Presentazione in giudizio di documenti stranieri: Ho bisogno di una traduzione giurata?

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte Traduccion Juridica

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Quasi tutti i mesi, alcuni dei nostri clienti ci chiedono la traduzione di documenti da presentare al processo. Questa settimana traduciamo molti contratti per questo scopo, questo perché abbiamo preso degli accordi per questo lavoro e ci è sembrato opportuno riprendere la questione nel blog — nulla è semplice, certamente. In generale, a qualsiasi avvocato con una certa esperienza è sorta a volte la necessità di presentare in giudizio documenti stranieri per accompagnare una domanda. Ogni volta sono sempre più i clienti internazionali che passano per gli uffici, anche senza essere un avvocato specializzato nell’ambito internazionale sicuramente perchè hanno clienti che fanno cause all’estero, o sono sposati, divorziati, comperano proprietà o ricevono eredità in altri paesi. Quando la questione diventa controversa sorge il problema di come trattare la documentazione probatoria redatta in varie lingue.

Obbligo di portare traduzioni

L’avvocato sa che deve ben fondare le sue richieste nella domanda allegata alla documentazione, e che quest’ultima deve essere scritta in una lingua che comprende il tribunale, come prevede il Codice di procedura civile 1/2000 (LEC) nell’articolo 144.1: ”Articolo 144. Documenti redatti in lingua non ufficiale. Ogni documento redatto in una lingua che non sia il castigliano o, in caso, la lingua ufficiale propria della Comunità autonoma interessata, l’atto sarà accompagnato dalla traduzione”. Non sono previste, tuttavia, sanzioni nel caso in cui non sia rispettata questa esigenza. Quindi, le conseguenze dovute alla omissione di questa traduzione vanno interpretate dalla legge in molti Tribunali provinciali e in altri processi e tribunali i quali, in diverse occasioni, hanno dichiarato l’assenza di valore probatorio dei documenti portati senza essere accompagnati da una traduzione propria (1).

Sì, ma di che tipo di traduzione c’è bisogno?

Se continuiamo a leggere l’articolo 144 troveremo quanto segue nel secondo paragrafo: ”2. Detta traduzione potrà essere fatta privatamente e, in tal caso, se una delle parti la contesta nei cinque giorni successivi alla traduzione, e non la considera fedele o esatta e esprime le sue ragioni per questa divergenza, il cancelliere ordinerà, per la parte (che ha indicato) che c’è una discordanza, la traduzione ufficiale del documento, a spese di chi l’ha presentata. Il nostro LEC non è molto chiaro sul tipo di traduzione che occorre presentare, questo perché spesso gli avvocati si chiedono se questa traduzione deve o non deve essere giurata. La risposta non è facile, poiché non esistono norme e neanche direttive sull’argomento. Abbiamo già visto che il LEC obbliga che ogni documento redatto in una lingua straniera sia tradotto prima di essere portato in giudizio. Inoltre aggiunge che questa traduzione può essere fatta ”privatamente”, e questa traduzione sarà valida purché non sia contestata perchè considerata poco fedele o inesatta. In questo caso si ordinerà la traduzione ”ufficiale” del documento a spese di colui che l’ha presentata.

Occorre ricordare, come ha indicato il professor Joan Pico i Junoy (2), che la traduzione di qualsiasi documento redatto in una lingua straniera è un atto ”peritale”, cioè, un’attività professionale che esige una certa conoscenza specializzata. Considerando questo carattere peritale, il giudice dovrà seguire la traduzione data dallo specialista, anche se occorre formulare, secondo il professore Pico, alcune sfumature: ”a) Se si tratta di una semplice traduzione privata non contestata dalla parte contraria, l’efficacia vincolante della prova documentata influirà soltanto sul contenuto del documento (ai sensi degli articoli 319 e 326 del LEC) e non sulla traduzione di quest’ultimo. La traduzione, come qualsiasi altro atto peritale, è misurabile da parte del giudice secondo le regole di una critica sana (come prevede l’articolo 348 del LEC), perché se ha una conoscenza profonda della lingua nella quale è stato redatto il documento può, motivatamente, giustificare il suo scostamento per quanto riguarda la traduzione e imporre la sua propria conoscenza (…);
b) se si tratta di una traduzione ufficiale derivata dalla contestazione della precisione della traduzione privata, in via del tutto eccezionale, il giudice potrà anche abrogare il risultato della traduzione, anche se il grado dei motivi legali dovrà essere soprattutto estremizzato, dato il carattere ufficiale della traduzione. (3)

Che cos’è una traduzione ufficiale

Di conseguenza, il carattere ”ufficiale” o no di una traduzione risulterà essenziale al momento della perizia giudiziaria del documento. Tuttavia, l’articolo 144 non cita cosa bisogna intendere per traduzione privata o per traduzione ufficiale, e neanche indica chi può o chi deve effettuare una traduzione affinché questa sia rivestita di questo carattere ufficiale. Dobbiamo ricorrere al Decreto Reale 2555/1977, del 27 agosto, con il quale si approva il Regolamento dell’Ufficio di Interpretazione delle Lingue del Ministero degli affari Esteri (nella sua redazione modificata del Decreto Reale 2002/2009, del 23 dicembre) per poter comprendere questa distinzione tra traduzioni ufficiali e private. Detto DR, nell’articolo 6 paragrafo 1 stabilisce quanto segue: ”Le traduzioni e l’interpretazione di una lingua diversa dal castigliano e viceversa che effettuano i Traduttori/ci-interpreti giurato/a avranno carattere ufficiale, nel momento in cui le traduzioni saranno sottomesse a revisione dall’Ufficio di Interpretazione delle lingue previo sollecito delle autorità competenti”. Secondo quanto disposto in questo precetto, la traduzione ufficiale sarà quella effettuata ”da un traduttore/interprete giurato” che, grazie all’accreditamento che gli ha concesso il Ministero degli affari Esteri (MAE), è qualificato per certificare con fedeltà e precisione le sue traduzioni.

Riassumendo

Secondo il LEC, è necessario allegare la traduzione dei documenti redatti in lingua straniera affinché abbiano valore probatorio, ma questa traduzione può essere effettuata ”privatamente”, cioè, da parte di una persona qualificata per fare questo e senza nessun’altra esigenza addizionale. Tuttavia, in questo caso, la qualità di questa traduzione può essere messa in discussione, sia dalla parte contraria che dal giudice, e la traduzione può essere respinta, a danno di chi l’ha fornita. Di conseguenza, è consigliabile, ma anche necessario, accompagnare una traduzione giurata (realizzata da un traduttore/interprete giurato, e nella quale compare il suo timbro e la sua firma) del documento in questione, perché avrà così valore ”ufficiale” davanti ai nostri tribunali. In quest’ultimo caso soltanto il giudice avrà la facolta’ di respingerla ben motivando la sua decisione, cosa che accade certamente in rarissime occasioni.

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Tailandia: un paese modello per l’adozione

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte Gavroche

Ogni anno, decine di coppie francesi vanno nel regno con la speranza di adottare un bambino. Un percorso seminato di ostacoli, a partire dalle preoccupazioni amministrative alla barriera della lingua. Ma le famiglie e le autorità francesi elogiano all’unanimità la serietà della procedura tailandese. L’adozione internazionale è un argomento sensibile. L’attualità di questi ultimi mesi, a partire dalla questione dell’Arca di Zoe, in Ciad, fino alla criticata adozione di un piccolo malawi da parte della cantante Madonna, ha inizialmente suscitato lunghi dibattiti tra i media internazionali. L’adozione all’estero resta così segnata da misteri e da sospetti soprattutto perchè sono numerose le questioni legate a questo traffico, in particolare nei paesi che non hanno aderito alla convenzione dell’Aia (vedere pagina 43). Fortemente diffuse attraverso i mass media, eclissano le storie semplici e spesso difficili di numerose coppie che lottano all’estero per accogliere nel loro focolare un bambino a lungo desiderato.

Queste famiglie, che hanno accettato di affidarsi a Gavroche, hanno spesso attraversato momenti molto penosi. “Già, è molto penoso non poter avere bambini biologici”, ha ammesso Michel Corioland, di 50 anni, che ha appena terminato i passaggi per l’adozione a Bangkok e oggi è in attesa che gli venga affidato ”un figlio”. Una prova psicologica dunque, quella di ammettere di essere ”impotenti” di fronte a un desiderio di genitorialità inaccessibile: ”Abbiamo cominciato a fare degli esperimenti biologici quindi la procreazione assistita, senza sapere cos’è che non andava”, ha raccontato Alain Boeuf, di 41 anni, in attesa di ”affidamento”, il termine utilizzato nelle procedure amministrative. ”Eravamo fisicamente e psicologicamente stanchi. Dopo cinque anni, avevamo perso ogni speranza di avere un bambino in modo naturale”. Per lui ma anche per sua moglie Cécile, l’adozione era una soluzione possibile: ”La famiglia tiene secondo noi più all’istruzione che viene impartita al proprio bambino che ai legami di sangue”. Sandrine Saillard, di 37 anni, ha ammesso che dopo avere ”provato tutto per oltre dodici anni”, dalle fecondazioni in vitro alle inseminazioni artificiali, l’adozione era semplicemente diventata ”l’ultima spiaggia”. Lei e suo marito Pascal, hanno appena adottato in Tailandia il piccolo Mattis di due anni e mezzo. Poiché la Francia non permette facilmente l’adozione di minori sul suo territorio, l’adozione internazionale sembra che sia, per queste coppie, l’unica alternativa. ”Inizialmente, abbiamo certamente provato in Francia, ha spiegato Alain Boeuf. Ma nonostante i numerosi bambini negli orfanotrofi, è molto difficile adottarli. Il bambino deve essere nato sotto X o deve essere un abbandono definitivo e ufficiale dei genitori, ma spesso non è così. In media devono passare sei anni di attesa, tenuto conto che l’approvazione (il documento che autorizza l’adozione, accordato dall’assistenza sociale per la tutela dei minori, ndr) viene convalidato soltanto dopo cinque anni”.

Procedure, fascicoli e ancora procedure

Se in Francia le procedure sono, secondo numerose testimonianze, quasi impossibili, la prassi per l’adozione in Tailandia non è neanche ovvia (vedere riquadro p. 40). E’ una lunga prova, complessa, o, meglio ancora, penosa per le famiglie. ”Bisogna veramente essere tenaci”, racconta un futuro papà. La procedura è ancora più complessa per coloro che non risiedono in Tailandia. Mentre gli espatriati fanno la loro domanda presso il DSDW (Department of social développement and Welfare), dunque direttamente presso le autorità tailandesi, i francesi che vivono nell’esagono devono ottenere prima di tutto un’approvazione dal Consiglio Generale del loro luogo di residenza. Un documento elaborato, in media, in nove mesi… Tutto uno simbolo! Quindi comincia l’inoltro delle numerose pratiche che costituiranno la loro domanda.

Patricia Muller, di 38 anni e residente in Francia, ha inviato il suo nel mese di aprile del 2006. ”La nostra richiesta è stata presa in considerazione e in seguito è stato necessario un anno per riunire tutti i documenti richiesti dalla Tailandia. La cartella completa è stata inviata al DSDW nel mese di maggio del 2007, ed è soltanto nel mese di febbraio del 2008 che ci hanno confermato che un bambino ci aspettava. Siamo venuti a cercare Mathéo a marzo”. In tutto, per la procedura ci sono voluti quasi due anni. In media, il termine di attesa tra la spedizione della pratica in Tailandia e l’affidamento di un bambino può variare dai 5 ai 22 mesi. Cioè quasi dai tre ai quattro anni se si tiene conto delle procedure iniziate in Francia. La prassi è ancora più lunga per le coppie che desiderano esclusivamente adottare una bambina: particolarità abbastanza rara in Asia, bisogna adottare più i bambini che le bambine. Nel 2007, secondo Orchidea adozioni, il 76% dei bambini adottati era costituito da ragazzi. E’ soprattutto per ragioni culturali e tradizionali, che un gran numero di bambini vengono abbandonati. Generalmente, il percorso di chi adotta sembra sia estremamente complicato, secondo Pascal Saillard, di 47 anni. ”Siamo sbattuti da destra a sinistra, da un ufficio all’altro, ed è un pò sconcertante. Ed è altrettanto difficile quando non si parla inglese!”.

Nessuna adozione ”a catena” qui

I futuri genitori tuttavia non devono affrontare solo queste procedure. Sono obbligati a passare obbligatoriamente attraverso un ente, autorizzato che operi al tempo stesso sia in Francia che in Tailandia, il quale svolge il ruolo di intermediario (vedi riquadro p. 42: “AFA, OAA, késako?”). Ne esistono due: uno pubblico, l’agenzia francese delle adozioni (AFA); l’altro privato, l’ente autorizzato alle adozioni internazionali (OAA). La procedura è la stessa per entrambi gli organismi, differisce solo il tipo di inquadramento. Molte famiglie si affidano ai servizi di Orchidea adozioni, l’OAA per la Tailandia. L’ente realizza un buon monitoraggio in Francia prima dell’adozione, grazie a un gruppo ”arduo” di consulenti regionali, indica Patricia Muller. ”La prima volta che ho incontrato le persone dell’associazione, sono tornata a casa fiduciosa”.

Un sostegno indispensabile per queste famiglie, poiché se l’adozione dei bambini tailandesi è complessa, allo stesso tempo è anche molto limitata. Nel regno, non c’è l’adozione ”a catena”, piuttosto avviene caso per caso e la ripartizione per paese è definita dalle autorità tailandesi. Nel 2006, solo sessantanove bambini sono stati proposti alle famiglie francesi, citano i dati del portale Internet del Ministero tailandese degli Esteri. In questa ripartizione per paese, le autorità tengono conto della qualità dei contatti del DSDW con ogni nazione. Anche se quelli con la Francia sembrano ben stabili, il tempo di attesa rischia di essere lungo e: infatti, gli indici restano stabili e la domanda, aumenta. Il numero di candidature francesi ricevuto dalla Tailandia è aumentato del 6,5% nel 2007 rispetto al 2006.

Bambini ”particolari”

In compenso nessuna percentuale per i bambini ”particolari”, i quali sono meno richiesti e il tempo di attesa per loro, prima dell’affidamento, consta generalmente di un percorso più rapida. Può trattarsi di un bambino la cui età è superiore ai quattro anni o anche di un bambino che ha leggeri problemi di salute (labbro leporino) o più pesanti (disabilità fisica o mentale). Nella lista particolari, disponibile sul sito dell’AFA, ci sono anche i casi di fratelli, di malnutrizione, di bambini sieronegativi nati da madre sieropositiva o anche di bambini nati in seguito a una violenza. Le particolarità non costituiscono e non sono abbastanza uguali in termini di conseguenze sulla vita quotidiana della famiglia.

Bisogna dunque capire bene quanto i genitori siano in grado di essere responsabili. Martine Daudu, di 46 anni, e suo marito Henri avevano già quattro bambini biologici ”in buona salute” quando hanno avviato una procedura di adozione. La loro è stata una scelta, un desiderio anche, di accogliere sette anni fa nel loro nido familiare una bambina con caratteristiche particolari: Marie-Perle, una bambina audiolesa di due anni e mezzo. ”All’inizio è stato necessario imparare la lingua dei segni, ricorda la madre di famiglia. Oggi, Marie-Perle è stata operata e parla. E quindi va a scuola e si è integrata molto bene. Questa adozione ci ha cambiato, credo che non saremo mai più come prima”. Quest’estate, la coppia ha adottato il secondo bambino, tardivo questa volta: Martin-Elliot, di 5 anni e mezzo. Ancora una volta, l’esperienza è stata positiva: ”Bisogna semplicemente staccarsi dall’idea di bambino ideale e dire solo che il bambino che ci è stato affidato è il nostro”, ha dichiarato sorridendo la mamma.

Una procedura gratuita e controllata

La procedura di adozione in Tailandia è nel suo insieme considerata soddisfacente e seria dalle autorità francesi. ”La situazione dell’adozione nel regno è soprattutto soddisfacente poiché è stata sviluppata dopo alcuni anni su un processo, ”l’Aia”, ha sottolineato Jean-Luc Delvert, console francese in Tailandia. La convenzione dell’Aia del, 29 maggio 1993, sulla protezione dei bambini e la cooperazione in materia di adozione internazionale, raccoglie settanta paesi nel mondo. Il testo, ratificato dalla Francia nel 1995, è entrato in vigore in Tailandia nel mese di agosto del 2004. “È un ulteriore criterio di protezione della procedura. Ciò può infatti rallentare il trattamento delle domande ma è un processo sicuro, che non è inevitabilmente garantito nel quadro di un’adozione internazionale”, ha spiegato Jean-Luc Delvert. La convenzione dell’Aia formula due grandi principi: l’interesse superiore del minore deve essere considerato primordiale e l’adozione internazionale può essere prevista solo in mancanza di una soluzione nazionale nello Stato di origine del bambino. L’adozione di un dispositivo di cooperazione tra gli Stati firmatari permette di prevenire ogni transazione finanziaria in cambio di un bambino. La convenzione include un processo di controllo internazionale, ma non è così in Birmania o in Vietnam. Nel 2006, il Vietnam, che non ha ratificato la convenzione dell’Aia, ha per esempio concesso l’adozione di 742 bambini a coppie francesi, cioè quasi dieci volte di più rispetto alla Tailandia. Tuttavia, non è sicuro che i mezzi finanziari e umani del Vietnam siano superiori a quelli del regno. Il paese, come altri paesi della regione, ha la reputazione di essere relativamente poco attento, o anche molto flessibile in questo tipo di procedure. Le famiglie e i volontari pensano che con un pò di denaro, molte prassi vengano agevolate. Senza parlare del fatto che è molto difficile conoscere l’origine del bambino, cosa che lascia temere ogni specie di traffico. La Tailandia al contrario è considerata come un modello in termini di applicazione della convenzione dell’Aia. Dispone di una procedura ben preclusa e gratuita. Non la sorpresa dell’ultimo minuto, non una busta da far scivolare sotto il tavolo. È un vero impegno di sicurezza che offre fiducia alle famiglie in attesa di affidamento: ”Mi sento rassicurato, c’è un vero seguito, sappiamo da dove viene il nostro bambino, ha garantito Sandrine Saillard. Siamo a conoscenza che gli enti locali sono molto attenti alla famiglia adottiva e al futuro del bambino una volta arrivato in Francia”. La stessa sensazione l’ha avuta un’altra adottante, Martine Daudu: ”Sappiamo che l’iter rischia di essere lungo ma sappiamo anche che ciò si realizzerà. E quindi, abbiamo la certezza che il bambino sia realmente adottabile. Concludendo, anche se tutti questi passaggi sono un pò complicati; ciò contribuisce a radicare il nostro progetto, si diventa genitore… poco a poco”.

Anche se la Tailandia beneficia soltanto di limitati mezzi finanziari e umani per trattare questi casi, tutte le famiglie concordano nel dire che le procedure sono gestite e inquadrate da persone estremamente coinvolte (vedi riquadro ”Motherland, simbolo di una implicazione nella durata”). A Patricia Muller è rimasta soprattutto impressa la gentilezza degli interlocutori incontrati in Tailandia: ”Siamo stati in contatto qui con gente attenta, che ci ha aiutato molto. Non soltanto gli operatori sociali ma anche i dipendenti di amministrazione, il personale dell’hotel, la gente lungo la strada. Sono ardui e ci hanno messo immediatamente a nostro agio. Quindi abbiamo subito pensato che qui la gente sia molto protettiva con i figli” ”Preparano visibilmente bene i bambini a questa adozione e ad accettare la loro nuova famiglia, ha aggiunto Pascal Saillard. Chiedono per esempio ai futuri genitori di preparare un piccolo album fotografico”. Martine Daudu è rimasta anche sorpresa da un altro onere di inclusione delle autorità tailandesi: ”Rientrando in Francia, non si ottiene immediatamente l’adozione plenaria. Un’assistente sociale viene a vedere il bambino a tre riprese nel suo nuovo ambiente di vita, cosa che prolunga il legame con l’ente di adozione”. Con questo scambio particolare e queste relazioni perenni tra la Tailandia e le famiglie adottive sono nati nuovi progetti. Il 1° dicembre del 2007, molte famiglie per esempio si sono riunite per creare SPOT (solidarietà per gli orfanotrofi tailandesi), un’associazione che ha lo scopo di raccogliere fondi o materiale per migliorare la vita quotidiana degli orfanotrofi del regno. Per Jean-Luc Delvert, ”la Tailandia è quindi un paese da consigliare ai genitori che desiderano adottare in condizioni perfettamente sicure”.

AFA, OAA: késako?

L’AFA, l’agenzia francese dell’adozione, dipende direttamente dallo Stato. Gestisce le adozioni delle famiglie francesi in tutto il mondo e dispone di relè dipartimentali e di una rete di corrispondenti. Questi aiutano i candidati a organizzare la loro cartella di adozione, la verificano e quindi la trasmettono alle autorità responsabili nel paese di origine del bambino. I servizi dell’AFA sono gratuiti ma le spese per elaborare il dossier, la traduzione e la spedizione restano a carico delle famiglie adottive. L’agenzia, che non preseleziona i candidati, dispone da qualche anno di mezzi più importanti ed è sempre più efficace e reattiva. Nel caso della Tailandia, OAA, l’organizzazione autorizzata per l’adozione, si chiama Orchidea adozioni. È stata creata dieci anni fa dalle famiglie che avevano già adottato bambini nel regno. Come AFA, aiuta a preparare il fascicolo e lo trasmette alle autorità tailandesi, ma una partecipazione finanziaria resta a carico delle famiglie: 2266 € per la partecipazione alle spese di funzionamento dell’organismo; da 2295 a 2610 € per l’organizzazione della cartella; senza dimenticare 101,24 € per la procedura locale. Orchidea adozioni procede, contrariamente all’AFA, a una preselezione delle cartelle, per motivi di efficacia. L’associazione organizza anche riunioni regionali che hanno un grande successo. Aperto a tutti, sia ai nuovi candidati che alle famiglie che hanno effettuato l’adozione molti anni fa, le riunioni ogni volta comprendono tra i 70 e i 130 partecipanti. Le famiglie si incontrano, hanno uno scambio di esperienze e delle difficoltà incontrate. Michel Corioland ha scelto Orchidea adozioni soprattutto perchè si sente aiutato: ”È rassicurante entrare in contatto con persone che vivono la tua stessa situazione”.

Adozione internazionale

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte CBLingua

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Davanti ai lunghi tempi d’attesa e ai passi difficili che bisogna intraprendere per l’adozione nel territorio nazionale, molte coppie optano per l’adozione internazionale. CBLingua è soprattutto impegnata nei progetti relativi alle adozioni. Le famiglie adottive devono ottenere una grande quantità di informazioni sui paesi dove l’adozione è più celere, più sicura o più facile per decidere in quale paese l’adozione è più favorevole, per loro la migliore soluzione è quella di rivolgersi ad alcuni organismi competenti della Comunità Autonoma per l’adozione (servizi per la protezione dei minori, dipartimenti di previdenza sociale ecc.)

Come avviare l’adozione internazionale?

Inizialmente, sarà aperta una cartella per l’adozione internazionale poiché bisognerà consegnare la seguente documentazione:

  • Domanda
  • Certificato di nascita e di matrimonio dei genitori, se del caso.
  • Certificato di idoneità emesso dalla Comunità Autonoma nel quale i psicologi e gli operatori sociali valuteranno la capacità della famiglia adottiva per la piena custodia del bambino. Per ottenerlo, occorre assistere a un programma di preparazione per l’adozione dove si ambisce a indicare le necessità dei bambini. Il periodo di validità è di 3 anni

Bisogna legalizzare la documentazione?

Sì, tutti i documenti dovranno essere legalizzati o essere asseverati a seconda se il paese dell’adottato è o no firmatario della convenzione dell’Aia. La legalizzazione deve essere quella tradizionale (timbro del rilascio del documento, timbro del Ministero degli Affari esteri del paese di origine, timbro dell’ambasciata spagnola nel paese di origine e timbro del reparto di legalizzazione del MAE), normalmente non sono ammessi le legalizzazioni consolari.

Una volta legalizzata la documentazione, si procederà alla traduzione giurata di tutti i documenti purché si tratti di un paese la cui lingua non è lo spagnolo. Questa traduzione dovrà essere effettuata da un traduttore giurato nominato dal Ministero spagnolo degli Affari esteri e della cooperazione. Raccomandiamo calorosamente di accertarsi che il traduttore mostri tale nomina, in caso contrario la cartella mancherà di validità e in caso di errore bisognerà ripetere tutto il processo.

Chi gestisce l’adozione internazionale?

L’adozione internazionale può essere gestita dalle amministrazioni pubbliche o dalle ECAI (Entità Collaboratrici in Adozione Internazionale). Cerca di informarti sulle condizioni di ogni paese poiché alcuni non ammettono le due opzioni. Loro saranno le persone incaricate a inviare la cartella all’estero per il suo inoltro.

Dopo la consegna della cartella, quanto tempo bisognerà aspettare?

Questa è una domanda frequente e non ha una risposta concreta poiché dipende dal paese dove si desidera effettuare l’adozione. In alcuni paesi è più semplice ma sono più lenti, in altri sono più solleciti, ecc. In numerose occasioni sono le relazioni internazionali e il flusso di adozioni che segnano il periodo di attesa per la proposta di adozione.

Definizione delle competenze giuridico-amministrative in materia di contratti amministravi

Preside università

Sabrina Carbone per SEBAL traduce diritto amministrativo dal francese preso da questo link Revue generale du droit

Maurice Hauriou 1856 – 1929 Preside della Facoltà di Giurisprudenza di Tolosa

– Nota sotto il consiglio di Stato, 5 novembre 1926, Delpin e altri; 7 gennaio 1927, Triller, S. 1927.3.9

La fornitura e la ricostruzione delle regioni liberate, sono due attività nate a partire dalla guerra del 1914 e hanno iniziato a mostrare nella giurisprudenza del consiglio di Stato, la loro vera figura giuridica (V. già Cons. di Stato, 29 maggio 1925, Soc. dei mulini di Brest, S. 1926.3.29; 29 maggio 1925 (2 fermi). Décatoire e Trillon, Rec. fermi del Cons. di Stato, p. 534; 6 novembre 1925, Lefèvre-Utile, idem, 868).

I servizi pubblici, costituiti in loco, in virtù della legislazione e della regolamentazione e a seguito dell’urgenza di rispondere alle esigenze, e alla necessità di fornire servizi pubblici temporanei, hanno realizzato economie miste e hanno aggiunto alla loro struttura funzionari di imprese private, l’industria molitoria, consorzi e empori. Gli stessi sono stati estesi in seguito alla partecipazione di imprese commerciali e industriali, e hanno soddisfatto numerosi obblighi urgenti e hanno gestito somme considerevoli.

Le controversie scaturite dal loro funzionamento hanno posto un grave punto interrogativo sulle competenze. Potevano essere considerati come servizi industrializzati, o la loro attività poteva essere considerata come una gestione privata che affidava il contenzioso ai tribunali giudiziari. C’è, o c’è stato, per alcuni servizi, un movimento giuridico in questo senso, per esempio per il servizio delle vasche idriche e il passaggio dell’acqua (Cons. di Stato, 2 luglio 1920, Dame Lenoir; Rec. blocco del Cons. di Stato, p. 658; Trib. conflitti, 22 gennaio 1921 (2 blocchi), colonia della Costa d’Avorio C. Società dell’Africa occidentale e Assennachar, S. 1924.3.34. Ma i nostri congelamenti, come quelli del 29 maggio 1925, società dei mulini di Brest, ecc., e del 6 novembre 1925, Lefèvre-Utile, come quello del, 3 luglio 1925, di Mestral, S. 1927.3.2), hanno segnato una viva reazione a livello di competenze amministrative.

Le ragioni sulle quali i servizi fondano queste competenze sono estremamente interessanti da rilevare, nel senso che non mirano soltanto alle esorbitanti stipulazioni del diritto comune che può contenere la convenzione che collega le imprese private ai quadri amministrativi allo scopo di farli partecipare alla gestione del servizio, per esempio, nell’affare Mestral; ma hanno tratto delle considerazioni esterne alla convenzione e infinitamente più alte. Queste necessità hanno imposto l’introduzione sia di misure per la fornitura, ma anche di misure volte a facilitare la ricostruzione delle regioni liberate; infine e soprattutto sono state rilasciate delle disposizioni legislative e regolamentari che hanno creato le organizzazioni dove il quadro amministrativo e l’impresa sono strettamente collegati. Queste disposizioni legislative e regolamentari dimostrano che c’è un intervento speciale del potere pubblico nella creazione dell’organismo e anche nel suo funzionamento. Un vecchio principio del diritto amministrativo cita che il potere pubblico ha il compito di vigilare queste disposizioni regolamentari nel contenzioso, cioè la missione della giurisdizione amministrativa è quella di verificare l’applicazione delle leggi e dei regolamenti amministrativi, nell’organizzazione e nel funzionamento dei servizi. Non crediamo di sbagliarci traendo, in base ai nostri congelamenti, la conclusione che non è una competenza giudiziaria la gestione di un servizio a doppia condizione: 1° che non ci sia, nella convenzione relativa all’istituzione o alla ‘amodiation’ (forma di cessione in affitto) del servizio, nessuna stipula dei diritti esorbitanti a profitto dell’amministrazione; 2° che il funzionamento del servizio non sia oggetto di una regolamentazione amministrativa dove occorre sorvegliare la sua applicazione. A queste condizioni, la lista dei servizi privati o di gestione privata non sarà così lunga rispetto a quanto previsto all’inizio, in particolare, i controlli comunali che saranno effettuati ai sensi del decreto legge del, 28 dicembre 1926, (J. off del 31 dicembre), non saranno subappaltati dalla competenza amministrativa, poiché saranno sottoposti a una regolamentazione solida amministrativa dove bisognerà sorvegliare l’applicazione: ”Un regolamento dell’amministrazione pubblica determinerà: 1° le regole per l’organizzazione e l’amministrazione dei controlli” (art. 10); ”I regolamenti dell’amministrazione pubblica, determineranno quali sono, tra i servizi suscettibili al controllo dei comuni, quelli che sono sottoposti al controllo tecnico dello Stato e che approveranno i ‘regolamenti interni tipo’ ai quali dovranno conformarsi a questi servizi, ecc.” (art. 11).