”, una capacità che fa riferimento al pensiero creativo e che è particolarmente marcata nei bilingue.

Liberate l’artista che c’è in voi!

Alcune persone affermano che l’apprendimento di una seconda lingua ha un impatto diretto sulla loro personalità: più aperti, più sicuri di sé, più tolleranti, più creativi… Il fatto di essere capaci, in momenti di vuoto di memoria, (Tip-of-tongue, la famosa parola che si ha sulla punta della lingua!), di intraprendere spontaneamente un altro percorso per esprimere un’idea e partorire creazioni linguistiche inaffidabili, strampalate, ma anche belle a volte. Parlavo un giorno ad un’amica tedesca di questa capacità di alcune persone ”a die Ecken rund machen”, traduzione letterale in tedesco dell’espressione (francese) ”arrondir les angles” (*). Non solo l’idea è perfettamente passata, ma, invece di un sorriso beffardo, ho ricevuto uno sguardo di ammirazione: “Voi dite così in francese? È fantastico”. Quindi lasciate esprimere la vostra creatività, liberate l’artista che dorme in voi… imparate una nuova lingua!

(*) Il dialogo avviene tra una persona tedesca e una persona francese tradotto in italiano significa ”appianare le cose”.

Accordo sull’istruzione per insegnare l’imprenditoria e per adattarsi all’economia digitale

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte El Economista

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Il bipartitismo negli USA offre due visioni diverse per quanto riguarda il modello politico, economico e sociale che deve essere stabilito in ciascuno dei suoi 50 Stati. Tra le altre cose, i due partiti divergono sulla concezione del sistema educativo. I repubblicani scommettono sulla segregazione per tipo nelle scuole, i programmi formativi di pianificazione familiare e l’istruzione privata, incluso quella impartita a domicilio. Al contrario, la principale proposta democratica mira a rafforzare l’istruzione pubblica: uno dei suoi obiettivi è quello di trasformare gli Stati Uniti in leader mondiale per quanto riguarda il numero di universitari laureati nel 2020. Nonostante le loro differenze, le due formazioni concordano nei valori e nei principi fondamentali per formare un modello educativo competitivo e a lungo termine. Sfortunatamente, in Spagna è successo l’esatto contrario: i due partiti che hanno governato negli ultimi 30 anni di pseudo democrazia non sono riusciti a mettersi d’accordo nel momento in cui bisognava pianificare un sistema di istruzione che avrebbe permesso uno sviluppo a lungo termine. Attualmente, approfittando del fatto che sia il governo che la situazione economica della Spagna esigono un grande accordo di Stato tra PP, PSOE e i cittadini, questi partiti devono approfittare della congiuntura per progettare congiuntamente un modello di istruzione sostenibile.

Insegnare a essere intraprendenti

Uno degli obiettivi che dovrà perseguire il modello educativo spagnolo per essere competitivo è quello di insegnare a essere intraprendenti nei collegi, oltre a includere l’istruzione finanziaria nei piani formativi. La LOMCE del PP ha compiuto i primi passi in questo senso, ma sia il PSOE che Podemos hanno promesso di abolirla nel caso in cui riusciranno a governare. In un ambiente politico come quello attuale, con il deficit germinato e un debito pubblico indifendibile, la prima lezione educativa di ogni programma formativo per l’intraprendenza, dovrà essere concentrata a insegnare alle nuove generazioni a creare il proprio impiego, per non dipendere soprattutto dallo Stato.

Economía digitale

Un altro aspetto che dovrà valutare un accordo statale per l’istruzione è quello relativo alla necessità di adattare l’istruzione a un contesto di gestione dell’impresa segnato dall’economia digitale. È fondamentale che il sistema educativo spagnolo sia capace di preparare gli studenti perché, una volta integrati sul mercato del lavoro, rispondano alle necessità della innovatrice e costantemente evolutiva ”economia digitale”. Tutto questo per affrontare la trasformazione tecnologica che si sta generando nel metodo di gestione delle imprese. Tale cambiamento avrà luogo anche, in modo più lento, nell’amministrazione pubblica. Nel prossimo futuro, una marea di posti di lavoro saranno reinventati o saranno una nuova idea. Tuttavia i profili professionali e formativi richiesti per effettuare queste nuove occupazioni saranno diversi. Infatti, la rivoluzione tecnologica ha messo in disuso alcune professioni che in passato erano considerate indispensabili.

Il silenzio degli innocenti: Perchè nessuno vuole vivere nella casa di un personaggio del film

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company fonte Yahoo

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A prima vista questa casa non ha nulla di particolare, ha anche un certo fascino, con il suo stile vittoriano, i suoi 7000 m2, le sue 4 camere e anche la sua piscina. Tuttavia nessuno vuole veramente viverci dentro. Forse, perchè è stata il testimone di molti omicidi negli anni 90, perpetrati da un serial killer che amava particolarmente scuoiare le sue vittime per fare abiti. Chiamato Buffalo Bill, era il serial killer che Clarice Starling inseguiva nel film di Jonathan Demme, Il silenzio degli innocenti.

Non ha nulla di orribile è realmente successo nulla in questa dimora della Pennsylvania, ma per i potenziali acquirenti resterà sempre la casa di Buffalo Bill e anche se il suo prezzo è vantaggioso, 249.000 dollari invece di 300.000, che è il suo vero valore, non gi toglieranno questa idea dello spirito maligno. I proprietari, Scott e Barbara Lloyd, hanno, infatti, molta difficoltà a separarsi dalla loro casa, nella quale la produzione c’è stata tuttavia soltanto tre giorni: la fossa nel quale l’omicida conservava le sue vittime prima di scuoiarle, è stata interamente trasformata in uno studio.

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La casa può anche portare tanta felicità. Chiedetelo ai due attori protagonisti, Jodie Foster e Anthony Hopkins che ha vinto un Oscar per il ruolo di Clarice Starling e di Hannibal Lecter, come anche a Scott e Barbara Lloyd, che si sono sposati in questa casa e si amano da più di 40 anni.