I regimi di compensazione climatica ‘non riescono a raggiungere i più poveri’

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte BBC

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Le comunità remote non stanno ricevendo le remunerazioni che sono state concesse mediante gli schemi destinati a conservare le foreste tropicali, cita una ricerca. La gente che dipende dalla raccolta delle risorse forestali deve ricevere il pagamento nell’ambito degli schemi. Ma alcuni ricercatori sostengono che esistono delle ”divergenze in questa realtà” tra le misure di sicurezza destinate ad aiutare le comunità colpite e chi realmente riceve la compensazione. I risultati sul cambio globale dell’ambiente sono stati pubblicati online. ”Circa l’11% delle emissioni globali provengono dal disboscamento e dalla degradazione delle foreste tropicali così lo scopo è quello di poter rallentare ancora di più tutto ciò per poi compensare le emissioni, una buona cosa per mitigare i cambiamenti climatici” ha spiegato Julia Jones dell’università di Bangor, in Galles. Negli ultimi dieci anni, i progetti denominati Riduzione delle emissioni da disboscamento e degrado delle foreste* (Redd/Redd+) sono stati sviluppati come parte dello sforzo globale per attenuare il mutamento del cambiamento climatico. Questi meccanismi sono destinati a migliorare la gestione delle foreste e a ridurre l’emissione netta dei gas serra nelle foreste tropicali e subtropicali delle nazioni. ”Infine è stato approvato (al vertice sul clima dell’ONU) a Parigi lo scorso mese di dicembre che Redd+ andrà avanti come meccanismo globale per la riduzione dei cambiamenti climatici”, ha reso noto il prof. Jones per BBC News. ”Che cosa significa in realtà tutto ciò zone più protette e più finanziamenti. E’ una cosa splendida, dopo tutto è una situazione vantaggiosa per tutti ma che cos’è che non va allora?”.

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Tuttavia, è stato ampiamente riconosciuto che tali schemi – se non implementati correttamente – possono avere un sostanziale impatto negativo sui mezzi di sussistenza delle persone, come le comunità indigene, e aggravare la povertà. ”Questo è stato accolto, per esempio, dalla Banca Mondiale”, ha osservato il prof Jones. ”Loro hanno assunto l’impegno che tutto ciò che finanziano (e) le persone sfollate per questo motivo, deve essere indennizzato”. ”I principi che le aree protette non devono danneggiare le comunità locali sono stati anche riconosciuti dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, per esempio”. Ma, ha aggiunto: ”Il problema è come si fa a farlo? Il modo in cui operano le linee guida della Banca Mondiale è che le famiglie influenzate da un regime devono essere identificate e quindi compensate per l’impatto negativo causato dall’azienda in un’area protetta sulle loro condizioni di vita”.

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Alla fine, per testare se il progetto ”tutela sociale” stava funzionando sul posto, un gruppo di ricercatori britannici e malgasci ha osservato dettagliatamente un’area in Madagascar dove è stata stabilita una nuova zona protetta. ”Abbiamo visto che, sì, sono andati sul posto e che hanno identificato le famiglie che si pensa siano influenzate negativamente dalla conservazione e hanno consegnato la remunerazione”. Tuttavia, ha aggiunto, la compensazione non è arrivata a coloro che sono più correlati al progetto. ”Abbiamo rintracciato ogni singola famiglia che doveva essere coperta dalla compensazione e hanno indicato che… il processo ha avuto alcune polarizzazioni molto serie a riguardo” ha spiegato. ”Soprattutto, la gente che è stata identificata era più facile da raggiungere fisicamente – perchè più vicina alla strada o più vicina al centro amministrativo”. Inoltre sono più inclini a essere collegati socialmente; i membri dei comitati locali per la gestione della silvicoltura – in media – erano più ricchi, o comunque, meno poveri”. Il prof. Jones ha informato che ciò non era previsto dallo schema che era stato rilasciato per aiutare, dove serviva di più. ”Le persone che sono più vicine al centro amministrativo è più lontane dalla foresta sono meno dipendenti dalle risorse forestali per la loro sussistenza”, ha indicato. ”Quello che è interessante qui è che la Banca Mondiale ha delle linee guida molto esplicite che devono essere a favore dei poveri e mirano ai gruppi vulnerabili. Abbiamo esposto che qui qualcosa non sta funzionando”. Lo stesso ha aggiunto che lo studio ha richiesto ai ricercatori di trascorrere molto tempo nella zona per sapere dove sono state individuate tutte le famiglie. In alcuni casi, i membri del team hanno dovuto camminare per otto o nove ore per raggiungere alcune comunità ancora più distanti.

”Divergenze nella realtà”

”Una critica è che famiglie del genere possono sfuggire se si rimane per un breve periodo di tempo, ma questo è uno dei problemi, non si può pretendere che i consulenti pagati dalla Banca Mondiale per questo progetto siano sottoposti a quel livello di sforzo per trovare ogni singola famiglia”, ha aggiunto. ”Non vogliamo criticare i vari esecutori di questo particolare progetto, ma vogliamo evidenziare ”una lacuna in questa realtà” tra queste adorabili politiche che risuonano grandi sulla carta ma in realtà le stesse sul posto sono incredibilmente difficili da implementare”. Il prof. Jones ha comunicato che lo scopo dello studio non era quello di giudicare i progetti e neanche il modo in cui il regime di compensazione è stato implementato. ”E’ una considerazione per precisare che c’è questa lacuna in detta realtà” ha aggiunto. ”Nei paesi come il Madagascar, c’è una scarsa mappatura e quindi quando si progetta qualcosa di simile e non si dispone di una mappa che indica i villaggi che hanno scuole primarie ecc non vengono stanziate le risorse sufficienti. ”Voglio dire che ogni volta che c’è tutta una specie di sforzo per implementare un sistema di conservazione poi sul posto deve essere fatto un ulteriore sforzo per rintracciare la popolazione. Affidarsi a mappe molto vecchie e obsolete non è sufficiente”. Il gruppo ha suggerito che fornire un risarcimento a tutte le famiglie in una zona interessata potrebbe rivelarsi economicamente più efficiente, in quanto il costo della fornitura delle risorse necessarie per localizzare e valutare le famiglie ”non è fattibile”.

* Reducing Emissions from Deforestation and forest Degradation (Redd/Redd+)

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Nuovi progetti per infondere di nuovo la vita nelle nostre città

Traduzione a cura di Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte BBC

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Le costruzioni urbane esauriscono i materiali preziosi e causano l’inquinamento. Abbiamo bisogno di idee che permettono di creare progetti più sostenibili che soddisfano le esigenze dell’ambiente, scrive l’architetto Neil Spiller.

A partire da metà di questo secolo, le nostre città sono diventate probabilmente più calde, esperienza molto drammatica del cambio climatico, sono sempre più rumorose e hanno una relazione sempre più tenue con l’ambiente. C’è un problema. Non solo le città sono responsabili del 40% di tutte le emissioni di carbonio, ma hanno a che fare anche con un insieme limitato di condizioni fisiche e si suppone che queste condizioni climatiche rimangano costanti, (nel tempo). I nostri edifici sono progettati per la siccità e quindi si deteriorano in presenza di acqua. L’architettura moderna inoltre è destinata solo agli alloggi delle persone, non ad altre forme di vita e quindi non promuovono di per sè la biodiversità. Quindi dobbiamo pensare a un’architettura molto diversa. Dobbiamo cercare nuovi modelli per costruire delle strutture come anche dobbiamo cercare di migliorare i nostri attuali processi industriali. I progettisti e gli architetti già stanno considerando una pianificazione urbanistica più ecologica, soprattutto come impiegare le risorse. Questi nuovi fabbricati sono molto fluidi e possono rispondere alle richieste di innovazione urbana. Per esempio, l’habitat di Parigi, la capitale che annovera un gran numero di alloggi sociali sta usando il calore della metropolitana di Parigi per riscaldare le costruzioni. I bioprocessi stanno alimentando le costruzioni come la casa BIQ con una bio- facciata reattiva, che è stata costruita come parte dell’International Building Exhibition (IBA) ad Amburgo. E i piani del WSP per i laghetti stagionali hanno a che fare con lo stoccaggio dell’acqua nella città di Jaypee, in India e cominciano a trattare i cambiamenti che hanno luogo mentre le stagioni cambiano. Le città sono escogitate per sfidare la presenza di materiali da costruzione e la loro inerzia e probabilmente potremo vedere un cambiamento nella nostra esperienza di città grazie all’aumento del naturalismo – un nuovo modo di vedere attraverso i nostri Smart Phone e i Google Glass.

Detto ciò, abbiamo bisogno ancora di una grande gamma di approcci per permettere alle nostre città di rispondere alle eventuali sfide – di cui alcune possono essere permanenti, come l’aumento del livello del mare e le imprevedibili condizioni metereologiche. Ho fondato il gruppo Avatar (ricerca architettonica virtuale e tecnologia avanzata) nel 2004 per capire come le tecnologie in rapida evoluzione avrebbero potuto tangere l’architettura. Queste promettenti opportunità potranno portare nuovi materiali da costruzione, soprattutto usando le biotecnologie emergenti e potranno incoraggiare la diversità nelle forme di architettura che produciamo. Esploriamo le aree più disparate come la biologia sintetica, la teoria digitale surreale, film e animazione, il design interattivo e la realtà mista e aumentata per foggiare l’architettura, il paesaggio e la progettazione urbana. Il nostro ordine del giorno è ben illustrato dal concetto che ha Lars Lerup di ”toro meccanico”, dove la cerimonia della corsa dei tori a Pamplona è descritta come un insieme di accoppiamenti liberi e in continua evoluzione tra la tecnologia, gli animali e gli esseri umani e come interagiscono tra loro. Facendo uso dell’idea del ”toro meccanico” Lerup studia con attenzione come possono essere superati gli effetti tradizionali delle città su di noi. Propone nuovi materiali da costruzione che potranno offrire nuove opportunità attraverso la loro struttura fluida aggiungendo che l’architettura e il ruolo degli architetti devono essere rimeditati. Le interazioni tra questi elementi dinamici forniscono ”un nuovo” modo di pensare la pianificazione, dove il risultato di un particolare spazio può essere deciso dalla persona che lo usa.

No limits

Un esempio sono le protocellule – rimanendo fedeli al processo chimico fisiologico che producono – il team del professor Lee Cronin all’università di Glasgow le usa per sviluppare una vernice a carbonio fisso. Altrove, in Gran Bretagna, la prima unità permanente di algaeponics (*) è stata installata sul tetto verde della nuova scuola di architettura, pianificazione e costruzione nel 2014, creando un petrolio sostenibile che può essere usato come combustibile. Simon Park dell’università Surrey sta integrando la tecnologia batterica nelle facciate della costruzione e sta utilizzando le stampanti da tavolino 3D per mescolare le sostanze chimiche come una forma di costruzione a umido, che è un materiale molto flessibile.

Ogni giorno, nel mondo l’architettura viene reinterpretata. Per esempio, c’è il Paik Nam June Media Bridge, che propone l’attraversamento fluviale a Seoul, la capitale sudcoreana. Questo audace progetto è molto più di un ponte; include nella sua ampia struttura un parco, un centro commerciale, uno spazio per eventi e un museo. I pannelli solari sul tetto della struttura generano calore. Questi concetti ci permettono di vedere i ponti in maniera diversa – non solo come mezzo per superare le barriere naturali, ma anche come un nuovo genere di struttura per viverci e per lavorare. Invece di costruire le strutture con materiali inerti trasportati attraverso il mondo, la gente ha iniziato a esplorare le tecnologie che possono trasformare un gruppo di sostanze in un altro in un edificio. Per esempio, Markus Kayser ha iniziato a trasformare la sabbia in vetro facendo uso di una sinterizzazione solare, che mette a fuoco i raggi del sole per creare l’ossidiana. Altri processi trasformatori includono i mattoni di arenaria stampati di Ginger Krieg Dosier la muratura bio–fabbricata sviluppati facendo uso di batteri.

Ma non dobbiamo solo pensare alle costruzioni sulla terra. Phil Watson, il Dott. Rachel Armstrong e Elizabeth Anne Williams hanno iniziato a lavorare sui primi disegni e sui concetti del progetto Persefone, che fa parte dell’iniziativa Icarus Interstellar che mira a costruire un’astronave interstellare capace di navigare per cento anni. Persefone mira a sviluppare un interno biologico sintetico per l’astronave, lavorando con squadre provenienti dai campi della scienza, della tecnologia, dell’architettura, della progettazione, dell’arte, degli studi umanistici e delle scienze sociali. I principi fondamentali del design possono non solo contribuire a creare un concetto possibile di vita nello spazio, ma possono essere tradotti in modelli e prototipi per occuparci di nuovo delle sfide ambientali qui sulla terra, ad esempio come possiamo affrontare la scarsità delle risorse nelle nostre megalopoli?

Sono numerose le incognite nel progetto, ma limitando i nostri pensieri, limitiamo l’architettura e la sua capacità di rispondere alle sfide e alle tribolazioni di un futuro provocatorio. La nostra architettura del XXI secolo sta sviluppando la teoria, gli strumenti e l’infrastruttura che permetteranno alla prossima generazione di architetti di occuparsi delle incognite. Ritornando alla natura delle strutture che compongono una città, queste possono rispondere meglio ai nostri bisogni cangianti, dal momento che la popolazione continua a crescere. Inoltre, un approccio elastico alla progettazione architettonica può anche aiutarci a pensare alla sostenibilità e alla biodiversità. Le protocellule, che sono più vigorose in un ambiente liquido, possono aiutare le costruzioni a resistere meglio alle condizioni di umidità. Facendo uso di nuovi modelli di progettazione, di nuove tecnologie e di nuovi materiali, forse sarà possibile sciogliere i vincoli dei processi di produzione industriale come forza motrice per lo sviluppo umano. Nulla è impossibile.

(*) The word algaeponics is a term coined and used to describe algae hydroponics, the methods to grow algae, and mostly supported by the “algae-to-oil” initiative – La parola algaeponics è un termine coniato e usato per descrivere la coltura idroponica delle alghe, i metodi per crescere le alghe, e per lo più sostenuto dall’iniziativa ‘algae-to-oil’.

Un albero una responsabilità

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte Ecoportal

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di Gonzalo López Menéndez

Pianta un albero, e semina la vita. Questo è uno slogan che fa eco nella nostra vita quotidiana. Ogni giorno oltre 20 mila ettari di foreste vengono danneggiati, ha reso noto l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’agricoltura e l’alimentazione (FAO). La soluzione che è stata adottata per combattere questa situazione è il rimboschimento. Quest’ultimo non solo consiste nel piantare alberi dove non ci sono o dove ce ne sono pochi, ma è anche un processo che cerca di migliorare l’ecosistema nel suo insieme. Per questo motivo è necessario uno studio sull’ambiente, poiché non tutti i tipi di piantagioni sono buoni per l’equilibrio ecologico. Le coltivazioni di eucalipto sono una pratica estesa dall’Asia, all’India e all’America latina. Sono alberi a crescita rapida e quindi offrono un beneficio dinamico. Le aziende sfruttano la crescente domanda della carta e la creazione di nuovi posti di lavoro come alibi, anche se sono coscienti degli effetti disastrosi che causano questi stratagemmi nell’ambiente. Ciò suppone un impatto ambientale negativo per l’ecosistema. I terreni vengono sterilizzati e resi acidi, le riserve sotterranee di acqua diminuiscono, i fiumi si essiccano e la biodiversità è ridotta. In questo modo si provocano danni ancora più gravi di quelli che vogliono riparare. Gli agricoltori del Niger hanno riabilitato circa 5 milioni di ettari tra il 1986 e il 2006. Hanno impiegato tecniche semplici che non danneggiano l’ecosistema. In questo modo, la popolazione ha trasformato il deserto in un terreno fertile, e quindi, in un’agricoltura produttiva. Martin Luther King ha dichiarato: ”anche se sapessi che il mondo potrà finire domani, non smetterò mai di piantare un albero”, da allora, l’essere umano ha utilizzato gli alberi come un’arma a doppio taglio. È stato capace di trasformare il deserto in una zona ricca, e rendere l’Amazzonia una zona povera. Dobbiamo chiederci se l’essere umano andrà a favore del pianeta che lui ha visto nascere e delle energie rinnovabili per la sua salvaguardia, se concorrerà per un corretto rimboschimento e per il rispetto in generale dell’ambiente. O al contrario continuerà a seguire le cattive pratiche che hanno causato la distruzione dei fiumi, dei mari, delle foreste e degli oceani.

Nel 2050 negli oceani ci saranno più prodotti di plastica che pesci

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte Le Soir

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Il forum di Davos i cui lavori sono stati lanciati questo mercoledì, ha presentato uno studio e ha lanciato l’allarme

Il cospicuo utilizzo della plastica è tale che gli oceani ospiteranno più rifiuti composti da plastica che pesci nel 2050, ha allertato questo martedì il forum economico mondiale a Davos. ”L’attuale sistema di produzione, utilizzo, e abbandono della plastica ha effetti negativi rilevanti: Ogni anni vengono abbandonati dagli 80 ai 120 miliardi di dollari di imballaggi di plastica. Tuttavia, se non ci sarà nessun cambiamento, oltre al costo finanziario, gli oceani conterranno più manufatti di plastica che pesci (a peso) entro il 2050”, cita un comunicato.

Bisogna esercitare una rifusione totale degli imballaggi

Il forum di Davos i cui lavori sono iniziati questo mercoledì, ha presentato uno studio realizzato congiuntamente con la fondazione della navigatrice, Ellen MacArthur e con il contributo del gabinetto McKinsey. Come rivela questo dossier, il rapporto tonnellate di plastica/tonnellate di pesci era di uno a cinque nel 2014, nel 2025 sarà di uno a tre, mentre nel 2050 sarà maggiore di 1:1. Il forum pensa che sia fondamentale ”una rifusione totale degli imballaggi e della plastica in generale” e che sia necessario effettuare una ricerca alternativa al petrolio come materiale di base per la loro produzione poiché se non saranno apportate delle modifiche, questo settore consumerà il 20% della produzione petrolifera nel 2050.

La crescita economica è compatibile con la tutela dell’ambiente?

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company di Sabrina Carbone fonte Assistance scolaire

La crescita economica ha lo scopo di migliorare le condizioni di vita e di benessere della popolazione. Tuttavia, alcune delle sue conseguenze, come l’esaurimento delle risorse naturali o l’aggravarsi dell’inquinamento, hanno sollevato delle domande sulla sua sostenibilità a lungo termine. Ad esempio in che misura, i rischi legati al riscaldamento climatico per le generazioni future possono essere oggetto di una politica climatica da parte dei poteri pubblici?

1. Crescita economica e benessere: una relazione complessa

• Due secoli di crescita economica nei paesi sviluppati ha abituato i modi di pensare ad assorbire in maniera piuttosto ampia i beni materiali, il livello di sviluppo e di benessere. Se è vero che i progressi del consumismo nei beni e nei servizi hanno permesso di migliorare considerevolmente la copertura dei bisogni primari come anche dei bisogni secondari, la correlazione tra l’abbondanza dei beni materiali e il benessere degli esseri umani è oggi, nei paesi sviluppati, oggetto di analisi critica: gli studi dimostrano, infatti, che man man che aumenta la ricchezza, il grado di insoddisfazione della popolazione non arretra o, a volte, aumenta. A livello di speranza di vita, di mortalità infantile, di stato di salute, o di livello di istruzione, la correlazione degli indicatori di benessere con il grado di ricchezza materiale non è più verificabile oltre un certo limite (la speranza di vita alla nascita, ad esempio, è più alta in Francia che negli Stati Uniti, mentre il tenore di vita medio è più alto in quest’ultimo paese). Parlando in gergo economico, ”la produzione addizionale del benessere” della crescita economica diminuisce oltre un certo livello di ricchezza.

2. Da quali variabili dipende il benessere?

• Il benessere è multidimensionale e deriva dalla combinazione e interazione di quattro categorie di risorse, di quattro tipi di ”capitale”: naturale, quello fisico prodotto, umano, sociale e istituzionale.

• Il capitale naturale raccoglie tutte le risorse offerte dal quadro naturale. Generalmente suddivise in due categorie, le risorse rinnovabili e quelle non rinnovabili. Ad esempio, le energie fossili non sono rinnovabili, mentre le foreste sono risorse rinnovabili.

• Il capitale fisico prodotto copre tutti i mezzi di produzione e gli stock di prodotti destinati a un uso futuro. Concretamente, corrisponde allo stock di capitale accumulato dalla formazione di investimenti fissi lordi.

• Il capitale umano è una nozione introdotta, negli anni ’60, dall’economista americano Gary Becker. Comprende tutte le conoscenze e le attitudini acquisite dall’uomo, dove alcune sono trasferibili ad altre, in particolare con il sistema di istruzione. Inoltre comporta anche l’esperienza e le ”competenze” accumulate da ogni individuo.

• Il capitale sociale comprende le reti di relazioni interpersonali che sono a disposizione di una persona o di un gruppo sociale, e che si sono sviluppate allo stesso tempo sia nella sfera professionale che nella sfera privata. Questo potenziale relazionale è caratterizzato dalla sua densità (numero di relazioni) e dalla sua intensità (natura e frequenza dei legami).

• Il capitale istituzionale rappresenta le strutture sociali e politiche (Stato, giurisdizioni, amministrazioni, gruppi di interessi…) le quali possono avere delle conseguenze positive o negative sulla vita di ciascuno. Così, ad esempio, si pensa che le istituzioni democratiche siano, a priori, favorevoli alla divulgazione delle conoscenze, o che la sensazione di libertà che generano abbia degli effetti positivi sulle relazioni umane.

3. I limiti ecologici della crescita economica

• Il nostro modello di crescita economica mette in pericolo soprattutto l’ambiente. Uno dei problemi più gravi è quello del riscaldamento climatico del nostro pianeta, a causa delle emissioni di gas a effetto serra – in particolare il diossido di carbonio, prodotto in particolare dai mezzi di trasporto, dall’agricoltura, dall’edilizia residenziale e dai servizi come anche dall’industria manifatturiera. Un altro aspetto di questi danni all’ambiente è l’aumento dell’inquinamento atmosferico, in particolare nelle zone urbane, e il deterioramento della qualità dell’acqua (inquinamento chimico e batteriologico).

• L’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali costituisce un’altra fonte di preoccupazione per il futuro: esaurimento dei giacimenti energetici e delle riserve di minerale metallifero, risorse non rinnovabili, ma anche gli eccessivi prelievi sulle risorse rinnovabili (risorse alieutiche degli oceani, disboscamento…). Infine, i danni alla biodiversità inducono alla scomparsa di migliaia di specie di animali o di vegetali ogni anno, e rappresentano una minaccia per il futuro degli ecosistemi.

4. Verso un modello di sviluppo sostenibile?

• La nozione di sviluppo a lungo termine (o sostenibile come indica il termine inglese ”sustainable”) è stata coniata durante i lavori della commissione Brundtland nel 1987, sotto l’egida delle Nazioni Unite. Questa commissione ha definito lo sviluppo sostenibile come ”un metodo di sviluppo che soddisfa le necessità delle generazioni del presente senza compromettere le capacità delle generazioni future per appagarle”.

• Ma le condizioni concrete di applicazione di tale modello teorico sono oggetto di dibattito dove riappaiono le fenditure tradizionali della scienza economica. I teorici liberali pensano che sia possibile trovare, in futuro, risorse che sostituiscono quelle che sono in via di estinzione. Occorre dunque apportare delle innovazioni che saranno il seguito logico delle risorse in via di estinzione e favorire la sostituibilità di una forma di capitale (il capitale naturale) con un’altra (il capitale fisico prodotto).

• La corrente ecologica contesta questa concezione ”produttiva” dello sviluppo sostenibile, in nome del carattere insostituibile di alcune risorse e dell’irreversibilità della loro scomparsa. Questa corrente raccomanda un modello di crescita fondato sulla sostituzione delle risorse non rinnovabili con risorse rinnovabili allo scopo di preservare il capitale naturale. Per valutare l’incidenza delle attività umane sull’ambiente, alcuni calcolano il loro impatto ecologico, cioè ”la misura in ettari della superficie biologicamente produttiva necessaria per soddisfare le necessità di una popolazione di una data dimensione” – in altre parole il numero di ettari che permette di produrre risorse utili a questa popolazione e assimilare i rifiuti che produce. L’incidenza ambientale si calcola in riferimento allo stile di vita della popolazione studiata: quella di un americano del Nord è di 12 ettari, quella di un francese è di 5,2 ettari, quella di un Afgano è di 0,58 ettari.

• Su scala mondiale, l’incidenza media pro capite è di 2,3 ettari, mentre la disponibilità pro capite (biocapacità) è teoricamente di 1,8 ettari. La soglia di sostenibilità è dunque oggi in gran parte superata.

5. L’esempio della politica climatica

• La Comunità scientifica ha oramai dimostrato il legame tra il riscaldamento climatico e le emissioni di gas a effetto serra (GES), in particolare di CO2, dovute all’attività umana. Questo riscaldamento conduce, alla fine, all’arretramento della banchisa e dei grandi ghiacciai e all’aumento del livello degli oceani, mettendo in pericolo numerose regioni del mondo. Di fronte a questa minaccia, bisogna ammettere che i meccanismi spontanei del mercato non integrano questo costo ambientale, o questi costi ambientali negativi non computati. Le imprese internalizzano, infatti, nei loro costi e nei loro prezzi di vendita, questo danno al bene comune che costituisce il clima del pianeta. Per rimediare a questa situazione, i poteri pubblici dispongono di 3 strumenti principali: la regolamentazione, la fiscalità ecologica e il mercato delle quote di emissione.

• Le regolamentazioni consistono nel limitare o nel proibire le emissioni mediante la legge, attraverso l’istituzione di norme e di sanzioni in caso di inosservanza. L’arma fiscale, da parte sua, consiste nel far pagare il costo ambientale delle emissioni al produttore o all’utente tramite una eco-tassa che aumenta il prezzo dei prodotti: l’utente (impresa o famiglia) è incitato a scegliere i prodotti meno inquinanti poiché meno tassati. Infine, il mercato dei diritti di emissione, predisposto ad esempio nell’Unione europea dal 2005, consiste nell’attribuire ad ogni luogo di produzione ”il diritto a inquinare”, questo diritto può essere rivenduto in caso di mancato utilizzo. Le imprese più inquinanti sono costrette a comperare diritti oltre le loro quote, le imprese ”virtuose” traggono profitto dai loro diritti non utilizzati.

6. Questi strumenti quali effetti prevedono?

• Tutte queste misure non hanno avuto, fino ad oggi, un effetto significativo globale sui livelli mondiali di emissioni GES. Alcuni paesi hanno ottenuto dei risultati, come la Svezia, che ha imposto la carbon tax da oltre 20 anni. Ma l’Unione europea non ha sempre fiscalità ecologiche coerenti. Il mercato delle quote di emissione che ha predisposto non è efficace poiché le attribuzioni iniziali del diritto a inquinare sono state troppo generose, e il prezzo a tonnellata di carbonio è crollato, togliendo al meccanismo ogni carattere incitatore. D’altra parte, alcuni grandi paesi emergenti e gli stessi Stati Uniti rifiutano di aumentare le costrizioni che una politica climatica fa necessariamente pesare sulle attività economiche. E’ chiaro che, in queste condizioni, l’ultima relazione del mese di settembre 2013 del GIEC (gruppo di esperti intergovernativo sull’evoluzione del clima) sia stata, a riguardo, più pessimista rispetto al passato.

7. Conclusioni

La sfida ecologica è probabilmente la sfida del futuro più difficile da affrontare. Perché rimette in discussione le condizioni di vita e le formule di consumo delle popolazioni dei paesi sviluppati, e deve affrontare l’inerzia dei comportamenti e la resistenza dei potenti gruppi di interesse, sostenuti a volte dai lobbisti senza scrupolo. E deve anche confrontarsi con la capacità di omissione e di disattenzione di una opinione pubblica pronta a commuoversi davanti alle catastrofi ecologiche diffuse attraverso i mass media ma anche molto veloce a dimenticare la lezione. Infine, i paesi emergenti e i paesi poveri non trascurano di farci osservare che la preoccupazione ambientale è ”un lusso dei paesi ricchi” dai quali sono ancora molto distanti le popolazioni che, nel mondo, sono a volte ancora in lotta per la loro sopravvivenza materiale.

Il secondo lago più grande della Bolivia non c’è più

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company fonte L’EXPRESS

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Il lago Poopó negli ultimi anni si è completamente prosciugato. Migliaia di animali sono morti in questa catastrofe ecologica che ha forzato gli abitanti della regione a emigrare. Era il secondo lago più grande della Bolivia, e non resta quasi nulla. Il lago Poopó si è completamente asciugato e offre oggi un panorama di desolazione. Il disastro ecologico innescato molti anni fa, è aumentato in questi ultimi due mesi, ha sottolineato il sito Actulatino.

”Non c’è nulla, neanche un segnale di vita”

”Abbiamo un lago prosciugato. Oggi, è una pampa, un deserto dove non si può seminare nulla, e neanche produrre. Non c’è nulla, neanche un segnale di vita”, ha confidato un abitante rurale della zona all’agenzia di stampa EFE. Le barche dei marinai sono ferme sul lago, situato nella regione dell’Oruro, nella zona sud di Paz, la capitale del paese. Il prosciugamento ha causato la scomparsa di 200 specie di uccelli, di mammiferi, e di pesci. Tre specie di fenicotteri rosa in via di estinzione hanno dovuto migrare, continua Actulatino. Il Vice ministro della Difesa civile ha accordato 8 tonnellate di aiuti umanitari a 739 famiglie colpite dalla siccità.

La Danimarca è concentrata sul suo Grande Progetto: diventare il primo paese al 100% organico

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company fonte Ecoportal

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Era già noto come uno dei paesi più sviluppati in ambito ecologico. Ma adesso la Danimarca partirà a lancia in resta per realizzare un sogno tanto ambito: essere il primo paese al 100% organico a livello mondiale. E per conseguire tutto ciò il Governo danese ha presentato la sua batteria di misure per quanto riguarda l’argomento. Per avere un modello sostenibile, questo paese è impegnato nella conversione delle coltivazioni tradizionali in organiche e a promuovere l’aumento della richiesta dei prodotti organici. Una delle proposte è quella di raddoppiare le coltivazioni organiche prima del 2020, affinché lo Stato possa fornire delle sovvenzioni agli agricoltori che vogliono fare parte di questo processo. Un altro obiettivo del Governo è che il 60% dei raccolti organici sia consegnato agli ospedali, alle scuole e alle mense collettive. E anche se è un piano ambizioso, la Danimarca lavora da 25 anni per raggiungere un alto sviluppo ecologico. Un esempio di ciò è che, a livello locale, sono stati creati dei progetti affinché i comuni possano creare frutteti ecologici in terreni evacuati.

Alcuni residenti locali trasformano tronchi di abete in matite giganti

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company fonte Ouest France

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Nel paese della Roche aux fées a Ille-et-Vilaine, gli abitanti raccontano una bella storia mediante matite colorate, piantate come dei pali rivolti verso il cielo. Dei tronchi dalla punta affilata e che alla vista sembrano aggrappati alla nebbia.

Una domenica d’autunno, una decina di abitanti di un piccolo paesino, Marcillé-Robert (964 abitanti) si sono rimboccati le maniche e hanno segato tutta una fila di tronchi di abeti per renderli aguzzi e graziosi. Prima di abbellirli con una vernice verde, rossa o gialla. ”Un agricoltore delle vicinanze aveva tagliato una sessantina di alberi perchè in un campo, vicino la strada, erano ingombranti. Ma non li aveva voluti subito sterrare per non danneggiare il pendio, ha raccontato Madeleine Cazenave. Abbiamo quindi ritenuto opportuno fare qualcosa poiché ci deprimeva vedere questi grandi tronchi spogli a due metri dalla cima”. Lei parte per partorire. Al suo ritorno, cinque matite davano il benvenuto alla sua piccola Lili. Una sorpresa per Claire e Benjamin, gli amici di vicinato. ”Tutto questo ci ha dato l’impulso per farne altri. Tutti insieme…”
Una bella idea!

Energia solare per illuminare un’isola dimenticata della Nigeria

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company fonte Ecoportal

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Per la prima volta dopo 30 anni, nell’isola di Sagbo Kodji, nella città nigeriana di Lagos, Friday Onos ha la luce elettrica grazie a un progetto di energia solare che potrà trasformare la vita dei suoi 80.000 abitanti. ”La mancanza di energia elettrica in quest’isola aveva spento il mio desiderio di creare alternative di lavoro per i giovani”, ha sottolineato Onos, di 35 anni. La maggior parte degli abitanti vive di pesca, e poichè non c’è elettricità affumicano il pesce e lo provano a vendere subito, spesso a basso prezzo. Ma con una fonte sufficiente di energia solare, potranno congelare ciò che hanno pescato. Fino a poco tempo fa, molti bambini e bambine credevano che la luce provenisse soltanto dai generatori a benzina o dai riflettori dei carghi che arrivavano all’imbarcadero di Apapa.

La casa di Onos è una delle poche dimore che godono dei pannelli solari; soltanto cinque dei 7.000 alloggi della loro zona ne sono stati riforniti. La prima volta che è stato discusso il progetto solare, molti abitanti non credevano che poteva funzionare; diffidavano che con un tentativo trascurato del Governo si potessero installare luminarie solari nelle vie. Dopo mesi, le lampade di luce hanno smesso di funzionare. Ma a Onos è stato offerto di prendere parte come volontario alla nuova iniziativa e ora pensa di aprire un’attività di raffreddamento allo scopo di offrire il magazzinaggio del pesce. Per il momento, i suoi figli usufruiscono dell’innovazione. ”Di notte, si riuniscono attorno a casa mia e ballano felici e giocano fino a stancarsi”, ha raccontato. ”Non avevano mai visto una fonte di energia per 24 ore di seguito”, ha aggiunto. La Comunità di Sagbo Kodji è una delle 34 rivierasche nell’area di Amuwo-Odofin di Lagos, nella zona sud-ovest della Nigeria. L’isola, abitata da un secolo, è legata al porto di Apapa al sud, ma ancora non ha elettricità. Come racconta il leader locale, Solomon Suenu, la Comunità è stata fondata da un pescatore della vecchia città di Badagry, che riposava generalmente là durante le sue spedizioni in mare. In seguito ci ha portato la sua famiglia e altri commercianti come anche altre persone di Lagos hanno fatto come lui. Gli abitanti locali affumicano il pesce con forni a legna e dopo lo vanno a vendere in città. Molti dei suoi residenti ignorano che un gruppo di pescatori prendono ogni giorno le loro barche per vendere la loro merce nel centro di Lagos, nei suoi mercati e nei suoi angoli.

Sagbo Kodji è caratterizzata da una forte nebbia, causata dalla legna che arde per i forni che utilizzano le donne per conservare il pesce o per cucinare per la famiglia. Fino a poco tempo fa, molti bambini e bambine credevano che la luce provenisse soltanto dai generatori a benzina, molto costosi per la maggior parte degli abitanti dell’isola, o dai riflettori dei carghi che arrivavano all’imbarcadero di Apapa. Ma tutto è cambiato molti mesi fa, quando è cominciato il progetto pilota diretto da Arnergy, una società di fonti di energia rinnovabile fondata nel 2013 da un giovane dirigente aziendale di Lagos. Il suo direttore generale, Femi Adeyemo è rimasto impressionato quando lo hanno informato che la Comunità viveva da un secolo senza elettricità. E dopo avere visitato l’isola ed essersi riunito con i suoi vertici, ha deciso di cambiare la situazione. Il sistema messo in atto permette ai beneficiari di pagare 100 narias (circa 50 centesimi di dollaro), 200, 300 fino ad arrivare a 500 narias al giorno per 24 ore di elettricità, grazie all’energia prodotta dai pannelli solari alimentati con batterie. Prima di installare i pannelli in una casa, l’impresa redige un inventario degli apparecchi e dei dispositivi che utilizzeranno coloro che ci vivono, allo scopo di garantire una corretta consegna dei pannelli. “A volte la gente può essere abbindolatrice”, ha osservato Adeyemo. ”Dopo aver calcolato i dispositivi che utilizzeranno e dopo aver terminato l’impianto, incorporiamo i nuovi”, ha spiegato. La società dispone di una tecnologia che individua il sovraccarico attraverso una rete wireless, che gli permette di tagliare l’approvvigionamento dal suo ufficio se il cliente ha consumato le sue unità prepagate. Arnergy ha ottenuto la garanzia dei fondi degli investitori, compresa la Banca dell’industria della Nigeria, che ha fornito 600.000 dollari per distribuire il sistema in tre vie a 3.000 famiglie. Ma fornire elettricità a tutta l’isola è molto caro, circa 1.2 milioni di dollari ogni 1.000 famiglie, perché occorre importare i pannelli solari, ha precisato Adeyemo. L’impresa ha chiesto aiuto alle agenzie dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e ad altri donatori internazionali. “Ma fino ad oggi devono ancora essere concretizzati la maggior parte dei propositi”, ha sottolineato Adeyemo. ”Molti investitori fanno fatica a credere che esiste una Comunità a Lagos, nota come megacittà, che non ha mai avuto una rete elettrica”, ha sottolineato.

Ma con il sostegno finanziario, la vita sociale ed economica dei residenti potrà essere sviluppata più rapidamente. Fioriranno gli affari, gli studenti potranno studiare ad ogni ora e le donne non inaleranno più il fumo che nuoce alla loro salute. “Questo progetto di energia solare cambierà l’aria che respirano”, ha osservato Adeyemo. Come testimonia una relazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’inquinamento atmosferico in spazi chiusi e provocato dall’utilizzo di combustibili solidi uccide circa 80.000 persone ogni anno in Nigeria. Più del 60% su un totale di 166 milioni di abitanti di questo paese ricco di petrolio non è collegato alla rete nazionale. Un programma del Governo federale per fornire alle Comunità rurali cucine che in base alle ipotesi dovrebbero funzionare con energie proprie
è stato bloccato. Hamzat Lawal dell’organizzazione senza scopo di lucro Connected Development, ha esposto che le donne della Comunità come Sagbo Kodji potrebbero beneficiare dell’iniziativa. Tuttavia non ci sono piani concreti per attuarlo né per distribuire le cucine, ha segnalato. “Sappiamo che ci sono donne che hanno un bisogno reale di questa fonte di energia”, ha osservato Lawal. Ma il piano iniziale era che le cucine dovevano funzionare con la legna da ardere trovata in modo naturale, e sarebbe stata in seguito sostituita dal gas liquefatto del petrolio. Nel frattempo, molti abitanti di Sagbo Kodji sperano che le loro case ricevano i pannelli solari nella prossima tappa del progetto di Arnergy, ammesso che la società riceva il sostegno finanziario per estendere le sue attività in quest’isola. ”Mi piacerebbe vedere illuminate tutte le case”, ha ribadito Felicia Akodji, di 68 anni, una donna leader della comunità. ”Non facciamo parte anche noi della megacittà di Lagos?”, ha chiesto.

L’agroecologia per salvare il clima

Traduzione a cura di Dott.ssa Sabrina Carbone per SEBAL company fonte Monde Diplomatique

Se le mucche mangiassero l’erba

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di Gérard Le Puill

Nel quadro della conferenza sul clima che è stata organizzata a Parigi, l’Unione europea ha riflettuto sul suo modello agricolo, che accompagna più che mai la globalizzazione liberale? Sviluppando l’agroecologia, un’idea nuova, la Francia potrebbe ridurre sensibilmente la sua emissione di carbonio pur producendo prodotti alimentari di qualità e in quantità sufficiente.

In linea generale l’agricoltura contribuisce al riscaldamento climatico più di quanto possiamo immaginare. Su scala mondiale, è stato stimato che il 14% della produzione agricola emette gas a effetto serra (GES). In Francia, questa proporzione aveva raggiunto il 21% nel 2012 (1). Il settore agricolo francese disporrebbe di un immenso potenziale di riduzione dei GES se uscisse dai suoi schemi per esplorare altre vie. Nel 2014, il Ministro dell’agricoltura aveva fatto votare “una legge per il futuro” allo scopo di promuovere l’agroecologia, che favorisce le pratiche virtuose le quali permettono di ridurre gli input chimici e il consumo delle energie fossili. Ma ciò implica profonde modifiche di approccio, che, per il momento, sono state attuate soltanto da una piccola minoranza di contadini e dimenticate nella risoluzione della crisi. Ciò prevede anche di rompere con la logica del libero scambio e dello produttivismo.

Alcuni esempi permettono di evitare di restare impassibili. Così, la tecnica delle semine senza aratura e sotto coperture vegetali permette allo stesso tempo di dosare il combustibile, limitare la liberazione di carbonio e arricchire il suolo di materia organica derivata da piante polverizzate quando viene avviata una nuova coltura. Ma, fino ad oggi, questa pratica è stata sviluppata soltanto quando il prezzo del petrolio è aumentato e quello dei cereali è sceso; due fenomeni che, di rado, hanno luogo allo stesso tempo.

Negli allevamenti di erbivori ruminanti produttori di latte e di carne, i migliori risultati economici li hanno ottenuti le aziende agricole che hanno ottimizzato la loro autonomia foraggera seminando miscugli adeguati di graminacee e di leguminose. I lavori del centro studi per uno sviluppo agricolo più autonomo (Cedapa) fondato nel 1982 da un gruppo di allevatori bretoni, tra i quali André Pochon (2), e confermati dopo dall’Istituto nazionale della ricerca agronomica (INRA), lo hanno dimostrato. Nei pascoli temporanei, questi miscugli possono essere costituiti da molte varietà di trifoglio con un pò di erba medica, alla quale possono essere aggiunti tre o quattro specie di graminaceae come loglio, la festuca e il dattilo. Il campo non ha di conseguenza bisogno di concimi azotati, poiché le leguminose captano l’azoto contenuto nell’aria mediante le loro radici e si nutrono, e ciò va a vantaggio anche delle graminacee che sono a loro associate. Questo sistema ecologico funziona anche per produrre grano se si associano al grano, all’orzo e al triticale semi di piselli proteici, favetta, soia o lupino, in funzione alla qualità del suolo.

Piantare alberi in mezzo alle colture

Agire in tal modo permette di limitare le arature, l’apporto di fertilizzanti azotati e i trattamenti chimici e riduce la produzione di mais destinato all’insilamento (cioè conservato in sili per nutrire gli animali, soprattutto i bovini). Per ridurre il carico di lavoro nelle aziende agricole, questo mais schiacciato e fermentato è da molti decenni il prodotto alimentare di base dell’80% degli allevamenti caseari. Poiché è molto energetico ma povero di proteine, per renderlo completo l’allevatore deve comperare grandi quantità di panelli di soia. Questa soluzione gli permette di produrre molto latte per ogni mucca, ma con un debole margine al litro. Il ribasso sensibile del prezzo del latte pagato al produttore — dal 15 al 20% nel 2015 — ha confermato l’estrema fragilità economica di questo sistema foraggero. Aggiungiamo che l’estensione delle superfici dedicate alla cultura della soia in Sudamerica per rispondere alle richieste dell’Asia e dell’Europa ha alimentato anche il disboscamento e l’aratura delle aree verdi in questa regione del mondo, e ciò ha accelerato il riscaldamento globale.

In futuro rendere le terre più resilienti di fronte alle conseguenze del riscaldamento — siccità, inondazioni e altri eventi climatici estremi — significa anche ricollegarsi alla predisposizione di barriere e allo sviluppo dell’agrosilvicoltura. Nelle zone destinate all’allevamento, le barriere sono preziose per proteggere gli animali dalle intemperie come anche dall’estrema calura. Anche i pozzi di carbonio, sono vettori di biodiversità e possono fornire il combustibile sotto forma di trucioli di legno che è possibile raccogliere in un periodo di rotazione agraria lunga, e ciò fa entrare questa gestione in una forma di economia circolare.

L’agrosilvicoltura consiste nel piantare una cinquantina di alberi per ettaro, indipendentemente che siano essi prati o lotti coltivati (3). Pratiche di agrosilvicoltura come i frutteti di mele a spalliera alta, o i castagni su lotti pascolati dal bestiame, sono esistiti in Francia per secoli. La castagna era allora un prodotto alimentare di base delle popolazioni di alcune zone rurali. Questo frutto, che si mangia soprattutto come legume, è stato trascurato a profitto del grano nel corso del XX secolo, ma in questo inizio del XXI secolo bisogna riconsiderare il suo posto nel nostro bolo alimentare. Il consumo annuale di castagne per ogni francese è di duecento grammi, considerando tutti i preparati; ci sono dunque margini di progresso. Il castagno offre e dà rendimenti corretti sulle terre povere, in pendenza e acide, il cui potenziale è troppo debole per sviluppare le cerealicolture. La sua presenza non impedisce la presenza di erba per fare pascere il bestiame. Le castagne non utilizzate per il consumo umano forniscono prodotti alimentari di scelta per le capre, le pecore e i maiali. Infine, la presenza permanente di questi alberi su un prato naturale o temporaneo aumenta la quantità di carbonio incamerato.

Ma l’agrosilvicoltura deve anche essere vista come una tecnica del futuro nelle zone di grandi culture. Le prove condotte dall’INRA da un quarto di secolo hanno mostrato che la presenza di alberi ben allineati su file distanti di una trentina di metri non riduce del tutto la produttività dei cereali. Può anche migliorarli in caso di grande calura evitando che si bruci, incidente dovuto ad un eccessivo calore che causa delle anomalie e la riduzione del grano. Inoltre, l’albero capta il carbonio e contribuisce alla biodiversità. Purifica le acque piovane che migrano verso le falde freatiche recuperando a fondo i residui di nitrati che i cereali non sempre assorbono.

Lottare efficacemente contro il riscaldamento climatico implica infine la riduzione del trasporto dei prodotti. Ciò suppone di rompere con l’importazione massiccia di frutta e verdura coltivate a migliaia di chilometri dal loro luogo di consumo. Un accordo di libero scambio negoziato all’inizio del decennio tra l’Unione europea ed il Marocco ci ha inondato di meloni, pomodori e di zucchine prodotti in questo paese, con un bilancio di carbonio disastroso, mentre l’irrigazione di queste colture di esportazione golose di acqua porrà sempre più problemi alle generazioni future dei marocchini, che devono importare i nostri cereali a un prezzo forte…
In precedenza, le fasce verdi erano zone di orticoltura distribuite intorno a tutte le nostre grandi città. Oggi, solo lo 0,5% dei terreni agricoli della regione Ile-de-France fa orticoltura, mentre il 50% della superficie di questa stessa regione è dedicato all’agricoltura, alla produzione dei cereali destinati all’esportazione che è predominante. Anche sulle terre più vicine ai mercati generali (MIN) di Rungis!

Tuttavia, la produzione alimentare al dettaglio tornerà a essere imperativa se vorremo ridurre il bilancio carbonio nel nostro cantone. Questo bilancio può anche essere ridotto da un consumo inferiore di proteine animali. Il pianeta non potrà nutrire una popolazione mondiale di oltre nove miliardi di esseri umani senza una riduzione sensibile del consumo dei prodotti a base di carne nei paesi sviluppati e nella maggior parte dei paesi emergenti. Inoltre, la crescita dell’allevamento industriale comporta la fornitura di un’alimentazione sempre più granivora per gli animali da macello e per le mandrie da latte, a cominciare dagli erbivori ruminanti. È utopistico pretendere che le mucche mangino erba?

Terminando con la XXI conferenza mondiale sul clima (COP 21) svolta in Francia, il 2015 è stato un anno allo stesso tempo paradossale e ingannevole sullo stato dell’agricoltura nel mondo. I raccolti di cereali, di semi oleosi e di piante saccarifere sono stati abbondanti nel 2014 e nel 2015, l’indice globale del prezzo dei prodotti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) è sceso di 155,7 punti nel mese di agosto del 2015, contro i 198,3 punti del mese di agosto del 2014. Questi volumi elevati di produzione sono stati ottenuti grazie alle condizioni climatiche favorevoli, nonostante una pesante tendenza al deterioramento del 40% dei terreni agricoli in tutte le regioni del mondo, cita l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). È stato sufficiente che l’offerta superasse leggermente la domanda solvibile nel corso dei dodici mesi per ridurre rigorosamente i prezzi di mercato e per indebolire numerose aziende agricole nel mondo, a cominciare da quelle che hanno bisogno dei mercati di esportazione per smaltire una parte della loro produzione.
In questo modo è possibile spiegare il ribasso del prezzo del latte di mucca, della carne bovina e della carne suina in Europa e in Francia, che ha provocato l’estate scorsa l’organizzazione di manifestazioni. Il calo ha toccato la produzione dei cereali per le stesse ragioni. Di fronte a questa crisi del mercato, la ricerca di soluzioni che hanno animato i dibattiti tra i vari partecipanti come i contadini, i trasformatori, i distributori e il Governo in Francia non ha portato a un equilibrio tra la domanda e l’offerta, ma a delle misure da predisporree per incrementare l’esportazione e per concentrare ulteriormente la produzione in previsione di economie illusorie di scala. La Federazione nazionale dei sindacati dei coltivatori (FNSEA) ha dovuto richiedere al Governo un piano di aiuti di 3 miliardi di euro in tre anni per ”modernizzare” l’agricoltura. Una somma sperata per finanziare i gruppi di produzione nell’allevamento dei suini, nei giovani bovini da ingrasso e, certamente, nella produzione del latte. Questo approccio suggerisce che la tanto contestata ”Fattoria dalle mille vacche”, nella baia di Somme, è un modello di competitività da promuovere. Una fuga in davanti che ignora le sfide ambientali, sanitarie e climatiche.

In questo tipo di allevamento, le mucche non vanno più al pascolo, e questa formula ”del pascolo zero” aumenta considerevolmente il bilancio di carbonio per ogni litro di latte prodotto. In mancanza di erba, gli animali mangiano più grano, e il rendimento del grano all’ettaro è nettamente inferiore a quello dell’erba e degli ortaggi. Questo modello implica anche il ricorso massiccio ai panelli di soia importati, mentre i foraggi prodotti nel raggio di venti o trenta chilometri devono essere anche trasportati da trattori e da autocarri su lunghe distanze. Questo tipo di allevamento può certamente produrre l’elettricità, attraverso la metanizzazione del letame. Ma questo metodo non ha nulla di ecologico, poiché impone di raddoppiare le superfici dedicate alla coltura del mais per scaricare direttamente nella fossa da letame la stessa quantità di quella che transita nella pancia delle mucche.

In un’epoca caratterizzata da un’offerta di prodotti agricoli appena superiore alla domanda solvibile, il mercato liberale mondializzato indebolisce a lungo termine un numero considerevole di aziende agricole. La politica agricola comune (Pac) si basa oramai su una concorrenza intracomunitaria fondata sul dumping sociale e ambientale, che va contro l’agroecologia. Peggio ancora, l’Europa non cessa di indebolire la situazione dei suoi agricoltori negoziando accordi bilaterali di libero scambio con i paesi terzi. L’apertura del mercato europeo funge da moneta di scambio nella ricerca di profitti nell’industria e nei servizi, dei settori che dispongono di potenti lobbisti a Bruxelles. Non è tutto ancora più grave è che, l’ampiezza aumentata dal fenomeno El Niño (aumento della temperatura dell’oceano Pacifico) potrà comportare nel 2016 e nel 2017 nuovi rischi climatici e siccità storiche. In mancanza di stock di cereali di sicurezza in quantità sufficiente nel 90% dei paesi del pianeta, sarà sufficiente che le perdite dei raccolti siano così importanti da assistere nuovamente a una vampata dei prezzi delle materie prime agricole e alle lotte alimentari, come è successo nel 2007-2008.

Il cambiamento o il disastro

Riscaldamento del pianeta, aumento degli oceani, inquinamento del suolo, dell’acqua e dell’aria: con le loro attività, gli umani sono diventati gli attori di una crisi ambientale senza frontiere di cui sono anche le vittime. La responsabilità degli incidenti, dello spreco o dei danni del produttivismo spetta principalmente ai paesi industrializzati, e quelli del Sud ne subiscono le conseguenze. Mentre i rappresentanti dei 195 paesi si si sono riuniti a Parigi, dal 30 novembre all’11 dicembre, per tentare di trovare un accordo nel quadro della XXI conferenza mondiale sul clima (COP21), pubblicato su Manière de Voir nel suo ultimo numero, una gamma di disordini planetari va ben oltre detta questione. Accompagnato da documenti, da una cronologia di impegni internazionali, di estratti di romanzi di fantascienza e di fumetti, questo numero lancia degli spunti di riflessione e mostra come la resistenza emerge dalle mobilizzazioni cittadine e dalle azioni dei militanti, spesso ancorate ai territori. Quindi, mentre si impone sulla terra a tal punto da lasciare una traccia geologica, l’umanità deve fare delle scelte per garantire la sua sopravvivenza: ridipingerà di verde un capitalismo che dovrà adattarsi alle costrizioni ecologiche o cambierà sistema cercando un nuovo rapporto con il suo ambiente?